Dott. Alfio Grassi: Richiesta aggiornamenti sull’incontro del 28 aprile all’INRiM.


Sono le 18.29 di ieri pomeriggio, e ho appena premuto il tasto “invia” dal mio gmail.

Ho scritto al Dott. Alfio Grassi per chiedergli come è andato l’incontro del 28 aprile all’INRiM, quello che avevamo segnato in rosso sul calendario.

Già… perché io, come voi, non ho ancora avuto risposte, non so quindi se abbia ottenuto ciò che cercava, se le porte del Laboratorio si siano aperte o se abbia trovato – ahimè – altri muri.

E allora, invece di stare in attesa passiva, ho deciso di fare il primo passo…

Gli ho chiesto, con il rispetto che merita, ma anche con la sincerità che ci lega, di raccontarmi com’è andata, se le risposte lo hanno convinto o se, al contrario, i suoi dubbi si sono fatti più profondi e soprattutto, quali saranno i suoi prossimi passi.

Appena avrò notizie, le condividerò con voi. Come sempre.

Di seguito, il testo della mail che ho inviato.

Preg.mo Dott. Grassi,

mi rivolgo nuovamente a Lei con la stima e l’attenzione che ho sempre avuto per il Suo lavoro e per la Sua instancabile ricerca della verità. 

Come sa, sono diversi mesi che seguo con grande interesse il Suo approfondimento sul caso della stazione di Floridia e sul contestato record di 48,8 gradi, e ho avuto il privilegio di condividere con i lettori del mio blog alcune delle Sue riflessioni e dei Suoi interrogativi.

Le scrivo oggi perché, come avevamo programmato, il 28 aprile scorso Lei si sarebbe recato presso il Laboratorio INRiM di Torino per un incontro che, dalle Sue stesse parole, si preannunciava come un momento potenzialmente decisivo per fare chiarezza su molti aspetti tecnici e procedurali che da tempo alimentano i Suoi dubbi. Ricordo bene quando mi parlò dell’accesso agli atti, della visione dello strumento e del sensore, e della speranza di ottenere finalmente quelle risposte che, fino a quel momento, erano state negate o rinviate.

Le scrivo quindi a due mesi di distanza per chiederLe, se Lei lo ritiene opportuno e nei tempi che preferisce, un aggiornamento su come si è svolto quell’incontro. Le sarei molto grato se potesse raccontarmi:

– se è riuscito a ottenere l’accesso alla documentazione richiesta e a visionare lo strumento oggetto della calibrazione;

– se le risposte che ha ricevuto hanno soddisfatto i Suoi interrogativi o se, al contrario, hanno sollevato nuovi dubbi o confermato le Sue perplessità;

– se, alla luce di quanto emerso, intende proseguire le Sue indagini e, eventualmente, quali saranno i prossimi passi che intende compiere.

Capisco perfettamente che possa avere impegni e che il Suo lavoro richieda tempo e riservatezza, ma La prego di sapere che i lettori del mio blog, come me, attendono con grande curiosità e rispetto le Sue parole. Il Suo contributo è stato finora fondamentale per aprire un dibattito che molti vorrebbero evitare, e sono certo che anche questo nuovo tassello sarà prezioso per chi, come me, crede che la scienza debba fare i conti con la trasparenza.

La ringrazio anticipatamente per la Sua attenzione e per il tempo che vorrà dedicarmi. Resto a Sua disposizione per qualsiasi chiarimento e, naturalmente, per concordare le modalità che Lei riterrà più opportune per condividere quanto emerso.

Con stima e gratitudine,

Nicola Costanzo

Essere o non essere (mafiosi)? L’85% delle imprese e quella zona grigia che non si decide mai di cambiare!


Ho sfogliato con attenzione il rapporto dell’Europol e devo ammetterlo, nel leggerlo, un certo senso di déjà vu mi ha subito attraversato. 

Avevo scritto sull’argomento alcuni anni fa, indicando la percentuale del 90% e come potrete leggere di seguito, mi sono sbagliato di poco: il dato ufficiale appena pubblicato parla dell’85% delle reti criminali che si avvale di strutture aziendali lecite.

Avete letto bene… ottantacinque per cento, una percentuale che non è un numero, ma una sentenza

È la fotografia di un sistema malato, dove il confine tra l’impresa e l’illegalità non è più una linea netta, ma una zona grigia, ampia, comoda e ben frequentata. Non stiamo parlando della criminalità con la lupara, quella che si vede nei film o nelle serie tv, quella, ormai, è quasi un souvenir… 

La vera minaccia, quella che Europol ci descrive con preoccupante chiarezza, è la criminalità imprenditoriale, quella che veste con giacca e cravatta, circondata da validi professionisti, che sfrutta i flussi commerciali globali e le tecnologie digitali con l’agilità di una multinazionale. 

Sono questi signori che hanno trasformato il crimine in un servizio, un “crime-as-a-service” che si infila negli ingranaggi dell’economia legale come un lubrificante tossico. E lo Stato? Lo Stato, come sempre, rincorre… 

Sì… ogni tanto colpisce singoli individui, fa proclami, ma non riesce a debellare una volta per tutte questo marcio, perché si trova di fronte a un ecosistema fluido, capace di adattarsi più velocemente di qualsiasi legge.

Ecco perché mi tornano alla mente le riflessioni di qualche anno fa, quando scrivevo dell’edilizia siciliana in croce. Allora mi chiedevo: quante di quelle imprese che si aggiudicano appalti milionari sono veramente trasparenti? Quante sono viceversa imprese mascherate che cresciute all’improvviso come funghi dopo la pioggia, rischiano di essere inserite in qualche nuova inchiesta della Procura?

Il rapporto di oggi non fa che dare ragione a quei dubbi. Ma attenzione, perché il quadro è cambiato, e in peggio. Un tempo si poteva ancora raccontare la storia di quelle “White List” che fotografavano una differenza abissale tra le imprese iscritte al Nord e quelle al Sud, e lo stupore nel vedere che nella mia Sicilia (ma anche nelle altre regioni del centro/sud) solo poche imprese avevano fatto richiesta di essere inserite. 

Oggi, invece, il sistema si è evoluto. Già… molte di quelle imprese “affiliate” si sono ripulite, hanno capito che per poter operare negli appalti pubblici serviva un restyling completo, una bella operazione di maquillage, e così eccole lì, in fila davanti alle prefetture, tutte a chiedere l’inserimento nella cosiddetta “White List” con la faccia tosta e i documenti perfettamente in regola. 

Si lo so… e il paradosso, già… il vero dramma, è che a volte ottengono persino quel benedetto certificato di legalità! Ma qui arriva il colpo di scena che fa rabbrividire:  dopo averlo ottenuto, a volte alcune di esse restano in balia di una forma che chiamerei “pseudo sospensione“. Mi riferisco in particolare al momento in cui scade il termine e si deve chiedere il rinnovo, ed allora ecco che improvvisamente scatta da parte di quegli uffici istituzionali l’incertezza. Vi basti osservare sul web quei nominativi riportati, quel registro ufficiale di chi è iscritto, e vedrete come – stranamente – un buon numero di quelle aziende sia attualmente (e aggiungerei “inspiegabilmente”), dopo mesi dalla richiesta effettuata, in attesa del rinnovo.

Ma scusate, sono o non sono mafiose? Perché da quegli uffici passano mesi e mesi per decidere il loro destino? C’è qualcosa che non va, è evidente. Probabilmente sono intervenute nuove informazioni, forse le procure hanno allungato il loro raggio d’azione. Ma allora non sarebbe più corretto intervenire subito? Non sarebbe doveroso bloccare immediatamente queste imprese, prima che possano fare altri danni, aggiudicarsi altri appalti, intrecciare altre trame? 

Invece no… come sempre da noi, tutto resta sospeso, in quella terra di nessuno che è il confine tra il legale e l’illegale, ma d’altronde si sa, al nostro paese, o dovrei dire ai nostri referenti politici e istituzionali “piace” questa condizione ambigua, questo eterno limbo in cui non si è né “carne né pesce”, “né colpevoli né innocenti”

Sì… è una zona grigia cucita addosso come fosse una seconda pelle, perché forse fa sentire furbi, dà loro l’illusione di tenere tutti in scacco. Ma quella è una furbizia che puzza di marcio, e così… mentre noi aspettiamo che la burocrazia si pronunci, loro continuano a lavorare, a fatturare, a corrompere e via discorrendo…

E così, tra un rinvio e una sospensione, il danno è fatto. Perché il problema non è più l’assenza di controlli, ma la loro lentezza, una lentezza che diventa essa stessa complice. Per questo, le conclusioni di Europol non mi sorprendono, perché Affermano che l’azione di contrasto non deve più limitarsi a colpire i singoli, ma deve affrontare i sistemi e le vulnerabilità che vengono sfruttati. 

Già… è una verità che ripeto da anni e mentre la Commissione Europea propone di rafforzare il mandato di Europol, io continuo a chiedermi: chi controlla i controllori? Chi vigila sulle gare d’appalto, sulle subappalti a cascata, su quelle società che nascono e muoiono in pochi mesi per non lasciare tracce? Il problema è che le nostre istituzioni sono lente, ingessate da una burocrazia che paralizza, mentre il crimine viaggia alla velocità della luce. 

Ed allora, mentre noi discutiamo di rating di legalità e di protocolli antimafia, loro continuano a fare affari, a corrompere, a riciclare. È esattamente come diceva Shakespeare: essere o non essere… mafiosi? 

Il bello è che qui non ci si decide mai, e il dubbio diventa complice. Non voglio fare il profeta di sventura, ma è chiaro che la strada è ancora lunga, anzi no… lunghissima… e con questa nostra politica, per lo più corrotta, dovrei dire “infinita“.

Perché la lotta alla criminalità organizzata non si vince con qualche retata, qualche bella dichiarazione dal solito palco preparato per l’occasione o anche con un rapporto dell’Europol, per quanto quest’ultimo lucido e prezioso. 

Si vince solo quando lo Stato avrà il coraggio e la capacità di essere distaccato, certamente non colluso, dovrei aggiungere più furbo… ma su questo punto c’è ancora tanto da fare, ma non solo, anche più veloce e soprattutto più presente, non con le chiacchiere….

Quando le White List non saranno un adempimento burocratico, ma un vero filtro selettivo, quando si guarderà bene quell’organizzazione, chi c’è davanti, ma soprattutto chi c’è dietro, quando lo Stato entrerà dentro le imprese per capire cosa realmente accade, in particolare i movimenti finanziari, quei documenti ufficiali e quelli che di fatto sono fittiziamente creati ad hoc, ecco… quando tutti comprenderanno che c’è solo una strada che conduca alla legalità, vedrete che non solo quel 15% costituito dalle imprese sane, ma anche un’altra percentuale che potrebbe iniziare a crescere, capirà che la trasparenza non è un costo, ma il loro unico vero scudo.

Fino ad allora, tutto ciò che accade ogni giorno sono lucciole per le allodole, frottole che servono a plagiare il sistema, a mantenere alto un meccanismo di sicurezza che foraggia una parte del paese,  sì… mentre gran parte dei miei connazionali, indistintamente da Nord a Sud, passando per il centro, continueranno a leggere di queste percentuali senza mai domandarsi: ma chi c’è dietro l’ultima impresa che si è aggiudicata l’appalto? E, soprattutto: a chi gioverà veramente quella nuova opera pubblica?

Perché il vero problema oggi è: essere o non essere mafiosi!

La pietra è già volata. E ora, la mano: Cinquecento aerei, una complicità scomoda e il solito maldestro tentativo di nascondersi…


E così puntuale eccoci di nuovo al solito spettacolo del tutto italiano…

Prima si butta la pietra con tutta la forza di chi sembra non rendersi conto del peso di ciò che sta facendo, e poi dopo, quando il sasso (o dovrei dire l’aereo) ha già colpito il bersaglio ecco l’eco della notizia che prova a propagarsi oltre i confini nazionali, in particolare verso l’Iran: mi chiedo se forse non sarebbe stato il caso di pensarci un attimo prima.

Ma si sa… da noi è così che funziona così: l’istinto è sempre quello di agire, di mostrarsi presenti, di rispondere al richiamo dell’alleato più forte senza fare troppe domande, e poi, quando le conseguenze arrivano e bussano alla porta con tutta la loro scomoda evidenza, si comincia a cercare un dito dietro cui nascondersi, un riparo, una scusa, una narrazione che possa attenuare l’infausta scelta…

Ora, però, la faccenda si è fatta seria, perché l’Iran ha scoperto che quei cinquecento aerei decollati dalle basi americane in Italia non erano lì per fare una gita turistica, e soprattutto le parole di Rutte, pronunciate con quella disinvoltura che solo chi è abituato a muoversi nei corridoi del potere può permettersi, hanno tolto il velo su una complicità che fino a ieri molti fingevano di non sapere… 

E allora, immagino i nostri rappresentanti a Teheran che saranno stati già convocati, i toni roventi, e la diplomazia italiana, quella stessa che tanto ama pavoneggiarsi sui palcoscenici internazionali, si troverà ora a dover fare i conti con una rabbia legittima e difatti ecco che immediatamente il Ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani ha subito dichiarato: L’Italia non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare e non ha mai autorizzato l’utilizzo delle basi per azioni di guerra contro l’Iran.

In Sicilia, molti miei conterranei – a questa affermazione – direbbero “curnutu cu ci criri…” e difatti sono in molti ad osservare come quanto accaduto rappresenti l’ennesima débâcle di questo governo, ed allora mi chiedo: come farà il nostro governo a giustificare quegli aerei partiti dal nostro territorio? Con quale abilità retorica tenterà di spiegare che sì, i jet sono partiti, sì, le basi erano italiane, ma in fondo, in fondo, la responsabilità era di qualcun altro? Perché è questo il copione che conosciamo bene, quello della scivolata seguita dal tentativo maldestro di riparare il danno con parole vuote e promesse di chiarimenti che, tanto si sa, non arriveranno mai. 

E così, mentre i nostri ministri si affannano a cercare la formula giusta per non perdere la faccia, l’Iran intima provvedimenti, minaccia ritorsioni, e lo Stretto di Hormuz diventa una polveriera pronta a esplodere da un momento all’altro.

Ma al di là delle manovre politiche e dei giochi di potere internazionali, ciò che davvero mi lascia amareggiato è questa incapacità cronica, tutta italiana, di non sapere guardare oltre l’immediato, già… di non saper valutare le conseguenze, prima di gettare la pietra. 

Perché poi, quando la pietra è già in volo, non c’è più mano che tenga, non c’è giustificazione che regga, e il mondo intero ci guarda con quell’espressione tra il perplesso e il beffardo che ormai conosciamo fin troppo bene, basti guardare la storia recente, già… nelle ultime due guerre mondiali. 

E allora aspetteremo, con l’abituale pazienza di chi sa che le scuse arriveranno, puntuali come sempre, ma anche con la consapevolezza che questa volta, forse, nascondere la mano non basterà a cancellare l’ombra che quei cinquecento aerei hanno proiettato sul nostro paese.

Il tesoro dei capo mafia? Sempre la solita storia: i boss si ingrassano, mentre gli altri raccolgono soltanto le briciole!


Ho letto le ultime notizie sul cosiddetto “tesoro” dell’ultimo boss corleonese, e ammetto che mentre scorrevano i nomi di quei paradisi fiscali – Andorra, Isole Cayman, Lussemburgo, Svizzera – il mio pensiero è andato immediatamente a un’altra verità, quella che da sempre cerco qui di raccontare… 

Già… perché è facile lasciarsi abbagliare dal numero, da quei duecento milioni di euro sequestrati, dagli arresti in quell’operazione internazionale che fa tanto gridare al trionfo dello Stato. 

Ma io, ahimè, quando leggo queste cose, vedo sempre la stessa fotografia, e non è quella che piace ai politici, forse perché proprio di quel sistema criminale hanno beneficiato… e aggiungerei: finora convissuto.

Ma la circostanza più deludente è sapere come quel sistema si nutra di sé stesso e non lascia niente al proprio territorio. Sì… perché quei soldi, accumulati in anni e anni di narcotraffico, estorsioni, appalti truccati, non sono mai serviti a niente e soprattutto nessuno, se non a chi stava in cima a quella piramide criminale!

Pensateci un attimo… mentre i giornali parlano di resort di lusso sulla Costa del Sol, di partecipazioni azionarie in banche libanesi, di lingotti d’oro, io mi chiedo: ma tutto questo, per chi? Per i propri compaesani? Per i giovani di quella terra che la mafia dice di proteggere? Macché… quella ricchezza era esclusivamente per la famiglia del boss, sì… qualcosa in parte è andata anche a quei professionisti che hanno messo le loro competenze al servizio di questo impero sporco.

E gli altri? Già… gli altri, quelli che fanno il lavoro sporco, quelli che rischiano la galera e la vita per le strade, quelli che magari credono ancora a un codice d’onore che non esiste più, cosa prendono?Un caz…. le briciole!

Va detto… un po’ di soldi vanno per le famiglie dei detenuti, l’illusione di un posto nell’organizzazione, qualche concessione che non è un favore ma solo un altro modo per tenerli legati. Sono carne da macello e quando serve vengono sacrificati senza pensarci due volte, mentre i veri padroni del gioco restano al sicuro, lontani, a gestire i loro affari da una poltrona in Svizzera o in un ufficio di Marbella.

Questa vicenda mi ha fatto venire in mente una riflessione che faccio spesso. Per anni abbiamo avuto l’immagine del boss latitante, nascosto in un casolare, quasi un eroe maledetto di un romanzo contadino, ma la realtà è molto più sporca e molto più moderna…

Mentre lo Stato lo cercava tra i vicoli del suo paese o di quello che per anni lo ha ospitato (stranamente però nessuno lo aveva notato…), il denaro accumulato viaggiava alla velocità di un clic; perché la mafia non è più quella dei film, ha dismesso la coppola e si è messa l’abito elegante, l’occhiale firmato e l’orologio di lusso griffato al polso.

È così, ecco che grazie al riciclaggio di quel denaro sporco, le società di quel criminale diventano multinazionali, parlano il linguaggio della finanza, sfruttano le proprie amicizie (comprate) che aprono le falle del sistema globale, si circondano della complicità di avvocati, commercialisti, uomini politici e ahimè anche delle istituzioni.

Ed è questo, a mio avviso, che la rende molto più pericolosa di prima. Perché non ha più bisogno di dover sparare per farsi rispettare: le basta semplicemente corrompere, infiltrarsi, comprare, tanto si sa… sono quasi tutti in vendita!

E poi c’è un altro aspetto che mi ha particolarmente infastidito, leggendo i resoconti di questi giorni. La politica che si autocelebra, che rivendica il risultato come se fosse merito suo e così, mentre da un lato esultano per il sequestro, dall’altro ci si dimentica di quelle stesse mani che hanno protetto quel sistema criminale, che hanno avvisato del lavoro compiuto dai colleghi e delle intercettazioni, rendendo tutto più difficile a chi in quel momento indagava. 

Sì… lo so, è una contraddizione che fa male, perché ci ricorda quanto sia fragile la lotta alla mafia, quanto sia sempre in bilico tra la volontà di giustizia e altri interessi. I magistrati, quelli che hanno davvero condotto l’indagine, lo hanno detto chiaramente: senza gli strumenti giusti, senza la possibilità di mettere insieme i pezzi di conversazioni diverse, questa operazione non sarebbe stata possibile. È un monito che, da cittadino, sento il dovere di raccogliere.

Perché la mafia, alla fine, è un cancro! 

E come un cancro, non produce nulla di buono per il corpo che attacca. Non crea ricchezza per il territorio, la ruba. Non crea sviluppo, lo distrugge. Non offre futuro ai suoi giovani, li avvelena. La mafia si nutre solo di se stessa, per i suoi boss (e il loro familiari) e non esita a sacrificare i suoi stessi affiliati pur di mantenere intatto il potere dei vertici. È una struttura parassitaria, che vive soffocando tutto ciò che ha intorno.

Quindi sì, il sequestro di duecento milioni è una buona notizia, ma non basta. Perché il tesoro di quel boss è solo una goccia in un oceano di denaro sporco che continua a circolare. La vera sfida, quella che abbiamo davanti come società, è molto più grande. 

È imparare a riconoscere la mafia nei suoi nuovi volti, nei suoi nuovi linguaggi. È smettere di pensare che sia un problema solo della Sicilia o del Sud. È capire che la sua forza oggi sta nella capacità di infiltrarsi nell’economia globale, e che per combatterla abbiamo bisogno di uno Stato che sia altrettanto globale, altrettanto tecnologico, altrettanto veloce.

Ma soprattutto, abbiamo bisogno di una coscienza collettiva che non si lasci abbagliare. Che non scambi un’operazione di polizia per una vittoria definitiva, che non confonda il recupero di un tesoro con la sconfitta di un sistema. 

Perché la mafia, quella vera, non è nei soldi che sequestriamo, bensì è nella paura che continua a seminare, nel consenso che riesce ancora a comprare, nell’omertà che ancora resiste. È lì che dobbiamo colpirla, ogni giorno, con la forza delle nostre scelte, della nostra onestà, della nostra voglia di non piegarci. 

E questo, purtroppo, non lo farà nessun blitz, nessun sequestro, nessun comunicato stampa. Lo possiamo fare solo noi, tutti insieme, giorno dopo giorno…

Il fiume Litani e la grande distrazione dello Stretto di Hormuz: perché Trump ha vinto e nessuno l’ha capito.


Sì… potevo iniziare il post con questo titolo: Quando il fallimento diventa strategia. L’obiettivo nascosto di Washington e Tel Aviv!

E forse, in fondo, è proprio così che dovrei intitolare ogni riflessione su questi mesi di politica estera americana, perché c’è una verità che sfugge a tutti, o forse a troppi. Ogni giorno, aprendo i social o leggendo i commenti dei sedicenti esperti di geopolitica, mi imbatto nella stessa, stanca narrazione: Trump umiliato, Trump sconfitto, Trump costretto a piegarsi davanti all’Iran. 

Il blocco dello Stretto di Hormuz, la pressione militare, i miliardi di dollari congelati restituiti a Teheran in cambio di una tregua sul nucleare. E poi le risate, i meme, i thread trionfanti su come il presidente americano abbia fallito miseramente il confronto con i pasdaran.

E io, ogni volta, li guardo e penso: non hanno capito un cazzo!

Non lo dico con supponenza, ve lo assicuro. Lo dico con la certezza di chi ha seguito il filo nascosto degli eventi, di chi ha letto tra le righe di una partita che si giocava su una scacchiera molto più ampia di quella che tutti osservavano. Perché il vero obiettivo di Trump, dei suoi consiglieri e dei suoi amici israeliani, a cominciare da quel Benjamin Netanyahu con cui condivide più di una strategia militare, non era mai stato Teheran. Il vero obiettivo era il Libano. O meglio: quella striscia di terra che Israele sogna da decenni, quella che porta i propri confini a ridosso del fiume Litani.

Io stesso l’ho scritto più volte, in questi mesi, anticipando quello che poi è puntualmente accaduto.

Dicevo che l’operazione era chiara: creare le condizioni affinché Israele potesse invadere il Sud del Libano senza apparire l’aggressore. Serviva una scusa, una motivazione credibile, una narrazione che reggesse il peso di un’offensiva militare su larga scala

E quale scusa migliore di un attacco subito? Non un attacco qualsiasi, ma quello di Hezbollah, i terroristi che da anni l’Iran foraggia e arma con missili e sostegno politico.

E qui arriva il genio, o se preferite la follia calcolata, della strategia di Trump. Si scatena il conflitto con l’Iran, si alza la tensione fino al punto di rottura, si gioca la carta dello Stretto di Hormuz come un’arma di distrazione di massa. E puntualmente, come un orologio svizzero, il governo iraniano inizia a inviare missili su Israele e sui paesi arabi che collaborano con gli Stati Uniti concedendo le proprie basi aeree. 

Nel contempo, Hezbollah, fedele al suo ruolo di longa manus di Teheran, comincia a lanciare razzi verso il nord di Israele. Alcuni di quei missili, ne sono certo, non sono stati intercettati apposta. Perché serviva che qualcuno si facesse male, che qualche razzo colpisse il bersaglio, che si potesse finalmente dire: “Hanno attaccato, ora rispondiamo“.

Ed ecco compiersi il disegno. Mentre il mondo intero, i giornali, i social, gli intellettuali da salotto, continuano a parlare del presunto fallimento americano in Iran, a ridere delle concessioni di Trump, a discutere di miliardi e di uranio, Israele invade il Libano! Avanza lungo più assi, taglia le linee di rifornimento di Hezbollah, crea quella fascia di sicurezza che da sempre era il vero premio. I confini si spostano. La geografia cambia. Il fiume Litani diventa, finalmente, il nuovo limite meridionale dello Stato ebraico.

E allora ditemi: dove sarebbe il fallimento? Trump ha ottenuto esattamente quello che voleva, o forse anche di più. Ha tenuto impegnato l’Iran su un fronte secondario, ha dato a Israele la copertura necessaria per realizzare il suo piano strategico, e ha fatto tutto questo mentre l’opinione pubblica mondiale continuava a parlare della sua débâcle. È geniale, nella sua brutalità. O forse è solo cinico. Ma certo non è un perdente.

Oggi, mentre scrivo, le truppe israeliane sono a ridosso del Litani. Hezbollah resiste, certo, ma il territorio è cambiato per sempre. E Trump può tranquillamente dire di aver mediato, di aver ottenuto una sospensione sul nucleare, di aver riaperto un canale con Teheran. Ma il prezzo che ha pagato, quei miliardi sbloccati, non è una resa: è il pedaggio per aver distolto lo sguardo del mondo dalla vera partita, quella che si giocava in Libano.

Poveri idioti e incompetenti, come li chiamo io… con quella loro competenza improvvisata, continuano a non vedere che il fallimento, a volte, è solo la maschera di un’altra vittoria. Più sporca, certo. Più nascosta. Ma non per questo meno reale. Perché la storia, si sa, non la scrivono quelli che guardano i titoli dei giornali, la scrivono quelli che sanno leggere tra le righe.

E oggi, tra il Litani e Hormuz, la lezione è chiara: quando tutti guardano da una parte, qualcuno sta già vincendo dall’altra

La strada è una cosa, la guardiania ne è un’altra, il lavoro è un altro ancora. Non mischiate le cose… perché tanto sempre da me devono tutti passare!


Buongiorno e benvenuti nuovamente in questo spazio di riflessione, dove in questi giorni ho cercato di affrontare tematiche che guardano oltre la superficie delle cose, già… per cogliere un disegno più ampio, internazionale, le cui leggi non scritte, governano tutto.

Ed allora, dopo aver riportato quanto avviene nel mondo, ho deciso di rientrare per affrontare quello che rappresenta da sempre il tema più importante che mi ha spinto sedici anni fa a realizzare questo Blog, a raccontare senza censura ciò che accade nelle pieghe dell’illegalità e che rivela una verità antica, sempre attuale e cioè che esiste un centro, un punto di osservazione e di comando dal quale tutto dipende e al quale tutto deve fare ritorno. 

Le carte del recente provvedimento dalla Direzione distrettuale antimafia che ha portato al fermo di alcuni soggetti, tra cui spiccano due fratelli, ci offrono uno spaccato vivido di questa dinamica; non è la storia di un semplice gruppo di malviventi, ma la fotografia di un’organizzazione che respira, che pensa, che si struttura come un organismo complesso, dove ogni cellula sa di dover rispondere a un unico principio ordinatore, e quel principio, come emerge con chiarezza dalle conversazioni captate, è la volontà di un uomo che si pone come l’asse attorno a cui tutto ruota, colui dal quale ogni decisione deve necessariamente passare, quasi fosse un filtro obbligato per qualsiasi azione, pensiero o progetto.

Le intercettazioni, che coprono un arco temporale recente, ci mostrano una macchina che non si è fermata, nonostante le avversità e le inevitabili frizioni interne, si parla di denaro, certo, e del suo flusso costante verso le famiglie di chi si trova in carcere, un gesto che non è solo assistenza ma un vero e proprio collante, un modo per dire “non siete soli, facciamo ancora parte dello stesso corpo“, e poi c’è il territorio, quel lembo di terra e di affari che va gestito con cura maniacale, perché da lì provengono le risorse e il potere, ma in mezzo a tutto questo, emerge prepotente la figura di chi rivendica con forza la propria centralità. In un dialogo che sembra quasi una lezione di metodo, si sente ammonire: “La strada è una cosa, la guardiania ne è un’altra, il lavoro è un altro ancora, non mischiate le cose“, non è un semplice consiglio, è un dettame, una linea di confine tracciata per evitare che il caos prenda il sopravvento, eppure, dietro questa apparente suddivisione in compartimenti stagni, si cela la verità più profonda: che a decidere come e quando mescolare queste cose, o se lasciarle rigorosamente separate, è sempre e solo un unico arbitro, perché, come lui stesso ribadisce senza mezzi termini, tutti devono passare da lui.

Questo richiamo alla propria autorità riecheggia come un ritornello in diverse conversazioni, un modo per ricordare a fedelissimi e gregari che qualsiasi progetto, qualsiasi mossa, anche la più piccola, deve ottenere il suo consenso, si parla di affari, di appalti, di gestioni economiche, e in ogni parola traspare la volontà di non lasciare spazio a iniziative autonome, ricordate: “non fate progetti senza parlare con me“, è l’ordine che risuona, un monito che spegne sul nascere qualsiasi velleità di indipendenza, e anche quando si allarga lo sguardo ai rapporti con altri gruppi, con altre figure di spicco del panorama criminale, la musica non cambia, perché anche in quel caso, è lui il referente designato, colui che deve essere cercato e interpellato per questioni delicate, come quelle legate al traffico di sostanze stupefacenti, si racconta di un incontro con un altro soggetto, un nome noto alle cronache, e subito si precisa che il colloquio è stato con lui, perché i “giovani” non sono ritenuti all’altezza di certi discorsi, ed è ancora una volta la conferma di una gerarchia che si vuole ferrea, dove l’esperienza e il rango siedono al tavolo delle grandi decisioni, mentre gli altri eseguono, osservano e attendono.

In questo quadro, gli investigatori leggono la persistenza di una struttura mafiosa che, nonostante le schermaglie e le lacerazioni, conserva intatta la sua capacità di incidere e di governare, la figura del capo si staglia come un baluardo, un punto di riferimento che tiene insieme i fili di una trama che altrimenti si sfalderebbe, le intercettazioni diventano così la testimonianza di un potere che si esercita attraverso il denaro, la paura e la promessa di protezione, ma soprattutto attraverso la convinzione incrollabile che tutto debba convergere verso un unico centro decisionale, e in questo gioco di specchi, dove la strada è una cosa, la guardiania un’altra e il lavoro ancora un’altra, la sostanza non cambia, perché tanto, sempre da lui devono tutti passare, è questa, in fondo, la lezione più amara che emerge da queste pagine di cronaca: che il comando non si discute, si impone, e che la sua ombra lunga si allunga su ogni aspetto della vita, rendendo vano qualsiasi tentativo di sottrarsi al suo giudizio o alla sua autorità

Ecco perché quando sento parlare di “sicurezza e di controllo del territorio, il nostro ministro degli interni, Matteo Piantedosi, ma anche il suo omonimo Matteo (Salvini) – ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti – che per l’appunto in questi mesi ha proposto un decreto sicurezza predisponendo una bozza di decreto legge con “disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto al terrorismo e alla criminalità mafiosa”, beh… non so cosa fare.

Già… se iniziare a ridere o pensare che forse è meglio che ritorni ad occuparmi nuovamente dei problemi esteri…

Parastoo Ahmadi, 74 frustate: questo è l’Iran che abbiamo scelto di ignorare!


E poi, a distanza di pochi giorni da quelle dichiarazioni trionfalistiche sulla pace imminente, ecco che la realtà si incarica di darmi ancora una volta ragione, già… con la crudeltà di chi non ha mai avuto intenzione di cambiare. 

Un tribunale di Qom ha condannato la cantante iraniana Parastoo Ahmadi e altri sette artisti a settantaquattro frustate ciascuno, oltre a due anni di divieto di espatrio e di attività artistica. 

Siamo nel dicembre del 2024, quando la cantante aveva trasmesso in diretta su YouTube link: https://www.youtube.com/channel/UCyNd0NG4_I3FltUGlOLdoOg – un’esibizione senza velo, con un rossetto rosso fuoco, un vestito attillato, sì… in un Paese dove alle donne è vietato cantare in pubblico. 

Il concerto si era svolto in un antico edificio storico, molto diffuso in Medio Oriente, senza spettatori, con un palco poco illuminato e decorato soltanto da un grande tappeto persiano. Ad accompagnarla c’erano un pianista, un batterista, un chitarrista e un bassista, tutti vestiti di nero. Come dicevo, lei indossava invece un lungo abito con spalline sottili e un rossetto rosso che le evidenziava la bocca. Il video aveva raccolto circa tre milioni di visualizzazioni. 

Per questo, oggi, lei e i suoi colleghi vengono puniti con la violenza più brutale e umiliante che un regime possa infliggere: non solo il carcere, non solo il divieto di fare ciò che amano, ma la frusta, il colpo sulla pelle, il dolore fisico come monito per chiunque osi pensare che la libertà possa essere un diritto.

Ecco, io mi chiedo: mentre i grandi della terra si stringono la mano e parlano di pace, di accordi, di flussi petroliferi e di stabilità, chi parlerà di Parastoo? Chi parlerà di quei sette artisti che verranno flagellati perché hanno osato mostrare un volto scoperto e una voce femminile in pubblico? Chi parlerà di tutte le donne che, da quando Mahsa Amini è stata uccisa dalla polizia morale nel settembre 2022, continuano a togliersi il velo per strada, sfidando ogni giorno l’arresto, le botte, la morte, e che oggi vedono il mondo intero stringere un patto con i loro carnefici? 

Il regime non solo non ha ceduto di un millimetro, ma esce da questa vicenda internazionale rafforzato, legittimato, accolto al tavolo delle trattative, già… come se fosse un interlocutore rispettabile, mentre dentro i suoi confini continua a fare ciò che ha sempre fatto: reprimere, uccidere, frustare, cancellare. 

La guerra finirà, forse, e i mercati tireranno un sospiro di sollievo, ma la libertà non arriverà, sì… non arriverà a nessuno, perché nessuno l’ha chiesta. Non arriverà perché il prezzo della nostra pace, dei nostri barili di petrolio, della nostra benzina e del gasolio per le auto è più importante. Pensiamo solo alla nostra apparente tranquillità, il tutto pagato ancora una volta sulla pelle di quelle donne e uomini, giovani che non hanno voluto questo sistema dittatoriale, che non hanno scelto in quel 1979 per l’Iran quella Guida suprema, già… perché non erano neppure nati, mentre poi crescendo, si sono trovati quei suoi successori al potere, senza poter far più nulla, già… a discapito della libertà e di quella democrazia che hanno visto solo in Tv (fintanto che potevano farlo). 

Perché il problema, oggi, non è più la guerra. Il problema è ciò che viene dopo. Questo trattato – per come ci viene descritto – non chiede all’Iran di cambiare. Non chiede democrazia. Non chiede diritti per quelle donne e per tutti i ragazzi, ma chiede solo una cosa: che il programma nucleare venga bloccato e che lo Stretto di Hormuz venga riaperto per far circolare le petroliere

Tutto il resto – la dittatura, le esecuzioni, la repressione, la fame distribuita dall’alto – resta lì, intatto, come se non fosse mai stato un problema. E allora – lo ripeto – a differenza dell’ipocrisia generalizzata, anche di quella espressa dalla nostra Chiesa, in particolare da Papa Leone XIV che una parola, proprio su questo punto, non ha minimamente speso da quel balcone su Piazza San Pietro- io me ne fotto della pace, se questa pace significa voltarsi dall’altra parte!

Ecco perché guardo con sdegno le dichiarazioni trionfalistiche, i bilanci positivi, la riapertura degli Stretti e delle navi che tornano a navigare. Io voglio che qualcuno, almeno una volta, parli di loro! Di Parastoo, di Mahsa, di tutte quelle che non hanno nome ma che ogni giorno pagano con il corpo la loro ribellione. Voglio che qualcuno dica che la democrazia non è un optional, che i diritti umani non sono una clausola negoziabile, che la libertà di una donna di cantare senza velo non vale meno della libertà di un mercato di avere petrolio a buon mercato. 

E se questo significa essere fuori dal coro, essere scomodi, essere ingenui, allora io scelgo di esserlo, perché il prezzo della nostra comodità non può, non deve, non sarà mai più pagato con il sangue di chi sperava. Non oggi. Non domani. Non con questo trattato, che vedrete – ve lo dico fin d’ora – non porterà nulla di buono, se non l’illusione che tutto sia a posto.

Ma io non ci credo. E non ci crederò finché una donna iraniana sarà costretta a chiedersi se il suo sorriso, la sua voce, il suo viso scoperto valgano davvero la pena di essere puniti. Perché la risposta, per me, è sempre la stessa: sì. Vale la pena. Sempre. Anche se il mondo intero ha deciso di voltarsi dall’altra parte.

Trump – Meloni. Tra realtà, propaganda e favole: ciò che i video mostrano e i media non dicono.


L’inseguimento e la distanza: quando le immagini dicono più delle parole. E poi c’è quel dito puntato, quel gesto che è stato letto come un atto di sfida, ma che forse – anzi, sono certo – non era ciò che sembrava. Iniziamo da qui, perché è da qui che tutto prende senso…

C’è un filo sottile che attraversa ogni mossa di Donald Trump, un filo che molti non vogliono vedere o, forse, fingono di non scorgere per non doverne fare i conti. A lui si può dire tutto, si può accusarlo di narcisismo, di essere antipatico, di mancare di quella forma di garbo che la politica internazionale richiederebbe, ma c’è una cosa che non si può fare: mettere in dubbio la sua onestà nel dire ciò che pensa. Trump dice quello che gli passa per la testa, senza filtri, senza mediazioni, senza quel calcolo ipocrita che caratterizza tanti altri leader. E questa, paradossalmente, è la sua forza. Se ne frega del giudizio altrui, va avanti per la sua strada, e costringe tutti – amici, alleati, avversari – a piegarsi alle sue logiche. Che siano giuste o sbagliate, questo è un altro discorso, ma il punto è che lui non tradisce mai se stesso.

Eppure, nel nostro Paese, i media e alcune figure istituzionali sembrano aver scelto una narrazione diversa. Si preferisce parlare a sproposito, costruire teorie fantasiose, ignorare l’evidenza dei fatti. E i fatti, in questo caso, sono sotto gli occhi di tutti. Basta guardare i video della riunione internazionale a cui ha preso parte anche Giorgia Meloni per capire cosa sia realmente accaduto. 

Si vede chiaramente Trump mantenere le distanze dalla premier italiana. Non è un dettaglio, è un gesto che parla da solo. E lei, dal canto suo, fa di tutto per avvicinarsi: rallenta il passo quando lui si avvicina con gli altri statisti, cerca di porsi accanto a lui, tenta addirittura di parlargli mentre lui prosegue senza degnarla di uno sguardo. C’è un momento, sì, in cui si scambiano due parole, ma nessuno può sapere cosa si siano detti. Eppure, qualcuno del suo schieramento ha già provato a inventarsi la solita storiella, quella che fa comodo per i propri elettori. Io, invece, sono convinto che in quell’unico breve scambio Meloni abbia fatto di tutto per rientrare nelle grazie del presidente americano.

Ma torniamo a quel dito puntato. La scena in cui lei punta il dito contro Trump, quasi a volerlo ammonire per un comportamento offensivo nei suoi riguardi, è a mio avviso una messa in scena studiata a tavolino. Una strategia pensata per far credere al mondo che lei, la leader italiana, non si lascia intimidire. Ma è solo fumo negli occhi. La verità è che Meloni è in discesa, e la sua popolarità, ne sono certo, continuerà a scemare. Non mi sorprenderebbe nemmeno se, prima delle prossime elezioni, venisse fuori un dossier simile a quello che ha colpito la moglie del presidente spagnolo Sanchez, capace di condizionare l’intero governo.

Intanto, sento parlare di “orgoglio nazionale” da parte del presidente del Consiglio e dei suoi alleati. Ma nessuno ha mai messo in dubbio l’orgoglio dell’Italia, così come nessuno mette in discussione il legame storico che ci unisce agli Stati Uniti. Il problema è un altro: è quella propaganda televisiva incessante, portata avanti dalle solite “cicale” sottomesse alla loro regina, che continua a raccontarci frottole. Eccoli lì, sempre pronti a dipingere un quadro che non corrisponde alla realtà.

Ho ascoltato con attenzione il video che Giorgia Meloni ha pubblicato su Instagram, in cui dichiara: “Io e l’Italia non imploriamo mai“. Ma io mi chiedo: perché mettere il nostro Paese in mezzo? La brutta figura, in questa vicenda, l’ha fatta solo lei. L’Italia non è stata offesa da Trump, è stata offesa solo lei. E la sua reazione, per quanto veemente, non fa che confermare una fragilità che ormai è sotto gli occhi di tutti.

Poi, certo, c’è la solidarietà bipartisan che le è piovuta addosso. Mattarella l’ha chiamata, Tajani ha annullato la missione a Miami, Crosetto ha parlato di “caduta di stile“. Persino le opposizioni, con Conte e Schlein, si sono schierate dalla sua parte. Ma tutto questo non cambia la sostanza delle cose. Trump ha detto quello che pensa, come sempre, e lo ha fatto senza mezzi termini. Ha parlato di Meloni come di una che “implorava” per una foto, che gli faceva “pena“. Parole dure, certo, ma che arrivano dritte al cuore della questione: chi è abituato a giocare con le parole e le apparenze, prima o poi si trova nudo di fronte alla realtà.

E la realtà, per chi ha occhi per vedere, è che Trump non dimenticaNon ha dimenticato che, sulla questione dello Stretto di Hormuz, l’Italia non c’era. E lo ha ribadito con la consueta franchezza. La sua critica non è solo a Meloni, ma all’Europa intera, che a suo dire ha sbagliato tutto su immigrazione ed energia. 

Ma qui, da noi, si preferisce parlare di “uragani” e di “rotture diplomatiche“, quando forse basterebbe fermarsi un attimo e guardare i video con onestà intellettuale. Perché le immagini non mentono mai. E mostrano una Meloni che insegue, che rallenta, che cerca disperatamente un contatto che Trump non le concede. Il resto, come sempre, è solo fumo negli occhi, per i soliti italiani che, davanti all’evidenza, preferiscono abbassare lo sguardo e credere alle solite favole

lo so che mi odiate per quello che scrivo, ma non è colpa mia se anche voi fate parte di quel sistema raccomandato, clientelare e soprattutto corrotto! Il post di oggi non è per tutti, ma solo per chi può permettersi ancora di farlo.


Ieri ho pubblicato un post intitolato “In questo paese siamo circondati da buffoni e giullari di corte! Link: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/06/in-questo-paese-siamo-circondati-da.html – e l’avevo scritto guardando l’ennesima rappresentazione del nostro teatrino nazionale: buffoni e giullari di corte, cicale e sciacalli, poltrone che traballano e parole che non pesano nulla. 

Molti di voi, leggendolo (anche se era un po’ lungo…), mi hanno scritto per condividere, per annuire, per dire “Nicola… hai ragione“. Altri, viceversa, come sempre accade, sono passati oltre…

Uno, in particolare, mi ha sconcertato – e dico “sconcertato” non certo per condivisione, bensì per il coraggio di ammettere l’indicibile – non per dirmi che ero stato troppo duro, non per difendere i giullari del Parlamento, bensì per difendere il sistema stesso. Per dirmi, con una franchezza che quasi ho apprezzato (anche se non ne condivido una virgola), che in questo Paese, tutti hanno bisogno di favori!

Che è così da sempre, che la raccomandazione è il collante sociale, l’olio che fa girare l’ingranaggio, ma non solo, che affidarsi alla classe politica, ai “nostri” rappresentanti, è l’unico modo per sopravvivere in un paese che ti lascia solo davanti a un concorso, a una corsia d’ospedale, a una pratica sepolta in un ufficio comunale.

Certo, quel messaggio mi ha fatto più male di mille insulti, perché non veniva da un nemico, ma da un mio lettore, da uno di quelli che, almeno in apparenza, sono dalla mia parte. E invece no, mi ha scritto: “Ma tu che ne sai? Anche tu, se fossi nei miei panni, faresti lo stesso. Tutti lo fanno. È la vita“.

Ed allora, leggendo queste parole, ho capito che il mio post di ieri era incompleto.

Ecco perché oggi ho scelto di pubblicare anche questa foto. Perché io, in mezzo a questa piazza, ci metto la faccia. Letteralmente. Sono qui, in piedi, riconoscibile, senza schermi né filtri. Perché voglio che sia chiaro a tutti: nessuno potrà mai dire che Nicola Costanzo ha ottenuto qualcosa grazie a una raccomandazione. Nessun ufficio pubblico, nessun ente, nessuna consulenza, nessun incarico istituzionale. Mai. Non ho mai chiesto un favore, non ho mai accettato un aiuto che non fosse il frutto del mio lavoro e delle mie scelte. E questo non è un vanto, è un fatto. Un fatto che mi rende libero di scrivere quello che scrivo, senza dover ringraziare nessuno, senza dover temere nessuno, senza dover dire grazie a qualcuno.

E già che ci sono, lancio una sfida: quanti di voi possono dirlo? Quanti di voi possono mettere una foto in piedi in una piazza e dire con la stessa certezza: “Io non ho mai chiesto nulla”?

Avanti, fatemi vedere. Inviatemi le vostre foto – le più belle che avete, quelle in cui siete in piedi, in mezzo alla gente, riconoscibili, senza filtri – con l’autorizzazione a pubblicarle, beninteso, perché qui non si scherza e io voglio poterle mostrare a tutti. E le pubblico una per una. E poi vediamo cosa succede. Vediamo chi ha il coraggio di mostrarsi, di esporsi, di dire “io sono pulito“. 

Ma attenti però… perché il rischio che qualcuno vi sputtani è altamente alto. Ricordatevi quanti scheletri negli armadi tenete celati. Ricordatevi quei compromessi a cui avete dovuto sottostare per avere quel posto, quella promozione, quell’incarico. Ricordatevi quelle cene con il politico di turno, quelle telefonate al momento giusto, quelle lettere di raccomandazione scritte con la mano tremante ma spedite con la speranza che qualcuno aprisse quella porta. Ricordatevi quei favori che avete chiesto e che poi avete dimenticato, come se non fossero mai esistiti. Ricordatevi di quei silenzi compiacenti, di quelle firme apposte senza leggere, di quelle coscienze messe a tacere per non perdere il posto. Ricordatevi di quando avete taciuto davanti a un sopruso perché “tanto non cambia nulla“, e di quando avete annuito davanti a un ingiusto perché “tutti lo fanno“. Sì… ricordatevi di quella volta che avete scelto la carriera invece della dignità, e di quella volta che avete piegato la testa invece di alzare la voce.

Perché se oggi vi indignate e scrivete “bravo Nicola”, ma dentro di voi sapete di avere uno di quegli scheletri, allora questo post non è per voi. È per chi può ancora guardarsi allo specchio senza abbassare lo sguardo. È per chi, come me, ha scelto di non avere nulla da nascondere.

Perché il problema – miei cari lettori – non sono solo i giullari seduti nelle poltrone, il problema siete voi che li cercate, voi che li supplicate, voi che li rendete potenti, uno per uno, con le vostre telefonate, i vostri bigliettini, i vostri auguri, le vostre raccomandazioni. Già… siete voi che li alimentate con la vostra rassegnazione e poi, appena potete, vi trasformate nei loro più feroci critici, come se non foste stati voi stessi a metterli lì, a ingrassarli, a convincerli che sono indispensabili.

Il mio lettore di ieri ha fatto una cosa che molti non hanno il coraggio di fare: ha ammesso ad alta voce che tutti, in questo paese, hanno bisogno di favori. E sapete cosa? Forse ha anche ragione. Forse è vero. Forse il sistema è così pervasivo che persino il più onesto, prima o poi, si trova con il telefono in mano e un nome da pronunciare.

Ma la differenza, la sottile, fondamentale differenza, è questa: io non l’ho mai fatto. E non lo farò mai!

Non perché sia migliore di voi. Ma perché ho scelto, molto tempo fa, che non ne valeva la pena. Che piegare la schiena, anche solo una volta, significa legittimare tutto il resto. Che chiedere un favore, anche il più piccolo, significa dire a quei giullari che il loro gioco funziona. Che hanno ragione loro. Che il potere si conquista così, con le catene invisibili dei favori scambiati, con il mercimonio delle necessità quotidiane, con la prostituzione della dignità.

E allora, caro lettore – non metto il nome e cognome perché sono sicuro che quello con cui hai scritto sia l’ennesimo nickname falso e quindi, riportare quel nome e cognome, potrebbe offendere chi, come omonimo, lo possiede realmente – che ieri mi hai scritto, io ti rispondo oggi, pubblicamente: hai ragione, tutti lo fanno. Ma proprio per questo, proprio perché tutti lo fanno, io ho deciso di non farlo. E se questo significa restare indietro, perdere occasioni, non avere mai la spinta giusta al momento giusto, pazienza. Almeno non dovrò mai guardarmi allo specchio e chiedermi se quello che ho ottenuto me lo sono guadagnato o me lo sono fatto regalare.

Perché il sistema clientelare, la raccomandazione, il favore – chiamatelo come caz… volete – non cade dal cielo, non è un meteorite, è una scelta! Una scelta che fanno ogni giorno milioni di italiani e poi, incredibilmente, si indignano. Guardano la televisione, vedono i politici che si scambiano incarichi e poltrone, e dicono “che vergogna”. Ma la vergogna, la vera vergogna, è quella che non si vede: è il filo invisibile che lega ogni supplicante al suo protettore, ogni raccomandato al suo raccomandante, ogni cittadino al suo “uomo di fiducia”.

Io, da questo gioco, sono fuori. E lo so che questo mio post vi farà arrabbiare. Lo so che molti di voi mi odieranno, perché sentirselo dire da uno che non ha mai avuto bisogno di nessuno suona come una condanna. Ma non è colpa mia se anche voi fate parte di quel sistema. È colpa vostra. E della vostra ipocrisia!

Questo post non è per tutti. È solo per chi, come me, può ancora permettersi di vivere senza chiedere, senza supplicare, senza inginocchiarsi, per chi ha scelto la solitudine piuttosto che la complicità, per chi ha capito che il prezzo della dignità, a volte, è stare fuori dal gioco.

E io quel prezzo, ve lo assicuro, lo pago sempre e lo continuo a pagare volentieri. Ogni giorno!

Sì… fino al giorno in cui, come già ho fatto in passato, prenderò le mie valigie e me ne andrò lontano da questo paese, per non vedere più questo indegno spettacolo. Ma anche da lontano, chissà… potrei anche continuare a scrivere. Perché la dignità non ha confini. E la verità, quella, non smette mai di farsi sentire.

In questo paese siamo circondati da buffoni e giullari di corte!


Buongiorno e benvenuti nello spettacolo più triste e grottesco di questi anni, quello che va in scena ogni giorno, senza intervallo né repliche, davanti ai nostri occhi, ormai stanchi e rassegnati… 

Il titolo di questa mia riflessione, lo confesso, mi è venuto ascoltando l’ennesima “performance” in televisione, guardando quelle facce che si alternano sugli schermi come maschere di una commedia dell’arte che però non fa più ridere nessuno, perché la farsa, quando dura troppo, diventa semplicemente noiosa e, alla fine, persino offensiva. 

Sì, perché la verità è che in questo paese siamo circondati da buffoni e giullari di corte, ma badate bene, non quelli che una volta, nei castelli, alleggerivano le noie del re con una battuta salace e una capriola; questi sono ben peggiori, perché hanno sostituito la capriola con la piroetta verbale, la battuta con il proclama, e la corte non è più un salone di danza ma un Parlamento di poltrone rosse imbottite, dove il mestiere più nobile sembra essere quello di imparare a stare seduti senza mai cadere, anche quando la sedia, per colpa loro, traballa pericolosamente.

E allora mi chiedo, e vi chiedo, come abbiamo fatto a ritrovarci in questa situazione, circondati da questi personaggi che sembrano usciti da un catalogo di figurine incompiute, privi di quella cosa che una volta si chiamava carattere, o più volgarmente, ma con efficacia, palle, perché la mancanza di spina dorsale è diventata un requisito per l’assunzione, una dote da esibire con orgoglio in ogni intervista. 

Osservo questi signori, e li vedo cresciuti, quei ragazzi e quelle ragazze che già all’adolescenza avevano imparato la lezione più importante: chinare il capo per non essere notati, annuire per essere premiati, tacere per essere scelti!

Li vedo oggi, nelle loro aule ovattate, e ritrovo in loro lo stesso gesto servile, solo che ora lo fanno non più verso il preside o il compagno più popolare, ma verso il potere, qualsiasi esso sia, purché tenga in mano un microfono o un’agenda piena di numeri utili, e così si sono costruiti una carriera sulle ginocchia, ma non per pregare, per salire.

Eppure, ciò che più mi ferisce, ciò che davvero mi indigna fino al midollo, non è tanto la loro presenza, quanto il loro operato, o meglio, il loro non-operato, perché questi sedicenti governanti, questi araldi del nulla, hanno trasformato il dibattito in un ronzio di sottofondo, un brusio continuo e insensato che somiglia in modo impressionante a quello delle cicale nelle sere d’estate. 

Ricordo, con un brivido di nostalgia intellettuale, come li chiamava la Fallaci, quella donna che sapeva guardare oltre, e li definiva “cicale e sciacalli”, e mai definizione fu più azzeccata, perché le cicale fanno solo rumore, un frastuono che riempie l’aria ma non lascia nulla, e gli sciacalli aspettano, annusano la carogna, si avvicinano quando il corpo è già esausto per strapparne un pezzo di carne, e questo è esattamente ciò che vedo ogni giorno: un Parlamento che ronza, che strepita, che si riempie la bocca di parole vuote mentre fuori il paese reale, quello che lavora e suda, quello che paga le tasse e si alza all’alba, aspetta invano un gesto, un’azione, un pensiero che non sia la solita, stanca, sterile litigata da bar dello sport.

E non fermiamoci al semplice sguardo, perché il teatro è più complesso, e la regia è affidata a un copione ben scritto che non viene dai banchi dell’opposizione o da quelli del governo, ma da un palco più alto e più oscuro, dove la politica e l’imprenditoria si stringono la mano in un patto che sa di tangente e di consenso artefatto. 

La propaganda mediatica, quella che ci inonda ogni mattina come una pioggia acida, non è altro che il megafono di questo sistema, una voce che non racconta la realtà ma la costruisce, pezzo dopo pezzo, servizio dopo servizio, twittata dopo twittata, e noi, poveri spettatori, siamo costretti a bere questo intruglio amaro credendo che sia l’unica verità possibile. 

I nostri giullari, in questo, sono maestri consumati, perché sanno dosare la menzogna con la mezza verità, la promessa con il rinvio, e lo fanno con una disinvoltura che solo chi ha venduto l’anima molto tempo fa può permettersi, e così si alternano sul palco, leggono il gobbo che qualcun altro ha scritto per loro, e noi li guardiamo, e in quel guardare perdiamo la capacità di distinguere il buffone dal re, il giullare dal consigliere, e alla fine il sospetto che siano tutti la stessa persona, in fondo, diventa una certezza che ci stringe lo stomaco.

Ma è proprio in questa ragnatela di chiacchiere inutili e di silenzi complici che io vedo il tradimento più grande, quello che non si consuma con un colpo di stato ma con un’assenza, giorno dopo giorno, una lenta erosione di ciò che significa vivere in una comunità, perché mentre loro discutono animatamente su chi abbia il diritto di parlare più a lungo, le scuole crollano, gli ospedali chiudono i reparti, i giovani scappano e gli anziani muoiono in attesa di una visita che non arriverà mai. 

E il rumore di fondo, quel ronzio perpetuo di cicale affamate, copre il dolore reale, lo attutisce, lo rende un sordo sottofondo che quasi non si sente più, e così, in questa nebbia sonora, gli sciacalli fanno il loro lavoro, sbranano le risorse, si nutrono della nostra rassegnazione, e la maggior parte dei cittadini di questo paese, come un popolo di sonnambuli (come un popolo di pecore – sì, l’ho detto) applaudono alle loro uscite, perché la televisione ce le ha presentate come quella pubblicità… geniali, mentre i giornali li hanno descritti come necessari, e poi c’è il web, già… che ne ha fatto dei meme, e alla fine sono tutti lì, con un sorriso ebete, a chiedersi se forse non abbiamo esagerato a lamentarsi.

Eppure, in tutto questo carosello di marionette dai fili troppo visibili, c’è un filo di speranza, o forse è solo un riflesso della mia ingenuità, che mi fa credere che un giorno qualcuno si stanchi di questo circo, che la folla smetta di ridere alle battute dei giullari e cominci a guardare oltre il sipario, verso quelle quinte dove si nascondono i veri burattinai. 

Ma per fare questo, per scrollarci di dosso questa polvere di mediocrità che ci ricopre, dovremmo prima imparare a riconoscere la differenza tra chi parla per dire e chi tace per ascoltare, tra chi si siede per governare e chi si siede solo per godersi il panorama di una poltrona comoda, ma soprattutto bisogna eliminare dalla propria testa di aver bisogno di loro, affinché possano raccomandare i vostri figli a scuola, all’università per una materia o una lode, o peggio, per un’accelerazione burocratica. E poi ci sono i concorsi pubblici, il posto di lavoro, il ricovero ospedaliero che arriva solo se chiami il nome giusto, la deroga edilizia che si sblocca con una telefonata, l’appalto che si vince prima ancora di scrivere il preventivo, il finanziamento pubblico che profuma di favore. E ancora: l’influenza su una sentenza, la spinta mediatica, il contatto che apre una porta che per gli altri resta chiusa. E infine, per i più ambiziosi, un posto in una lista elettorale o in quegli enti di secondo livello che sono il parcheggio dorato di tante carriere senza merito.

Sì… perché il vero problema non sono solo quelli seduti nelle poltrone, bensì tutti quei miei connazionali, che ahimè… numerosi e anch’essi “buffoni e giullari di corte” hanno deciso da tempo da che parte stare! Già… perché chi chiede una raccomandazione, in fondo, sta giocando lo stesso gioco, alimentando lo stesso ingranaggio, la stessa illegalità, già… e poi – incredibilmente – dopo aver goduto del “favore” richiesto, eccoli lì… a parlare, a indignarsi di quanto accade in televisione.

Sono dei meri ipocriti e abietti, perché sono loro che hanno reso con quel circolo vizioso la nostra democrazia così fragile: un popolo che si lamenta dei raccomandati, ma che al primo ostacolo cerca disperatamente un politico da raccomandare! Mi viene il vomito e se lo scrivo, è perché a differenza loro, mi posso permettere di farlo! Visto che nel corso della mia vita, non ho mai avuto bisogno di nessuno!

E così… mentre ancora discuto con me stesso, alzo lo sguardo e rivedo le loro facce, le stesse di sempre, che si affacciano dai monitor e dai giornali, e capisco che il problema non sono solo loro, le maschere, ma anche tutti quelli che li applaudono, che li cercano, che li supplicano, che li rendono potenti con le loro richieste e poi, una volta ottenuto il favore, li rinnegano con la stessa ipocrisia con cui li avevano cercati. Perché senza quei mille supplicanti, quei giullari non sarebbero nessuno, sarebbero solo voci inascoltate in un Parlamento vuoto. Invece, il popolo li nutre, li alimenta, e poi si volta dall’altra parte fingendo di non sapere come funziona il mondo.

Ma io, da questa parte, resto a guardare. Non chiedo, non supplico, non piego la schiena. E forse questa mia solitudine, questa mia ostinata lontananza, è l’unico gesto che ancora mi distingue da loro. Perché loro, tutti loro – quelli seduti e quelli che chiedono – sono la stessa faccia della stessa medaglia, e io non voglio avere nulla a che fare con nessuna delle due.

Ecco perché resto qui, fuori dal gioco, a guardare questo spettacolo che ha smesso di essere divertente e che per me, per fortuna, non è mai stato il mio destino e farò in modo, un giorno – andando via nuovamente lontano da questo Paese – di non vedere più questo indegno spettacolo.

Dai sospetti alle inchieste alle parole di Gratteri: il Ponte degli affari è ormai sotto gli occhi di tutti. La domanda è: a chi conviene fermarlo?


Sapete, ieri sera pensavo a quel che avevo scritto quasi un anno fa, il 31 agosto del 2025, quando definivo il Ponte sullo Stretto “un affare per pochi“. 

In quelle parole c’era la mia personale lettura di un sistema di potere che, dietro la facciata del progresso e dell’unità nazionale, nascondeva un groviglio di interessi politici e imprenditoriali, un meccanismo triadico – come l’ho chiamato – in cui la finanza pubblica sembrava incanalarsi quasi per forza di gravità verso le stesse mani. 

Allora mi chiedevo, con un misto di rabbia e rassegnazione, se l’opera fosse davvero pensata per unire due terre o per servire un’élite. La risposta, oggi, non è più soltanto un mio sospetto: è un’inchiesta giudiziaria, e sono le parole di Nicola Gratteri a darle il peso della realtà.

Eppure, nello scrivere quelle righe, non potevo immaginare che la mia denuncia di un “sistema di potere fondato su alleanze silenziose” si sarebbe concretizzata in un filone di indagine che parte dalla Procura di Roma. Lì, si parla di pressioni indebite per orientare il parere della Corte dei Conti, di favori promessi in cambio di appoggi, di un intreccio tra politica e affari che ha il sapore amaro della rendita di posizione. 

Viene da chiedersi: è forse questo il patriottismo infrastrutturale di cui si faceva bandiera? Quella stessa retorica del “traguardo storico” che quasi un anno fa mi lasciava perplesso, ora si scontra con l’evidenza di un sistema che, per usare le parole del procuratore, mira a rendere “la giustizia una strana rete da pesca, per incastrare i piccoli pesci e perdere i grandi pesci”.

Gratteri, con la sua consueta lucidità, non si limita a commentare l’episodio specifico. La sua è una riflessione che abbraccia il senso profondo della deriva in atto. Il nocciolo è la riforma che impone alla Corte dei Conti un ruolo “collaborativo” col potere esecutivo, trasformando il controllo da argine di legalità a servizio dell’indirizzo di governo. 

Ecco, questo è il cortocircuito che temevo quando scrivevo di un’opera “talmente avviata da risultare impossibile da fermare“. Il rischio non è più solo l’infiltrazione mafiosa, che pure esiste e che la Dia ci ricorda con i suoi rapporti, ma la creazione di un vuoto di controllo istituzionale, un’assenza di argini che rende tutto più permeabile. La resa di cui parla Gratteri non è il fermare l’opera per paura della ‘ndrangheta, ma è quella di uno Stato che priva i suoi stessi magistrati e forze dell’ordine degli strumenti per contrastare una criminalità organizzata che oggi parla tre lingue, ha studiato all’estero e si muove nei mercati globali.

Allora, quel dubbio che quasi un anno fa esprimevo, chiedendomi se dietro la spinta del governo ci fosse la smania di “oliare quel meccanismo di potere“, oggi si fa più insistente. Perché le parole di Gratteri ci dicono che l’attacco non è contro un’opera pubblica, ma contro la possibilità stessa di vigilare su di essa. È un disegno che, come denuncia il procuratore, mira a eliminare le forme di controllo, limitando le intercettazioni, riducendo i reati spia, rendendo la giustizia meno incisiva. E mentre noi discutiamo di pedaggi che potrebbero diventare proibitivi – sessanta volte il costo di un’autostrada, come sostengono gli analisti internazionali – e di comunità che tremano all’idea di perdere le loro case su una faglia sismica, il gioco vero si consuma altrove, nei palazzi del potere, dove si decide chi deve sedere a un tavolo e chi no.

Ripenso alle famiglie di Torre Faro, a quelle di Villa San Giovanni, alla paura che si porta dentro chi sa che il suo pezzo di mondo potrebbe essere spazzato via non da un terremoto, ma da una scelta calata dall’alto. Quella paura è il sintomo di un disagio più grande, di una distanza incolmabile tra chi decide e chi subisce. 

E pensando a Gratteri che dice che in Calabria e in Sicilia mancano opere primarie – ospedali, dighe, autostrade – mentre si continua a investire cifre esorbitanti su un’unica, controversa infrastruttura, mi chiedo se davvero questo sia il progresso che meritiamo. Se non sia, piuttosto, il trionfo dell’apparenza sulla sostanza, il luogo dove si consuma l’ennesima occasione mancata per guardare ai bisogni reali delle persone.

Quando concludevo quel post dell’agosto scorso, scrivevo che il ponte, forse, si sarebbe fatto, ma che sarebbe stato “un ponte d’oro per pochi, e un futuro d’ombra per molti“. Oggi, le parole di Gratteri non fanno che rafforzare quella convinzione, aggiungendo un tassello di consapevolezza. Il problema non è più solo il costo dell’opera o la sua utilità, ma la salute del nostro sistema democratico, la tenuta di quei principi di separazione dei poteri e di legalità che dovrebbero essere il fondamento di ogni scelta pubblica. 

L’ombra che si allunga sul futuro non è solo quella del ponte incompiuto, ma quella di uno Stato che, nella sua bulimia legislativa, rischia di smarrire la bussola, e di lasciare che il potere si concentri in poche mani, senza che nessuno possa più dire: “Fin qui non si può passare“.

Resto con questa domanda, e la lascio a voi: È possibile che l’idea di “unire” l’Italia passi per la cancellazione delle sue comunità e per l’indebolimento dei suoi controlli? O forse, dietro l’ossessione di questo ponte, si nasconde la volontà di costruire qualcosa di molto più fragile e pericoloso: un sistema in cui l’interesse privato si traveste da bene comune, e dove il futuro di molti è sacrificato sull’altare del profitto di pochi? 

La storia, purtroppo, ci insegna che le risposte, a queste domande, sono già scritte. Ora sta a noi decidere se leggerle fino in fondo o fermarsi prima, sì… senza chiedersi nulla e lasciando che il sistema illegale e criminale proceda per come finora fatto, grazie al sostegno della maggior parte di voi. 

Perché il silenzio è complicità, lo sappiamo e l’indifferenza è il carburante che alimenta questo motore di potere. Il Ponte, se mai sorgerà, sarà lì a ricordarcelo: un monumento non all’unità d’Italia, ma alla resa di chi avrebbe dovuto vigilare e non l’ha fatto. E di chi, leggendo queste righe, sceglierà ancora una volta di guardare dall’altra parte.

“Futuro Nazionale” ago della bilancia o polveriera del centrodestra? No… è il solito posto a tavola, aggiunto!


Buongiorno, desidero oggi riprendere il filo di un ragionamento che avevamo lasciato in sospeso qualche giorno fa, proprio mentre l’assemblea costituente di “Futuro Nazionale” si concludeva e il generale Vannacci si concedeva alla stampa per quella che è stata definita una maratona oratoria.

In quel frangente, avevo provato a mettere nero su bianco un’impressione, un sentore che si faceva strada tra le parole del generale e i numeri, ancora timidi, del suo primo sondaggio.

Avevo scritto che la sua non sarebbe stata un’operazione rivoluzionaria, ma piuttosto un abile gioco di sponde, un tentativo lucido e spregiudicato di trasformare un’influenza personale in una leva politica concreta, capace di ridistribuire le carte all’interno del centrodestra.

La sua forza, avevo intuito, non sarebbe stata nell’attrarre nuovi elettori da un bacino inesplorato, ma nel raccogliere il malcontento di tutti coloro che in questi anni si sono sentiti traditi, esclusi, messi ai margini dai segretari dei partiti di governo. Persone che hanno visto chiudersi porte e finestre, che hanno vissuto il rancore di non essere più rappresentati e che oggi, di fronte alla sua promessa di accoglienza senza pregiudizi, vedono una seconda possibilità.

Egli infatti, con la sua schiettezza che sa quasi di provocazione, si presenta come colui che – rivolgendosi ai propri connazionali – dice senza alcuna vergogna: “l’Italia agli italiani” e così facendo, vuole diventare il punto di riferimento non solo per gli elettori che hanno finora votato per il centrodestra, ma anche per tutti quei “figli di nessuno” che sperano ora, attraverso di lui, di rientrare in scena, dopo questi anni trascorsi dietro le quinte.

Oggi, difatti, quei timori o dovrei dire quelle intuizioni trovano un riscontro che non posso certamente ignorare e che mi spinge a rielaborare l’intero quadro con gli strumenti che la nuova realtà ci mette davanti.

Il sondaggio compiuto da Swg per il Tg La7, diffuso proprio ieri, ci racconta una fotografia politica in movimento che sembra dare ragione a quelle considerazioni. Futuro Nazionale, in una sola settimana, guadagna mezzo punto percentuale e raggiunge il 5,3%, agganciando così la Lega che, al contrario, perde lo 0,3%, mentre Fratelli d’Italia, il partito che più di tutti dovrebbe rappresentare l’anima del governo, inizia a perdere, ad arretrare dello 0,4% scendendo al 27,9% (secondo il sottoscritto la batosta che prenderà questo partito alle prossime elezioni, sarà di molto maggiore…).

È un dato, questo, che non può essere liquidato come un semplice scarto statistico, ma che va letto come l’effetto di una spinta che si sta facendo strada. Certo, i margini di errore ci impongono di maneggiare questi numeri con le dovute cautele, ma la direzione sembra tracciata.

L’esercito dei delusi, quegli elettori del centrodestra che avevo immaginato in cerca di un nuovo riferimento, sembra si stia effettivamente muovendo, e lo sta facendo verso di lui, sottraendo consensi, punto su punto, a quelle stesse forze a cui finora si erano indirizzati, e cioè quei partiti attualmente al governo.

E così, mentre il centrosinistra continua a non avere una vera e propria figura che possa convogliare su di sé i voti di coloro che ormai considerano la politica come un qualcosa da cui stare lontano, perché corrotta ed infetta, i leader attualmente esponenti dei partiti con più numeri come il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle evidenziano di crescere poco, troppo poco se si vuole contrastare la coalizione del centrodestra. 

La fotografia che ne viene fuori, dunque, è quella di un centrodestra che proverà a governare nuovamente, ma la prossima volta dovrà fare i conti con questo nuovo attore, con questo ago della bilancia che si sta preparando a giocare la sua partita e sicuramente non si accontenterà di fare la comparsa (anzi, prevedo che nel caso in cui sarà il più eletto dagli italiani, punterà direttamente alla Presidenza del Consiglio).

Ecco, è proprio qui che il mio pensiero si salda con l’attualità. Perché se qualcuno, ascoltando il generale parlare di radici romane e cristiane, di remigrazione, di sgomberi e di costi dell’immigrazione, potesse ancora nutrire l’illusione che la sua, sia la nascita di un’alternativa capace di destabilizzare il sistema partitocratico, beh, allora credo che non abbia capito nulla, o quantomeno la natura di questa nostra politica.

Vannacci non è il rivoluzionario che promette di abbattere il sistema; quel periodo è ormai passato e chi avrebbe dovuto cambiare quel sistema marcio – mi dispiace doverlo dire – si è adattato ad esso, in quanto la natura umana, alla fine, si piega sempre ai propri interessi personali e soprattutto al proprio tornaconto, appena gliene si offre la possibilità.

Egli, viceversa, ha compreso che il sistema si può scardinare solo sedendosi al suo tavolo, diventando un elemento indispensabile per la sua sopravvivenza. Il suo 5,3%, che potrebbe anche crescere, non è un proclama di guerra, ma una moneta di scambio, un biglietto da visita che presenterà nel momento opportuno, già, quando il centrodestra, per evitare la sconfitta e quindi la vittoria del centrosinistra – sempre che quest’ultimo, con tutte le sue contraddizioni, riesca mai a coalizzarsi davvero – avrà bisogno di lui.

Ecco, sarà in quel momento che il generale chiederà il conto e vi assicuro sin d’ora che lo pagheranno tutti, anche quelli che oggi lo attaccano, anche quelli che, come Salvini, lo avevano accolto quando “aveva tutti contro“, perché la politica, si sa, è anche questo: un gioco di sponde, di fedeltà che si spezzano e di rancori che diventano poltrone. Vedrete… si genufletteranno se vorranno stare ancora seduti in quelle poltrone.

E allora, la domanda che mi ero posto a febbraio, se sulla spinta di questa rinnovata energia potesse nascere un’alternativa capace di destabilizzare definitivamente il sistema, trova oggi una risposta che non può essere più chiara. Non sarà così. Perché Vannacci è stato per tutta la vita un militare, e un generale sa bene che a volte la battaglia più importante non è quella che si vince sul campo, ma quella che si fa attendere, restando fermi nella propria trincea, pronti a lanciare le proprie armi o ad accerchiare il contendente, fino a farlo morire di fame, attendendo così la resa dei suoi avversari.

Oggi, naturalmente, non si tratta di guerra – bastano già quelle che vi sono nel mondo – ma è fondamentale diventare quell’ago della bilancia che può determinare le sorti di un governo. Lui ha scelto di essere quello, e i numeri, per quanto vadano presi con le pinze, stanno cominciando a dargli ragione. 

Futuro Nazionale, a ben vedere, non cambierà la sostanza delle cose, ma proprio per questo, per questa sua capacità di intercettare il malcontento di molti elettori del centrodestra, egli prova ora a trasformare quel malumore in potere negoziale, un aiuto alla coalizione che servirà a tutti, anche a quelli che oggi lo guardano con sospetto.

Perché alla fine, in politica, non conta tanto la purezza delle idee, ma la capacità di essere presenti al momento giusto, nel posto giusto, con il peso giusto per far pendere l’ago della bilancia dalla propria parte. E Vannacci, con la sua maratona di parole e con questi nuovi numeri, ci sta dicendo che quel momento è più vicino di quanto molti pensino.

Ma non aspettatevi una polveriera pronta a deflagrare, così come non pensate minimamente che egli rappresenterà l’ago della bilancia, il cosiddetto “Salvatore della Patria” che potrà davvero cambiare lo stato delle cose. No. Egli, come tutti gli altri – e consentitemi di dire che, a differenza del sottoscritto, da sempre è stato abituato a dire “SISSIGNORE” – vedrete, alla fine si dirigerà verso gli ordini impartiti da quel magnetismo che punta sempre verso il centrodestra.

Per cui, ormai ne sono certo: è, semplicemente, il solito posto a tavolaAggiunto. Perché la tavola è sempre quella, i commensali pure, e l’unica cosa che cambia è che ogni tanto qualcuno tira su una sedia in più. Il menu, però, ricordatevelo sempre, resta identico.

Ed allora, ben sapendo che le sue parole non faranno alcuna breccia su di me, lo immagino lì, dinanzi a quel gruppo seduto e coeso, mentre intonano per lui quella loro abituale canzone: “Aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più, se sposti un po’ la seggiola stai comodo anche tu, gli amici a questo servono a stare in compagnia, sorridi al nuovo ospite, non farlo andare via, dividi il companatico, raddoppia l’allegria…“.

E chissà, forse è proprio così che si governerà questo paese: allungando la tavola, spostando le sedie, e cantando tutti insieme la stessa vecchia canzone, convinti che sia nuova solo perché qualcuno l’ha intonata con un tono diverso.

Quattro libri, un’allodola e il coraggio di non sapere…


E così in questi giorni, mi sono ritrovato con questi quattro titoli sul mio tavolo, che sembrano quasi volersi prendere gioco di me. 

Chiedetevi sempre perché”, dice Piero Angela, semplice, no? Eppure, se ci facciamo caso, è la domanda che oggi manca più di tutte. Perché i giovani, quelli che incontro, quelli che leggo nei messaggi e nei silenzi dei social, hanno smesso quasi del tutto di chiedersi il perché. 

Non per pigrizia, attenzione: per saturazione. Già… vivono in un mondo dove le risposte arrivano prima delle domande, in pillole da dieci secondi, in video che si incollano l’uno all’altro come un fiume senza argini. E allora il “perché” diventa superfluo, perché tanto c’è già una spiegazione pronta, confezionata, magari assurda ma rassicurante nella sua semplicità. È l’opposto del metodo scientifico, quello che Piero Angela ci raccontava con la pazienza di chi sa che dubitare è l’unico modo serio di avvicinarsi alla verità. Ma oggi dubitare richiede tempo, e il tempo è la merce più scarsa.

Ecco allora che arriva Carlo Rovelli a scombinare le cose, con quel suo “Sull’uguaglianza di tutte le cose”. Splendido titolo, pericoloso se frainteso. Perché Rovelli non sta dicendo che un mattone vale un’idea o che un tweet vale una dimostrazione matematica. Sta parlando di qualcosa di più sottile: che nella fisica, come nella vita, nessun punto di vista è privilegiato, nessuna verità assoluta siede sul trono senza doversi confrontare con le altre. Eppure, guarda cosa ne sta facendo la nostra epoca: dell’uguaglianza dei punti di vista si è costruita una trappola perfetta. Se tutte le opinioni sono uguali, allora anche la Terra piatta vale quanto la gravità, e un complotto sui vaccini pesa quanto cent’anni di immunologia. I social non fanno che ingrassare di questa roba: specchietti per allodole, teorie che girano su sé stesse, mai verificate, mai falsificabili. E i giovani dentro, senza accorgersi che il dubbio non è più l’inizio della ricerca ma l’arma per distruggere qualsiasi certezza, anche quelle fondate.

Ma attenzione, perché Paolo Bananti con “La nuova logica del dominio” ci ricorda che questa confusione non è affatto casuale. C’è qualcuno che guadagna da questo disordine. Chi? Quelli che sanno che una popolazione che non distingue più i fatti dalle favole è una popolazione docile, facilmente orientabile, facilmente impaurita. La nuova logica del dominio non ha bisogno di carri armati o di censure palesi: le basta inondare il flusso di informazioni spurie, creare un rumore di fondo così assordante che alla fine ci si dimentica persino che esiste un metodo per distinguere il vero dal falso. E i giovani, senza saperlo, diventano consumatori di incertezza, addict della prossima rivelazione choc, quella che “loro non vogliono farti sapere”. Ma chi è questo “loro”? Chissà… forse il riflesso della nostra stessa rinuncia a chiedere “perché?”.

Eppure, in mezzo a questo caos, Byung-Chul Han osa parlare di Dio. E non in punta di piedi, ma dialogando con Simone Weil, una donna che ha vissuto sulla propria pelle la contraddizione tra la sofferenza del mondo e la ricerca dell’assoluto. “Parlare di Dio” oggi sembra quasi un gesto fuori tempo massimo, o peggio, un’arma di polarizzazione: o sei credente o sei ateo, o stai con noi o contro di noi. Ma Han suggerisce un’altra strada, più antica e insieme più nuova: tornare a un rapporto con il divino che non sia verticale, autoritario, distante, ma orizzontale, diffuso, quasi pagano. E intendo il paganesimo non come superstizione, ma come quella mentalità sincretista che non aveva bisogno di escludere per credere. Un dio nel ruscello, un dio nel vento, un dio nel volto dell’altro. Una sacralità che non compete con la scienza perché opera su un altro piano, quello del senso, non quello della causa.

Immagina per un momento. Se i giovani ritrovassero non una verità rivelata, ma la capacità di stupirsi della complessità del reale, forse smetterebbero di cercare risposte facili nei complotti. Forse capirebbero che la fisica di Rovelli e la spiritualità di Weil non si combattono: si guardano. Perché la meraviglia di fronte all’universo è la stessa che apre la porta al sacro. Non un Dio giudice, ma un Dio connessione. Un ritorno alle radici naturali del sacro, dove la molteplicità delle vie non è un problema ma una ricchezza. Dove il metodo scientifico ti insegna a non prendere granchi per verità, e la ricerca interiore ti insegna a non ridurre la vita a un algoritmo.

Allora, alla fine di questo giro, forse la sfida è semplice e impossibile insieme: insegnare ai giovani a convivere con le domande senza fuggire nelle risposte facili. Aiutarli a distinguere il dubbio fecondo (quello di Piero Angela) dal dubbio distruttivo (quello dei negazionisti). E poi, con pazienza, riscoprire che l’uguaglianza di tutte le cose non significa che ogni opinione vale l’altra, ma che ogni frammento di realtà merita rispetto e attenzione. Perché la nuova logica del dominio non vince con la forza, ma con la stanchezza. E l’unica via per uscirne è ritrovare la forza di chiedersi sempre “perché”, e magari, nel silenzio che segue, ascoltare qualcosa che assomiglia a una risposta antica e nuova come il mondo: il divino non è lontano, è nel modo in cui la luce cade su una foglia, o in come un ragazzo ritrova il coraggio di dire “non so, ma voglio capire”. 

E questo, mio caro lettore, è già un inizio…

Futuro nazionale? Non cambierà nulla, e proprio per questo servirà a tutti…


Nel mese di febbraio avevo scritto del generale Vannacci che gettava la maschera, di quel suo “Chi mi ama mi segua” con cui aveva presentato “Futuro Nazionale”.

Lo avevo descritto mentre prometteva una destra “vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa”, capace di dare voce a un’Italia che lui stesso definiva “una polveriera pronta a deflagrare”.

E avevo provato a leggere il segnale del suo primo sondaggio, quel 4,2% che sottraeva consensi soprattutto a Fratelli d’Italia e alla Lega, confermando che il suo ruolo non sarebbe stato tanto quello di attrarre nuovi elettori, quanto di ridistribuire le carte all’interno della coalizione di centrodestra.

Oggi, con l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, Vannacci sale sul palco e poi si concede per un’ora alla stampa, e il quadro diventa ancora più nitido. Perché quello che sta accadendo non è solo la nascita di un partito, ma il tentativo molto concreto, molto lucido, di trasformare un’influenza personale in una leva politica capace di spostare gli equilibri del governo.
Ed è qui che voglio arrivare, perché il senso di questa operazione – e lo dico senza mezzi termini – è esattamente questo: il generale Vannacci sta sfruttando l’occasione per costruire un nuovo partito, attingendo a piene mani dal malcontento di tutti coloro che in questi anni si sono sentiti esclusi dai segretari dei tre partiti di governo. Persone che hanno vissuto il tradimento sulla propria pelle, che non si sono più sentite rappresentate, che hanno visto chiudersi porte e finestre davanti alle loro legittime aspettative. Ecco, quelle stesse persone ora guardano a lui. Perché lui si presenta come colui che accoglie, che non respinge, che dice “l’Italia agli italiani” e che non si vergogna di dirlo. E loro, quegli esclusi, quegli “inutili e incompetenti” – per usare una provocazione che calza a pennello – tanto quanto i compagni di viaggio che hanno lasciato nei vecchi partiti, ora vedono in Futuro Nazionale una possibilità di rientro in scena. Una seconda chance. E lo sostengono, finanziariamente e politicamente, proprio per questo.

Ma attenzione: se qualcuno è convinto che con Vannacci cambierà qualcosa di strutturale, di profondo, allora significa che non ha capito nulla. Perché il generale non è il rivoluzionario che promette di abbattere il sistema. È, piuttosto, l’ago della bilancia. Il suo 5% – strappato punto su punto a Lega e FdI – sarà necessario, anzi fondamentale, per far sì che il centrodestra possa tornare a governare. Lui lo sa benissimo. E sa anche che è soltanto grazie a quel suo piccolo ma decisivo esercito di delusi che si potrà evitare la vittoria del centrosinistra, sempre che quest’ultimo, con tutte le sue contraddizioni, riesca mai a coalizzarsi davvero. Ed è proprio per questo che molti puntano su di lui: perché ciascuno di quegli esclusi, ciascuno di quei “figli di nessuno” – come oggi Vannacci stesso li ha definiti, fierissimo di esserlo – spera di rientrare in politica attraverso la porta che il generale ha deciso di spalancare. Una porta che, come ha ribadito in conferenza stampa, è aperta a chiunque, persino a un anarchico o a un esponente della sinistra, purché si conformi integralmente ai principi e agli ideali del partito. Purché si dichiari “futurista”. Altrimenti, ha avvertito con la sua consueta ironia tagliente, “sarà come un gatto in tangenziale”.

Ecco perché, ascoltando la sua maratona oratoria di oggi – quando parla di radici romane e cristiane, di remigrazione, di case occupate da sgomberare cominciando da quelle occupate prima, di costi dell’immigrazione che erodono lo stato sociale – non posso fare a meno di tornare alla domanda che mi ero posto a febbraio: e se, sulla spinta di questa rinnovata energia, non potesse nascere un’alternativa capace di destabilizzare definitivamente il sistema partitocratico? Ma la risposta, oggi, mi sembra più chiara che mai. Non sarà così. Perché Vannacci non vuole destabilizzare il sistema: vuole sedersi al suo tavolo. E lo farà esattamente nel momento in cui il centrodestra, per governare, avrà bisogno di lui.

A quel punto, lui chiederà il conto. E lo pagheranno tutti, anche quelli che oggi lo attaccano. Anche quelli che, come Salvini, lo avevano accolto quando “aveva tutti contro”. Perché la politica, si sa, è anche questo: un gioco di sponde, di fedeltà che si spezzano e di rancori che diventano poltrone. E il generale, da militare qual è, sa bene che a volte la battaglia più importante non è quella che si vince sul campo, ma quella che si fa attendere, fermi, pronti a diventare l’ago della bilancia.

USA-IRAN: Pace sì, ma non con le mani sporche del sangue di chi sperava…


Buongiorno, ho ascoltato pochi minuti fa dell’accordo di pace che a breve si dovrebbe finalmente per compiere, ma io, perdonatemi,  sono ancora fermo a quel quadro – 

pubblicato nel mio blog alcuni mesi fa – quello in cui vedo ancora, una  donna iraniana che soffre.

Certo si trattava di un’opera con i contorni sfumati, astratta, con i colori un po’ confusi, ma il dolore che emanava – credetemi – era fin troppo concreto, tagliente, reale. 

Ed è proprio ripensando a quella figura indefinita che mi assale una domanda che non vorrei farmi, ma che non posso certamente ignorare: ci ricordiamo ancora chi è stato ucciso in questi mesi per la libertà o siamo tutti talmente presi dalla smania di ritornare a quelle condizioni di stabilità apparente, dal desiderio egoistico di avere nuovamente petrolio e gas a buon mercato, da scegliere consapevolmente di barattare la nostra dignità – e con essa la loro possibilità di democrazia – per un serbatoio meno caro?

Lo dicevano ieri e lo ripetono oggi, che l’accordo tra Stati Uniti e Iran è imminente. Trump ha scritto sul suo Truth che dopo la firma, lo Stretto di Hormuz, sarà aperto a tutti; che il suo accordo non è come quello di Barack Hussein Obama, ma un vero e proprio muro contro l’arma nucleare. Il Pakistan, che fa da mediatore, parla di firma elettronica, di colloqui tecnici, di una pace finalmente a portata di mano.

Ma io, davanti a questa notizia, non posso che dire una cosa: certo, come tutti voi voglio la pace… ma non a qualsiasi prezzo e soprattutto non al prezzo della democrazia!

Perché la verità, nuda e cruda, è che in Iran non esiste alcuna libertà. È una verità che viene strangolata da un governo dittatoriale che non molla la presa da oltre quarant’anni e in questi giorni, mentre i media si riempiono di dichiarazioni trionfalistiche e i mercati tirano un sospiro di sollievo all’idea che il petrolio torni a fluire, io penso a chi soffre in questo preciso istante: donne, giovani, bambini.

Perché il problema, oggi, non è più la guerra. La guerra, se i giornali dicono il vero, finirà. Il problema è ciò che viene dopo. Perché questo trattato, per come lo raccontano, non chiede all’Iran di cambiare. Non chiede democrazia. Non chiede diritti per le donne e i regazzi, per gli anziani, per i bambini che in quarant’anni di regime hanno solo imparato a subire. Chiede solo una cosa: che il programma nucleare venga bloccato. Tutto il resto – la dittatura, le esecuzioni, la repressione, la fame distribuita dall’alto mentre i capitali vengono nascosti all’estero – tutto il resto resta lì, intatto, come se non fosse mai stato un problema.

E allora io me ne fotto della pace, se questa pace significa voltarsi dall’altra parte.

Penso a chi, in questi mesi – quando ancora si combatteva – aveva osato sperare, già… aveva auspicato che quella guerra, per quanto atroce, potesse essere l’ultimo spintone verso un cambio di regime. Aveva desiderato che le bombe, almeno in questa circostanza, avessero portassero qualcosa di buono: Sì… la fine di una tirannia! 

Adesso, invece, quelle stesse persone – donne, giovani ragazzi, bambini che non hanno mai avuto voce – capiscono in cuor loro che tutto, anche quella fievole speranza, è andato definitivamente perso. Il regime non solo resta in piedi, ma esce da questa guerra con una vittoria politica: ha negoziato da pari con gli Stati Uniti, ha ottenuto che si parlasse di pedaggio per Hormuz, ha spostato la questione nucleare a una seconda fase. E il popolo? Il popolo torna a fare quello che ha sempre fatto: subire!

Perché la verità, nuda e cruda, è che il prezzo della nostra comodità – il petrolio a buon mercato, i fertilizzanti per l’agricoltura, la stabilità dei flussi migratori – lo stanno pagando ancora una volta loro. Quelli che non hanno scelto. Già… quelli che non hanno mai scelto! 

E mentre Tajani parla di missioni della Marina Militare per liberare Hormuz, mentre Trump si prepara agli incontri bilaterali al G7 con Macron e i leader del Qatar, degli Emirati, dell’Egitto, io guardo quella che non sarà mai una notizia da prima pagina: il volto di quella donna iraniana che, ancora una volta, vede allontanarsi la libertà.

Non è possibile, non è moralmente accettabile, barattare la libertà altrui per un barile di petrolio in più o per qualche centesimo risparmiato alla pompa. Il prezzo della nostra comodità non può essere pagato con il loro sangue!

E lo dico chiaramente, senza mezzi termini: me ne fotto di dover fare sacrifici, me ne fotto se questo significa rinunciare a certe comodità, se questo può servire a ridare speranza a un popolo che la democrazia la sogna da sempre. Me ne fotto, perché il prezzo della libertà – la loro libertà – non si baratta. Non oggi. Non domani. Non con questo trattato, che vedrete – ve lo dico fin d’ora – non porterà a nulla: servirà soltanto a posticipare un nuovo conflitto, o a concedere all’Iran il tempo necessario per preparare l’arma nucleare.

Pace sì. Ma non con le mani sporche del sangue di chi sperava!

L’Italia non partecipa ai Mondiali per la terza edizione consecutiva. Poco importa… per chi ama il calcio, vederlo – anche senza la nazionale – risulta sempre bellissimo!


Peccato che non sia vero o meglio, peccato che questa leggerezza sia un lusso che non possiamo più permetterci. Perché tre volte non è un caso, non è sfortuna, non è un rigore sbagliato o un arbitro discusso. Tre volte di fila significa che qualcosa si è rotto in modo profondo, strutturale, e quel qualcosa ha nomi, cognomi e responsabilità precise. Ma nel nostro Paese, si sa, le responsabilità sono sempre un concetto sfuggente, qualcosa che appartiene agli altri, mai a chi comanda davvero.

Il giorno dopo la partita persa contro la Bosnia, l’ennesima, ho letto che qualcuno aveva cominciato a parlare di rifondazione. Parola grossa, parola nobile, ma in Italia le parole hanno il vizio di restare sospese nell’aria, senza mai tradursi in fatti. C’è chi chiede un passo indietro, chi invoca un cambiamento drastico partendo dalla classe dirigente, chi ricorda che tre eliminazioni consecutive non sono più un’eccezione ma stanno diventando una regola. Eppure, osservando le cose da una certa distanza, viene da chiedersi: ma è possibile che nel nostro Paese, quando la politica decide di occuparsi di qualcosa che non la riguarda – o peggio, quando lo fa senza possedere le competenze necessarie – il risultato sia quasi sempre disastroso?

Non perché manchi la buona volontà, attenzione. Ma perché manca la sostanza. Perché quei soggetti che vengono posti a certi ruoli dirigenziali non ci arrivano per merito, non ci arrivano per capacità. Ci arrivano perché sono amici di qualcuno, perché fanno parte di un sistema che li protegge, li copre, li tiene al caldo anche quando tutto intorno crolla. E allora succede che anche nel calcio, come nella politica, come nell’economia, come in quasi ogni settore di questo Paese, chi sbaglia non paga. Chi fallisce non viene allontanato. Anzi, spesso viene promosso.

Ascoltate chi ha davvero competenza, chi il calcio lo vive sulla propria pelle. L’ex allenatore del Sassuolo, De Zerbi, intervistato su Rai1, parla di un sistema da rifondare completamente dalla base, non solo di qualche testa da far cadere per rabbia del momento. Ci ricorda che il problema non è l’allenatore di turno, ma una logica perversa che premia chi spende meno, chi investe poco nel settore giovanile, chi considera le strutture un costo e non una risorsa. Ma non solo, sottolinea che ci stiamo abituando a non esserci, che un Mondiale senza l’Italia lo si segue perché si ama il calcio, certo, ma il sapore è totalmente diverso. Come perdere un sapore che si conosceva bene, come dimenticare un’emozione che non si prova più.

E pensare che c’è un’intera generazione di bambini e ragazzi che non ha mai provato quella sensazione lì. Che non sa cosa significhi un’estate scandita dai Mondiali, con giugno e luglio trasformati in stati d’animo, con l’attesa che diventa un motore capace di cambiare l’umore di un Paese intero. Perché il piacere non sta nel risultato acquisito, sta nell’incertezza, nel rischio, in quell’attimo in cui tutto può ancora succedere. Ecco, quell’attimo qui da noi non arriva più. Perché l’incertezza, ormai, è solo su chi dovrà dimettersi, non su chi vincerà la partita.

E mentre si susseguono dichiarazioni, appelli, interrogazioni parlamentari, riunioni urgenti, io continuo a osservare una cosa semplice ma inquietante. Nel nostro Paese funziona così: si sbaglia, si fallisce, ma si resta. Si resta perché c’è sempre un amico che ti copre, un collega che ti difende, un sistema che preferisce la stabilità alla competenza. Si resta perché chiedere le dimissioni di qualcuno è considerato un gesto eccessivo, quasi maleducato, anche quando quel qualcuno ha fallito tre volte di fila. Si resta perché in Italia la responsabilità è una parola che usiamo spesso ma che non sappiamo davvero cosa significhi.

Allora non dobbiamo sorprenderci se perdiamo. Non dobbiamo meravigliarci se la nostra Nazionale resta a casa mentre altre giocano. Perché prima di perdere le partite, abbiamo smesso di pretendere responsabilità. Abbiamo smesso di chiedere che chi sbaglia paghi, che chi fallisce faccia un passo indietro, che chi non è all’altezza venga sostituito da qualcuno più capace. E senza responsabilità, senza meritocrazia, senza quella sana crudeltà che impone di allontanare chi non funziona, un Paese non va da nessuna parte. Né nel calcio, né nel resto.

Ci vuole un cambiamento drastico. Ma un cambiamento drastico non significa cambiare i nomi sulla porta e lasciare intatte le logiche di sempre. Significa ribaltare il sistema, ricominciare dalla base, pretendere che la classe dirigente sia la migliore e non la più raccomandata. Significa smettere di proteggere gli intoccabili, quelli che restano al loro posto nonostante tutto, non perché abbiano chissà quale capacità – finora mai dimostrata – ma perché fanno parte di quel sistema di potere che li tiene lì, al sicuro, intoccabili appunto.

Finché sarà così, finché l’errore non avrà conseguenze e il fallimento non porterà a dimissioni, noi continueremo a perderci le estati dei Mondiali. E i nostri ragazzi continueranno a non sapere cosa si prova. E qualcuno, da qualche parte, continuerà a dire che la responsabilità è sua, ma senza mai fare quel passo indietro che sarebbe, finalmente, il primo gesto serio.

Ma d’altronde la prima colpa a chi darla se non a noi: ho dato uno sguardo alle ultime elezioni e quindi, cosa dovrei aspettarmi mai dai miei connazionali. Sì… meglio guardare i Mondiali in Tv, senza la nazionale!

Quando l’inchiesta non arriva in fondo (forse) un motivo c’è! Già… vi sono informazioni che farebbero cadere un governo (e chissà… se è proprio per questo, che nessuno tocca quei soggetti che le possiedono…).


Già” partiamo da qui, da questa piccola parola che è come un pavimento di vetro: sembra reggere, sembra solido, sembra che tu possa camminarci sopra senza paura, ma basta un passo falso, basta uno sguardo troppo insistente verso il basso, e ti accorgi che sotto c’è il vuoto. O meglio, non esattamente il vuoto: c’è tutto ciò che non può essere portato alla luce.

Perché quando ci si imbatte in una storia importante, un’inchiesta che sembrava destinata a mettere a nudo tutta la verità, ecco che improvvisamente comincia a perdere pezzi, a sfumare, a non arrivare mai davvero ad una conclusione, ed io, consentitemi – da un bel pezzo – ho smesso di credere alla fatalità o alla semplice incompetenza.

Forse è solo una fissazione, ma a me capita di chiedermi: e se un motivo ci fosse? E se dietro quel muro di ombre, di sentenze scritte in un linguaggio che sembra voler nascondere più di quanto riveli, di dibattiti che puntualmente deragliano sul chi e sul come e mai sul cosa, si celasse qualcosa di molto più concreto?

Qualcuno, da qualche parte, possiede informazioni, non semplici notizie, intendiamoci. Pacchetti di realtà, dettagli precisi, nomi, date, fotografie, informazioni che, se solo dovessero venire a galla tutte insieme, senza i soliti filtri, senza le solite mediazioni all’italiana, sarebbero capaci di spazzare via un governo o forse anche più di uno, attuale o anche precedenti, già… forse l’intero castello di carte che qualcuno chiama “sistema”.

E allora viene il dubbio, quello vero. Quello che nessuno vuole pronunciare ad alta voce. E se il motivo per cui nessuno tocca quei soggetti, quei presunti intoccabili, non fosse il loro potere politico o economico? Se fosse molto più semplice e molto più spaventoso? Se fosse che quei soggetti non sono potenti nonostante quelle informazioni, ma proprio perché le posseggono?

Perché, vedi, un’informazione così pesante non è un’arma che si può usare e basta. È una rete. E chi ci resta impigliato dentro rischia di essere proprio colui che prova a tirarla su. Da noi, in Italia, questo lo sanno bene. Forse lo sanno troppo bene. 

Ecco perché, quando una di quelle storie minaccia di diventare troppo vera, troppo chiara, troppo scomoda, accade sempre qualcosa. La procura generale che smentisce, il testimone che ritratta, il dibattito che improvvisamente si sposta su chi ha raccontato e non su cosa è stato raccontato.

È come una danza… elegante, perfetta, inconcludente!

E alla fine, l’inchiesta non arriva in fondo. Non perché manchi la verità, ma perché qualcuno, in silenzio, ha deciso che è meglio così. Meglio un’ambiguità che tiene tutti in scena che una verità che farebbe calare il sipario per sempre.

Chissà…. forse è proprio per questo che nessuno tocca quei soggetti che le possiedono.

Forse, semplicemente, non conviene.

Già… a nessuno!

Ponte sullo stretto? Dei lavori, nemmeno l’ombra, ma il mercato delle tangenti è già in pieno regime!


E così, mentre i lavori del ponte non sono ancora iniziati – anzi, in molti dicono che non inizieranno mai –  le tangenti, guarda un po’… sono partite da un pezzo!

Già, perché c’è una sorta di legge non scritta in questo Paese: quando si parla di grandi opere, il cantiere dei reati apre sempre prima di quello vero. E l’ultima inchiesta che arriva da Roma non fa che confermare un sospetto che, tra noi, avevamo già da tempo.

Pare che alcuni soggetti nei mesi scorsi, abbiano cercato di corrompere non uno, ma addirittura due magistrati contabili. Gente che avrebbe dovuto vigilare, e che invece è stata avvicinata con quella proverbiale disinvoltura che contraddistingue chi si sente protetto, già… da chissà quali scudi. 

Il tentativo, per fortuna, è fallito: quei due giudici non hanno abboccato, hanno rifiutato inviti e promesse. Ma è il metodo che fa riflettere, quello stesso meccanismo già sperimentato con un altro ex magistrato, al quale sarebbero state offerte cariche future in cambio di informazioni riservate sull’andamento della procedura. Un’alleanza basata sullo scambio: tu mi tieni aggiornato sugli umori dei colleghi, sulle spaccature interne, su chi vota come, e io ti garantisco un approdo dorato dopo la pensione.

Le intercettazioni, poi, sono di una trasparenza quasi imbarazzante. Si sente uno degli indagati raccontare all’altro le confidenze ricevute: che c’è stata una frattura pazzesca, che qualcuno se n’è andato per non votare. E nello stesso tempo, dall’altra parte, il magistrato contatta l’imprenditore per spiegargli perché ha evitato una manifestazione pubblica. Non voleva trovarsi in difficoltà, dice, di fronte alle domande dei giornalisti. Perché lui, a differenza di quei deficienti dei suoi colleghi, la pensava diversamente. Ma come poteva dirlo apertamente, senza creare una crisi istituzionale? Così ha scelto il silenzio, o meglio, ha scelto il canale privato, la confidenza, il favoreggiamento discreto.

I rapporti, a questo punto, diventano così stretti che il magistrato si rivolge al suo interlocutore persino per trovare un architetto di fiducia, qualcuno che gli faccia un preventivo meno caro per sistemare le case dei figli. Un dettaglio quasi grottesco, se non fosse che racconta meglio di qualsiasi relazione l’intimità di un legame che ormai ha valicato ogni confine tra potere pubblico e interesse privato.

E ora i carabinieri hanno sequestrato computer, cellulari, documenti. Si cercherà di ricostruire tutto, filo per filo. Ma al di là dei nomi e delle singole responsabilità, a me resta impressa una sensazione amara, quella che da anni accompagno quando scrivo di questa storia. 

Perché il ponte, ce lo ricordiamo, doveva essere il simbolo della rinascita del Sud, il collante tra due sponde, la risposta a decenni di abbandono, invece, puntualmente, si trasforma nella vetrina di un sistema di potere che unisce politica, affari e, talvolta, anche giustizia, in un intreccio opaco e autoalimentato.

Qualcuno, nei giorni scorsi, ha detto che la giustizia deve fare il suo corso ma il progetto deve andare avanti. Non si deve strumentalizzare, si dice. Ecco, io invece credo che sia proprio il contrario: è solo facendo i conti con queste crepe profonde – con questi tentativi di corruzione, con questi segreti di ufficio trasformati in merce di scambio – che si può capire se un’opera è davvero nell’interesse di tutti o soltanto nell’interesse di pochi. 

Perché finché i cantieri restano chiusi ma le trame sono già aperte, il sospetto che il ponte non sia stato pensato per unire uno Stato, bensì… per unire due sponde di affari, ecco, quel sospetto diventa ogni giorno più difficile da ignorare.

Il miraggio dell’ideologia: Quando Hitler indossa la kefiah. E infine, un pensiero… e, soprattutto, una speranza.


Buongiorno… inizio stamani parlando di un’immagine riprodotta su un muro, perché a volte l’arte riesce a dire ciò che le parole, impigliate nella cortesia del dibattito, non osano proferire.

Qualche giorno fa, durante una manifestazione pro-Palestina, è apparso lungo il percorso del corteo un affresco dell’artista italiano AleXsandro Palombo, che raffigurava Adolf Hitler mentre applaudiva, con una kefiah palestinese annodata al collo e una fascia rossa al braccio su cui spiccava una sola parola: “HATE” (odio).

Ed allora mi sono chiesto: ma chi guarda quell’immagine, cosa sta realmente osservando? Perché nessuno tra i presenti, credo, potrebbe credere davvero che Hitler abbia indossato una kefiah. E quindi, si tratta di un’assurdità non solo visiva, ma soprattutto storica. Eppure in molti si sono fermati a guardare quell’immagine, che – ripeto – non rappresenta un fatto, bensì (ma solo… per alcuni) un miraggio.

Ma si sa… un miraggio non è altro che una bugia, qualcosa che appare reale solo finché restiamo a distanza, finché non proviamo a toccarla, prima di accorgerci quindi che non esiste.

Ed allora viene spontaneo chiedersi: che cosa sta davvero dicendo quella figura grottesca? Il miraggio dell’ideologia funziona esattamente così: ti promette una verità nitida, un nemico ben riconoscibile, una giustizia totale, ma appena ti avvicini scopri che l’acqua era solo sabbia e il senso di marcia un’illusione ottica.

Ed è qui difatti che il discorso si fa sottile, perché quella kefiah al collo di Hitler non è solo un oltraggio alla memoria, è il sintomo di una trasformazione più profonda. Quello che in molti chiamiamo “palestinismo“, infatti, non è il semplice e legittimo sostegno al popolo palestinese, ma un miraggio ideologico che ha trasformato in questi anni la Palestina e il suo popolo in un simbolo globale, una lente universale capace di interpretare ogni forma di oppressione come se fosse la stessa cosa.

Ed allora, imperialismo, capitalismo, razzismo sistemico, omofobia, ma non solo, anche odio interreligioso, tutto passa attraverso quella lente, tutto diventa declinabile nella stessa narrazione, tutto si appiattisce in un’unica, rassicurante contrapposizione tra oppressi e oppressori.

In Occidente, questo fenomeno viene spesso descritto come una “geopolitica sentimentale” o una postura morale, ma forse è più corretto chiamarlo con il suo nome: un miraggio intellettuale che promette profondità analitica, ma consegna solo semplificazione emotiva, una scorciatoia che evita la fatica di distinguere, di contestualizzare, di ammettere che il dolore non è mai uguale a se stesso e che usare una tragedia per spiegare tutte le altre è, in fondo, una forma di pigrizia morale travestita da militanza.

Certo, esiste anche una corrente più dura di questo “palestinismo“, quella che gli analisti storici definiscono come nazionalismo armato o ideologia religiosa che persegue la lotta armata e nega storicamente il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele.

E anche qui, il miraggio gioca la sua parte: l’idea che la violenza possa essere pura, che una causa giusta non abbia mai bisogno di compromessi, che la soluzione a due Stati sia un tradimento e la coesistenza una debolezza.

Ma è proprio questo il paradosso del miraggio: più ti convinci di camminare dritto verso la liberazione, più ti allontani dalla possibilità concreta della pace!

Perché l’ideologia, quando diventa totalizzante, quando non tollera sfumature né contraddizioni, finisce per alimentare proprio quel sistema che dice di voler abbattere. Produce propaganda, non soluzioni, influenza il dibattito pubblico, non la vita reale delle persone che dice di voler difendere. E così, mentre sventoliamo bandiere e ripetiamo slogan, il miraggio si fa spesso, e l’acqua della giustizia si rivela ancora una volta polvere e deserto.

E allora ritornando nuovamente a quell’affresco di Palombo, a quel Hitler con la kefiah che nessuno ha mai visto, se non nella fantasia di un artista, perché l’immagine si sa… non è realistica, è appunto un miraggio, ma un miraggio costruito con un intento preciso: smascherare la natura illusoria di certe derive ideologiche, mostrare come l’odio più atavico possa travestirsi da abito nuovo, come la memoria della Shoah possa essere non solo dimenticata ma strumentalizzata, piegata a una narrazione che la svuota di significato per riempirla di altro.

Ecco perché forse, l’unico modo per non cadere in questo inganno è imparare a distinguere, con pazienza e coraggio, tra sostenere un popolo e adorare un’ideologia, tra gridare giustizia e costruire pace, tra guardare il miraggio e chiedersi da dove provenga davvero la luce che lo genera.

E questo – me ne rendo conto mentre scrivo – è un esercizio faticoso, scomodo, poco adatto ai ritmi del dibattito contemporaneo. Ma forse è proprio questa fatica il prezzo da pagare per non ritrovarci, un giorno, ad applaudire convintamente senza nemmeno voltarci a guardare chi ci sta accanto, magari un fratello che abbiamo smesso di riconoscere, già… nel miraggio che abbiamo (forse anche senza volerlo) contribuito a creare.

Infine, un pensiero, e soprattutto, una speranza…

Credo che entrambi gli stati, quello palestinese e quello israeliano, meritino di trovare definitivamente un loro posto nel mondo. Ma soprattutto, devono ripartire insieme per costruire, in quella terra, un unico popolo che possa convivere, senza dimenticare che entrambi, sin dall’antichità, sono sempre stati legati in quanto fratelli e sorelle, discendenti da una stessa stirpe genetica, quella dei semiti. 

Le scoperte dell’archeogenetica hanno difatti confermato ciò che la tradizione biblica aveva già narrato: ebrei e palestinesi condividono gran parte del loro DNA, essendo entrambi eredi delle antiche popolazioni cananee che abitavano la Terra di Israele già tremila anni fa. 

Abramo non è padre di un solo popolo, ma di due: Ismaele e Isacco. Da Isacco discende Giacobbe, e da Giacobbe il popolo d’Israele. Da Ismaele discendono invece le popolazioni arabe. Due fratelli, separati da una storia che ha trasformato una parentela di sangue in una rivalità di secoli. 

Eppure, se si torna abbastanza indietro con lo sguardo, quella rivalità scompare. Non c’erano muri, non c’erano confini, non c’erano bandiere, c’erano solo famiglie che coltivavano la stessa terra, pregavano lo stesso Dio con nomi diversi, piangevano gli stessi morti. 

Già… la narrazione che vuole ebrei e arabi come nemici eterni è un’altra costruzione ideologica, un altro miraggio che serve solo chi ha interesse a mantenere aperta la ferita. Perché la verità, scomoda e bellissima insieme, è che non esiste un “noi” e un “loro” geneticamente separati, esiste soltanto un “noi” che ha dimenticato di essere tale. 

E forse, l’unico modo per uscire davvero da questa spirale di odio e propaganda è smettere di parlare di due popoli in guerra e cominciare a ricordare che sono sempre stati, prima di tutto, una sola famiglia che ha solo smarrito la strada di casa.

La Sicilia dei cantieri fantasma e dei “contractor” intoccabili. Ma chi paga il conto, alla fine?


Ed eccoci qui, puntuali come un orologio che segna sempre la stessa ora, già… quella del malcostume italiano. Ho appena letto la notizia che i sindacati in Sicilia chiedono a gran voce un tavolo di crisi per un importante gruppo italiano di costruzioni e ingegneria civile, perché il solito meccanismo si è inceppato o forse sarebbe più giusto dire che ha funzionato perfettamente,  come al solito.

C’è un concordato in bianco, un’opera strategica che rischia di diventare l’ennesimo problema di cemento abbandonato, e un general contractor che, guarda caso, si sta sfilando, lasciando dietro di sé un deserto di incertezze e lavoratori appesi a un filo.

Lo so, lo ripeto da anni, e ogni volta sembra di ascoltare la registrazione di un vecchio nastro. Ricordo quando alcuni anni fa, era il 2022, sottolineavo l’assurdo di quelle dinamiche perverse: imprese che chiudevano mentre i general contractor, quelli seduti comodi al tavolo dei comandi, non solo sopravvivevano ma addirittura traevano vantaggio dalla sofferenza altrui.

Era già chiaro allora che il problema non fosse l’aumento dei prezzi o la guerra alle porte, ma una struttura che permettesse a qualcuno di guardare gli altri affogare, mentre quest’ultima restava tranquillamente a galla. E poi ancora, la ciliegina sulla torta, quei pagamenti a 120 giorni che strangolano la liquidità di chi lavora davvero, mentre chi dovrebbe pagare si è saputo celare dietro clausole giuridiche e silenzi appositamente predisposti.

Ma non solo, sono ritornato sullo stesso tema… qualche mese fa, con una riflessione amara sulla giustizia a senso unico. Ricordo perfettamente le mie parole: chi opera onestamente subisce il torto e la beffa. E così, mentre il piccolo imprenditore, quello che ha presentato ogni documento, la certificazione antimafia, le garanzie, si vede recidere il contratto per aver osato chiedere ciò che gli spettava, lo Stato prepara indennizzi miliardari per il general contractor di turno. Una buona uscita, a volte più lucrosa del completamento dell’opera stessa.

Mi chiedo: dove sta il rischio d’impresa, in questo gioco? Dove la meritocrazia? No, qui il rischio lo corre solo chi sta in basso, mentre chi sta in alto ha già firmato un contratto che lo copre da ogni evenienza. Potremmo definirlo il trionfo della rendita, della politica che protegge i suoi amici, di un sistema che non vuole proprio imparare, anzi, continua appositamente a fare gli estessi errori!

E oggi, leggendo di questa nuova vertenza, non posso fare a meno di pensare a ciò che ho scritto ancor più recentemente, già… proprio a febbraio di quest’anno. Parlavo di cantieri e affermavo una cosa: non è un incidente di percorso, ma il percorso stesso!

Perché la crisi di questi grandi consorzi non è una sfortuna che cade dal cielo, è una scelta politica, una strategia di sistema. Lo sanno tutti, ma nessuno fa nulla. I sindacati chiedono un tavolo, i politici annuiscono, si tengono riunioni, si sprecano parole. E nel frattempo le imprese locali, quelle che hanno il sudore sulla fronte e la competenza nelle mani, chiudono una dopo l’altra. E i lavoratori restano senza stipendio. E le opere strategiche per la Sicilia, diventano monumenti alla vergogna.

Allora, fatemi capire: perché continuiamo ad affidare il destino della nostra terra a questi intermediari distanti, spesso radicati al Nord, che conoscono i nostri cantieri solo attraverso bilanci e contratti capestro? Perché non si investe sulle imprese del territorio, quelle che conoscono ogni pietra, ogni piega del terreno, ogni difficoltà logistica di quest’isola meravigliosa e complicata?

La risposta, se me la consentite, la conoscete bene. Perdonate la franchezza, ma siete in parecchi – miei cari conterranei – a fare in modo che quanto solitamente accade poi si ripeta. È una questione di potere, di segreterie politiche che gestiscono assunzioni, di giri di poltrone e di favori, di appalti concessi alle solite imprese amiche, sì, quelle a cui sono fortemente legate grazie ai soliti “amici“.

E poi c’è il gioco dei perdenti, i cui nomi sono stati scritti in quella lista sin dall’inizio: sono sempre i soliti, quelli che con onestà cercano solo di lavorare, mentre il tempo intanto scorre e loro senza saperlo, ne pagheranno le conseguenze…

Qui i sindacati dicono che c’è una scadenza, il 19 giugno, per trovare una soluzione concordataria, altrimenti si va verso l’amministrazione straordinaria. Ma ditemi – esprimendo anticipatamente la grande fiducia che ho nel loro operato – cosa cambierà? Un nuovo nome, una nuova sigla, magari un subentro pilotato da qualcuno che già conosciamo. E poi per cosa, per vedere fra un paio d’anni, la stessa scena?

Un altro cantiere fermo, un’altra cordata di imprese locali in ginocchio, un altro general contractor che incassa l’indennizzo e passa oltre, lasciando ovunque polvere e macerie. Perché questo Paese, e la mia Sicilia in particolare, sembra non voler imparare mai. 

E io continuo a chiedermi – forse ingenuamente – fino a quando permetteremo che la nostra economia venga distrutta dalle stesse mani che dovrebbero costruire il nostro futuro.

Il tradimento non ha un volto, ma un distintivo: Già… è una password venduta al miglior offerente!


Ci sono mattine in cui, aprendo il web e leggendo alcune notizie, ti senti come se quelle parole ti avessero trafitto. Una lama sottile, quasi senza far rumore. Solo dopo qualche minuto, riflettendo su quanto accaduto, inizi ad avvertire il dolore.

Questo è quanto accaduto alcuni giorni fa, mentre scorrevo le ultime notizie giunte dalla Procura di Napoli, quelle che parlano di un’altra ferita inferta a quel patto di fiducia che credevamo ancora saldo.

Già… perché non si è trattato di semplici errori, non questa volta, si parlava di circolazione di numeri, per ottenere illegalmente denaro, denaro da togliere il fiato: settecentotrentamila accessi illeciti a banche dati riservate, in appena due anni. Seicentonovantamila compiuti da un agente, centotrentamila da un altro. Nessuna giustificazione di servizio, nessun movente nobile, solo il gesto secco e ripetuto di chi sapeva di tradire, e lo faceva con la stessa naturalezza con cui si allaccia la divisa al mattino.

E così, mentre leggevo i dettagli di quell’indagine coordinata da Nicola Gratteri, mi tornavano alla mente quelle parole che avevo scritto tempo fa, quando un altro ufficiale, un altro nome che non meritava di essere ricordato, aveva scelto di vendere il silenzio delle indagini a chi sapeva di essere nel mirino. 

Allora pensavo che il male si nascondesse dietro le pieghe di un dialogo notturno in uno studio legale vuoto, dietro una telefonata sussurrata, uno scambio di favori travestito da opportunità e invece no, oggi abbiamo scoperto che esiste persino un tariffario, un file Excel trovato durante una perquisizione, dove accanto al nome della vittima compariva il prezzo: da sei a venticinque euro per un’informazione sottratta all’Inps, all’Agenzia delle Entrate, persino alle banche dati del Ministero dell’Interno.

Già… soltanto sei euro per violare la vita di un imprenditore, venticinque per quella di un calciatore famoso, di un cantante, di un attore, come se la dignità delle persone fosse solo una merce da mettere in vetrina.

Ti chiedo ora, mentre leggi questo post, di fermarti un istante, perché non è solo il denaro a far male, già… è la consapevolezza che chi indossa una divisa, chi giura di proteggerti, può trasformarsi nella creatura più pericolosa che esista: quella che conosce i tuoi segreti e li usa contro di te. Non parlo di casi isolati, di qualche mela marcia qua e là, parlo di un meccanismo ben oliato, di una rete che coinvolge non solo agenti infedeli, ma anche dipendenti dell’Inps, direttori di filiali postali, funzionari pubblici che hanno scelto di mettere le loro credenziali al servizio di un mercato nero dell’informazione. 

E poi ci sono tutte quelle agenzie, quelle che raccolgono e rivendono i dati come se fossero pacchetti di sigarette. Almeno dieci società sparse tra Napoli, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano, che quotidianamente compulsavano gli archivi, chiedendo informazioni su cantanti, attori, vertici di aziende farmaceutiche, manager, imprenditori, persino famiglie “nobiliari”. Nessuno era al sicuro. Nessuno poteva sapere, fino a ieri, che la propria vita era stata spiata, catalogata, venduta.

Ecco, è proprio qui che ritorna il nodo doloroso di quelle riflessioni che avevo condiviso anni fa. Perché la corruzione non è mai stata una questione di singoli, è un sistema, una rete invisibile che si nutre di silenzi, di occhi che si chiudono al momento giusto, di piccole complicità quotidiane. Quando chi dovrebbe vigilare diventa complice, quando chi dovrebbe indagare viene corrotto, non assistiamo più a un errore. Assistiamo a un crollo silenzioso dell’idea stessa di giustizia. 

E la cosa più triste, la più umana, è che poi la gente si abitua. Si dice: tanto è sempre stato così. Tanto non cambierà mai nulla. E invece io credo, ho sempre creduto, che l’integrità non sia una parola da slogan. È un atto di resistenza, e va difeso ogni giorno, anche quando nessuno sta guardando.

Perché se oggi due agenti hanno potuto accedere settecentotrentamila volte a dati sensibili senza che nessuno si accorgesse di nulla, significa che il problema non è solo nelle loro coscienze, ma è bensì nella mancanza di controlli che come ripeto spesso: non ci sono! Già… in tutte quelle procedure che non funzionano, in quella zona grigia dove il potere si muove nell’ombra e scambia favori come monete. 

E pensare che tutto questo è emerso solo grazie a un’indagine partita proprio da quegli accessi massivi, da un algoritmo che ha suonato l’allarme, da un pool di magistrati che ha deciso di non voltarsi dall’altra parte. Ma quante altre reti simili stanno ancora operando indisturbate? Quanti altri poliziotti infedeli, dipendenti corrotti, agenzie senza scrupoli continuano a spiarci, a venderci, a trasformare le nostre vite in un prodotto da scaffale?

Non voglio fare nomi, non mi interessa trasformare questa riflessione in un elenco di colpevoli. I nomi li conosciamo già dalle cronache, ma il punto non sono loro, non sono i vip. Il punto siamo noi, tutti quelli che potrebbero essere finiti in quel server sequestrato dove giacciono più di un milione di dati sensibili ancora da analizzare. Perché il mercato nero delle informazioni non colpisce solo i famosi. Colpisce chiunque abbia una vita, un conto in banca, una cartella clinica, un precedente penale cancellabile. Colpisce la tua vicina di casa, il tuo collega di lavoro, forse anche te. 

E mentre scrivo, mentre provo a dare un senso a questa rabbia che non vuole spegnersi, mi torna in mente quella frase detta dall’ex amministratore dopo l’incontro notturno con il colonnello: «Stiamo attenti alle parole, alle persone intorno a noi». Un avvertimento che oggi suona profetico, perché in un mondo dove persino chi dovrebbe proteggerti può tradirti, l’unica difesa è non abbassare mai lo sguardo.

Ma io non mi abituerò. Non mi abituerò all’idea che una divisa possa essere sporca prima ancora di essere indossata, che il dovere possa trasformarsi in mercato, che la giustizia possa essere comprata con un posto di lavoro o con venticinque euro. Perché ogni volta che accade, non è solo un uomo a cadere. È l’intera architettura della fiducia a vacillare. 

Ed è per questo che oggi, mentre chiudo questo pensiero, sento il bisogno di ripetere a me stesso e a chiunque voglia ascoltare: non voltiamoci. Non diciamo «tanto non cambia nulla». Perché la risposta non è nelle leggi, non è nei controlli, non è nemmeno nelle denunce. È nella scelta quotidiana di non accettare mai che il male abbia l’ultima parola. Anche quando sembra che nessuno stia guardando. 

Anche quando la cenere sembra ormai fredda. Perché sotto quella cenere, lo sai, il fuoco può sempre riaccendersi. Sta a noi decidere se lasciarlo ardere in silenzio o se, finalmente, avere il coraggio di soffiare via le braci.

Ricordare senza agire è soltanto… “vuoto”! Lo dicevo prima delle sentenze, lo ripeto oggi. E tu?


In giorni come questi, già… dopo aver ascoltato alcune sentenze in Tv, mi capita spesso, di fermarmi a pensare a cosa resta davvero di chi ha lottato, affinché la verità su quell’intreccio marcio tra politica, imprenditoria e mafia, emergesse in tutta la sua gravità.

Sì… certo, restano le date, restano i discorsi celebrativi, i convegni, le corone davanti ai monumenti, il minuto di silenzio che molti osservano distrattamente mentre il pensiero corre già al ritorno a casa, ma poi, trascorsa la ricorrenza, tutto torna come prima.

E allora mi domando: che senso ha ricordare, se quel ricordo non ci smuove un solo nervo? 

Già… perché ricordare senza agire è soltanto vuoto! È come riempirsi la bocca di parole solenni per poi non tradurle mai in gesti concreti.

Ed allora penso a tutti quegli uomini e donne che hanno dato la vita per questo paese, che hanno sacrificato tutto perché noi potessimo sederci qui, stasera, e discutere liberamente. Non hanno lottato per essere ricordati una volta all’anno con un post sui social o con una frase fatta in un telegiornale, no… loro hanno lottato perché le loro idee diventassero azioni quotidiane, perché la giustizia non fosse solo un concetto astratto, ma un abito indossato da chiunque abbia il coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

Eppure, guardiamoci in faccia, senza alcuna ipocrisia… oggi la storia – quella vera, quella sporca, quella che fa male – viene riscritta da chi ha interesse a camuffare quanto realmente accaduto. Non parlo della storia studiata sui libri, attenzione. Parlo di quella ricostruita per fini politici e, peggio ancora, per fini personali. Ci hanno insegnato a distinguere il bene dal male, ma poi hanno reso i confini così sfumati che quasi nessuno ha più il coraggio di indignarsi. E così, mentre noi ricordiamo passivamente, c’è chi agisce nell’ombra per piegare la memoria ai propri tornaconti.

E qui vorrei essere molto chiaro, perché questo è il punto che mi fa ribollire il sangue. A tenere in vita questa distorsione ci pensa una magistratura di parte, che dovrebbe essere il baluardo della legalità e invece troppo spesso diventa strumento di resa dei conti o di protezione di potentati. Ci pensa una propaganda mediatica fortemente collusa con quel sistema, che ripete gli stessi slogan, che costruisce narrazioni ad arte, che cancella con un trafiletto ciò che sarebbe scomodo approfondire. Mi fa venire il vomito, e non lo dico per retorica. Mi fa vomitare vedere come ogni giorno si svuoti il sacrificio di chi è morto perché noi fossimo liberi, trasformandolo in una sceneggiata ricorrente.

E allora io prendo la tastiera e scrivo. Non perché creda che un post cambierà il mondo, ma perché non voglio che il mio ricordo resti vuoto. Agire, per me, significa anche questo: mettere nero su bianco le proprie analisi, sporcarsi le mani con la scrittura, riportare pezzi di verità che i media collusi preferiscono ignorare. Non è un’azione eroica, lo so. Ma è un’azione. È un piccolissimo movimento nella direzione opposta all’oblio comodo.

Perché alla fine, vedi, il problema non è la memoria. Il problema è cosa ne facciamo, di quella memoria. Possiamo continuare a inchinarci davanti alle statue e poi tornare a casa inerti, oppure possiamo chiederci: io oggi, nel mio piccolo, cosa ho fatto affinché quel sacrificio non sia stato vano? La risposta, spesso, è scomoda. La risposta richiede coraggio, richiede di uscire dal coro, richiede di non delegare ad altri ciò che invece dovremmo fare noi. Ma se non lo facciamo noi, chi lo farà? E se non ora, quando?

Chiudo questo mio pensiero con una consapevolezza amara, ma necessaria. Ricordare senza agire è solo vuoto, e quel vuoto viene subito riempito da chi la storia la vuole riscrivere a suo vantaggio. Io mi rifiuto di essere uno spettatore compiaciuto, mi rifiuto di assistere allo stillicidio di verità che ogni giorno viene consumato davanti ai miei occhi, mi rifiuto di tacere mentre la memoria viene venduta al miglior offerente. 

Perciò scrivo, condivido, parlo, discuto. E magari non servirà a molto, ma almeno non starò nel silenzio di chi ricorda solo a parole.

E tu, ora, dopo aver letto queste righe: cosa farai del tuo ricordo?

Tra protocolli di legalità che non funzionano e comunità che si sfilacciano.


Ho letto, diverso tempo fa, l’intervista a un ex magistrato che rifletteva sul ruolo degli intellettuali e sulla legalità. 

Sosteneva che l’idea che gli intellettuali abbiano su taluni specifici compiti sociali sia ormai superata, ed ancora, che non sia nemmeno vero che manchi un reale interesse sui temi della legalità e del malcostume: anzi, nell’enorme numero di libri che si pubblicano, l’umore dominante è proprio quello di indicare al lettore tutti gli strappi, veri o presunti, che si producono nei confronti della legalità. Ma voler praticare concretamente i valori della legalità è certamente affare ben diverso dal semplice proclamarli, facendo difatti della proclamazione, l’elemento caratterizzante di una poetica narrativa.

Quel magistrato diceva anche che il problema della corruzione non può essere risolto solo con la legge penale, con magistrati severi, con indagini a tappeto. Poiché il reato di corruzione è tipico dei pubblici funzionari, lo strumento per prevenirlo è il diritto amministrativo: norme che azzerino o quasi la discrezionalità, costringendo alla trasparenza e a procedure non truccabili

Il resto è “saponata“, come dicevano i barbieri di un tempo. E occorre anche informarsi: nessuna delle fonti continuamente citate sulle dimensioni della corruzione italiana ha basi scientifiche. L’unica fonte con solide basi tecniche ci pone, dal punto di vista della corruzione, nella media europea.

Ma chi deve educare il cittadino alla cultura della legalità? Non è compito dell’intellettuale, rispondeva quell’ex magistrato. È compito della famiglia e della scuola. Sono loro a doversi fare carico di portare la legalità tra i valori basilari della società. La questione fondamentale è far comprendere che tra legalità e illegalità non è possibile alcun compromesso, mentre nella vita quotidiana il compromesso è diffuso, endemico. 

Qualsiasi transazione su quell’antinomia è diseducativa, e costituisce l’esempio vizioso intorno al quale attecchiscono i semi della corruzione morale. Nemmeno magistrati e giudici hanno il compito di educare: loro hanno un solo compito, di altissimo valore sociale, applicare la legge secondo scienza e coscienza. Il Paese non ha bisogno di eroi, ha bisogno di persone che quotidianamente compiano il proprio dovere, quello stabilito dalla legge.

Ho pensato molto anche agli strumenti messi in campo per contrastare le infiltrazioni criminali negli appalti, quei cosiddetti protocolli di legalità. L’esperienza di questi anni ne rivela limiti e incertezze. Spesso sono stati vissuti solo come un fastidioso passaggio burocratico per sbloccare risorse, anziché come veri strumenti di contrasto.

La domanda prioritaria quindi è se siano davvero idonei a contrastare la criminalità organizzata in questo campo. La risposta purtroppo non è positiva. L’impresa mafiosa possiede una storia, e si è evoluta nel tempo, nei rapporti umani e nelle relazioni territoriali. Ha alle spalle appalti pubblici e privati, partecipazioni in associazioni temporanee. Questo rende difficile, se non impossibile, il lavoro di chi deve individuare un’eventuale impresa mafiosa.

Per questo è necessario che forze sociali e istituzioni, pur con compiti distinti, trovino un luogo di incontro, monitoraggio e riflessione. Il protocollo di legalità può e deve essere quel luogo, accompagnato da prescrizioni precise, diventando lo strumento che pianifica la prevenzione. E occorre prestare attenzione al sistema delle forniture e subforniture, che è il passaggio più esposto alle infiltrazioni, proprio perché privo di controlli. 

Bisogna rompere quelle situazioni di monopolio tipiche della programmazione mafiosa dell’economia. L’esperienza suggerisce anche di istituire colloqui informali con le forze dell’ordine, a cui imprenditori e forze sociali possano rivolgersi per segnalare, al di fuori dell’ufficialità e dei rischi che essa comporta, eventuali fenomeni di infiltrazione.

Emerge poi un problema inverso: a volte, con la scusa della legalità, si bloccano grandi opere infrastrutturali e si assegnano i lavori a imprese di altre regioni, che poi subappaltano a prezzi fuori mercato alle imprese locali. Da un lato si vuole sviluppo e ricchezza attraverso le imprese del territorio, dall’altro si permette che i profitti vengano portati altrove.

Ho sentito ripetere spesso, in questi giorni, una frase: “Stando soltanto tutti insieme, si può pensare di cambiare le cose”. Ma quante volte abbiamo sentito queste parole trasformarsi in fumo, lasciando solo buone intenzioni e progetti abbandonati? Si parla giustamente di comunità che non si arrendono all’omertà, di scelte coraggiose a favore della legalità. Eppure, per esperienza, mi tornano in mente quei negozianti che dopo aver firmato con entusiasmo l’adesione a certe associazioni, hanno poi preferito ritirarsi, già, dopo la prima minaccia ricevuta. Perché la legalità non è una semplice firma su un foglio: è un impegno che ti segue ovunque, che ti sveglia di notte, che ti costringe a guardare negli occhi chi ti dice “non farlo”.

Apprezzo il coraggio di chi ha deciso di portare avanti la propria scelta, di chi parla di forza del gruppo, di solidarietà come scudo. Ma sappiamo bene come la criminalità organizzata non attacchi il gruppo: attacca il singolo, lo isola, lo spaventa con un messaggio anonimo, un furto, un incendio, una finestra rotta all’alba. Ho visto troppe volte questa rete di legalità sgretolarsi, non per mancanza di numeri, ma per la paura silenziosa di chi, pur rimanendo iscritto, smette di alzare la voce. La domanda non è “in quanti siamo”, ma “quanti resisteranno quando toccherà a loro?

C’è poi un dubbio che mi assilla: quante di quelle adesioni nascono da una presa di coscienza autentica, e quante sono frutto di pressioni esterne, di possibili rischi che si prevedono, magari a causa di una crescita imprenditoriale, o peggio, di intimidazioni mai rivelate? Ho notato, in tanti anni, come certe iniziative antimafia siano diventate più un marchio di prestigio per chi vuole apparire “dalla parte giusta” senza mai sporcarsi le mani. Si leggono di politici che citano le lotte di altri nei propri discorsi elettorali, imprenditori che sponsorizzano eventi per lavare la propria immagine, giovani che condividono post senza mai mettere piede in una riunione dove si affrontano davvero i temi della legalità.

Quel che si prova a realizzare senza mai esporsi personalmente, senza denunciare, senza entrare in un ufficio di polizia giudiziaria, diventa quasi un accessorio da sfoggiare: un selfie dietro uno striscione, con alle spalle l’immagine di due giudici eroi. Conosco bene certi comportamenti: eccoli nelle fiaccolate per le strade, indignati dopo l’ultima estorsione, che gridano slogan contro la criminalità. Poi, col passare del tempo, il silenzio. Le voci si affievoliscono, le assemblee si svuotano, i problemi rimangono lì, nascosti dietro la facciata di una “comunità unita”.

Forse un giorno tutto sarà diverso, quando tutti quei professionisti non si limiteranno a firmare un documento, ma diventeranno sentinelle attive. Quando racconteranno ai loro figli che pagare il pizzo è una sconfitta per tutti, quando interverranno sentendo qualcuno dire “è meglio stare zitti”. 

La decisione più importante non è essere soci iscritti, ma essere portatori di legalità. Servono azioni concrete: controlli incrociati, denunce collettive, sostegno economico a chi perde clienti dopo aver detto no. Ho visto troppi progetti fallire perché si è creduto che bastasse riempire una sala per cambiare le cose. La criminalità organizzata non teme le parole, teme i fatti. E i fatti richiedono tempo, risorse, e soprattutto uno Stato sempre presente, che non molli quando il clamore inizia a spegnersi.

Per questo, pur riconoscendo il valore simbolico di chi prova a contrastare quelle logiche, non posso nascondere il mio scetticismo. Non verso le persone e il loro impegno, ma verso il sistema che le circonda. Quando mai un Comune ha stanziato un solo euro per la sicurezza di negozianti e imprenditori? Quanti sanno che certi cosiddetti “amici della legalità” sono poi gli stessi che hanno chiuso un occhio davanti ad appalti e subappalti sospetti? 

La legalità non è un evento, è una maratona, e spesso chi corre all’inizio non arriva al traguardo. Ma forse, questa volta, proprio perché siamo stanchi di illuderci, possiamo davvero fare la differenza, già… stando soltanto tutti insieme, ma soprattutto, stando insieme sempre!

Agnelli e il polsino alzato: Sì… per mostrare un orologio a diodi, non per nascondere un falso!


Gianni Agnelli non doveva dimostrare nulla. La maggior parte oggi, viceversa, con quella patacca al polso, urla il contrario!

Ma d’altronde, l’Avvocato, quello che bastava che entrasse in una stanza per cambiare la gravità dell’aria, portava sopra il polsino della camicia un orologio a diodi.

Già, perché lui lo sapeva, e lo sapevano tutti, che avrebbe potuto comprare metà delle vetrine di Ginevra senza nemmeno battere ciglio. Ma non ne aveva bisogno. Non doveva dimostrare niente a nessuno.

Il suo essere ricco era talmente vero, talmente solido, che poteva permettersi il lusso più grande di tutti: la leggerezza. Mica come certa nuova ricchezza da vetrina social che deve urlare, deve marchiare a fuoco ogni centimetro del polso. Sì… un po’ la stranezza dell’uomo, o meglio della sua epoca.

Oggi, invece, guardatevi intorno. Siamo pieni di gente che compra orologi clonati, repliche finte, patacche lucenti ma vuote. Le vedo sventolare davanti all’obiettivo con quelle casse pesanti e quei quadranti gridati, e penso: ma che senso ha? Perché spendere quei cento, duecento, trecento euro – che non sono noccioline per tanti – per un oggetto che sai già, nel profondo, essere una bugia?

Un oggetto tra l’altro, che il primo che se ne intende – come il sottoscritto – ti smaschera in due secondi, con una mezza occhiata al calibro o al modo in cui la lancetta dei secondi si muove a scatti, già… come lo sguardo nervoso che provo nel vergognarmi, per chi lo sta indossando.

Ecco, è questo il punto che mi intriga, anzi mi incuriosisce: Consentitemi l’analogia, ma quale sottile oscura molla scatta nella testa di uno che sceglie il falso? Lo prendi, lo giri, lo guardi e sai che dietro non c’è un artigiano, non c’è una storia, non c’è l’anima meccanica che ticchetta da decenni, ma c’è soltanto plastica e un movimento cinese che domani ti lascierà a piedi.

Ora, per gli stessi soldi, ma dico gli stessi, potresti entrare in un negozio vero, con la luce giusta, e uscire con un Seiko, un Orient, un vecchio Swatch automatico, magari anche un Hamilton, sì… usato, come quello dell’Avv. Agnelli. 

Roba originale, ingranaggi che hanno un progetto, un ingegnere dietro, una garanzia, un orologio che è anche bellissimo da vedersi, sì, ma soprattutto vero nel profondo del suo meccanismo. Ma consentitemi di aggiungere: unico, oltre che legale. E invece no, si preferisce la piazza, il venditore ombra, la valigetta al mercatino di uno di quei furbi. 

Già… non ci arrivo a comprenderli. Sarà che vogliono la scritta “Rolex” o “Omega” a tutti i costi, pure se è falsa come una banconota da sette euro. Sarà che il simbolo ha ucciso la sostanza. Ma io da qui ti dico: occhio… perché dietro a quelle “furberie”, a quelle piccole soddisfazioni da mercato illegale, ci sono i soliti signori.

Quelli che non ti vendono solo l’orologio finto, ma anche le borse finte, le cinture finte, e poi – ecco il salto – le mozzarelle finte, l’olio finto, la passata di pomodoro finta, lo sciroppo per la tosse finto. Gli stessi canali, le stesse mani. La contraffazione è un ecosistema, un cancro che parte dal lusso e arriva dritto alla salute. E la salute, quella non la ripari con un cambio di batteria.

Perciò, quando guardo quella foto di Agnelli che parla con Montezemolo, col suo orologio spudoratamente fuori dal polsino, vedo l’esatto contrario di tutto questo. Lui non aveva bisogno di fingersi niente.

Oggi ahimè, sono in molti ad aver un gran bisogno di ricominciare e capire soprattutto la differenza tra “l’essere e il sembrare”. Già… tra l’essere un uomo vero o far parte di una serie d’individui falsi. Sì… proprio come gli orologi che portano al polso!

Comunque, a differenza di certe idiozie che ho letto sull’orologio nella foto, ci tengo a precisare che si trattava di un ‘Hamilton Pulsar P2‘, il primo orologio con fattezze da ‘calcolatore elettronico‘ con schermo a Dot Led – quei vecchi diodi rossi che emettevano luce – e la sua precisione era garantita da un movimento al quarzo, il noto 9150, sviluppato appositamente da una società specializzata in elettronica. 

Un oggetto massiccio, pesante, che si faceva sentire al polso. Per veder l’ora dovevi premere un tasto, altrimenti lo schermo restava nero. Niente sfoggio continuo. Niente luce sempre accesa. Come a dire: se ti serve, la guardi. Altrimenti, non rompere!

La lezione del Prof. Giovanni Molari: quando l’università dice no alla militarizzazione della cultura!


Con questo post desidero continuare quanto scritto ieri e riprendere alcuni temi che proprio in queste ore sono stati messi in rilievo, anche se, come spesso accade, poco o nulla di essi è stato riportato dai media nazionali e, ancor meno da quei loro interpreti, che come ormai sappiamo, si dimostrano perfettamente allineati agli ordini editoriali imposti e soprattutto alla propaganda della classe politica attualmente al governo.

Dunque, quanto sto per scrivere, va preso come un piccolo gesto di resistenza civile, un tentativo di ridare voce a ciò che volutamente è stato oscurato.

Già… iniziando da quei cavalli scappati dai preparativi della parata (spaventati dai botti sparati da un vigile urbano) quasi a voler fuggire da una celebrazione che non li riguarda, mi hanno fatto pensare a una domanda più radicale: e se quella fuga non fosse altro che la metafora perfetta di ciò che molti cittadini provano davanti a un cerimoniale che non sentono più come proprio?

Chissà che discorsi geniali sanno fare i cavalli”, ha scritto qualcuno. Già… cosa penserebbero assistendo alla nostra ossessione per le divise e il passo cadenzato, mentre il mondo brucia e il nostro Paese continua a spendere cifre folli in armamenti?

Ed ancora, cosa direbbe oggi don Milani, lui che dall’articolo 11 aveva tratto una lezione dirompente: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Quel buttare tutto all’aria che significa comprendere come l’esercito non abbia mai rappresentato la Patria nella sua totalità. Ecco perché oggi, invece della “nazione armata”, in molti vorrebbe vedere sfilare la Repubblica disarmata, con i medici, gli insegnanti, i volontari e persino i diplomatici: Sì… la pace come pratica quotidiana, non come retorica da sfilata.

E proprio su questo crinale tra “cultura della pace” e “nazione armata” si innesta la vicenda del professor Giovanni Molari, il rettore dell’Università di Bologna che non ha potuto esimersi dal prendere una posizione che, sebbene indiretta, suona come uno schiaffo alla retorica militarista. Non si è trattato, è vero, di una contestazione alla parata del 2 giugno. La vicenda è più sottile, e proprio per questo più significativa.

Qualche mese fa, l’Esercito Italiano ha chiesto all’Ateneo di attivare un corso di laurea in Filosofia dedicato esclusivamente a quindici giovani ufficiali dell’Accademia di Modena. L’obiettivo dichiarato dal Capo di Stato Maggiore, generale Carmine Masiello, era nobile sulla carta: “creare un pensiero laterale nell’esercito, uscire dallo stereotipo”. Eppure, il Dipartimento di Filosofia, in un atto di autonomia che i cronisti hanno faticosamente ricondotto alla responsabilità del rettore Molari, ha detto: NO!

La motivazione ufficiale parlava di sostenibilità didattica e di risorse, ma nell’aria aleggiava il timore di una “militarizzazione” della cultura. Come scrivono le cronache, si temeva che quel corso, tenuto interamente in caserma, rischiasse di trasformare la filosofia in una semplice “competenza tecnica” per la guerra, invece che in uno strumento di libero pensiero e di critica radicale. E nonostante Molari abbia poi dichiarato di essere “costantemente aperti al dialogo”, il dado era tratto.

La reazione del Governo è stata feroce, e la trovo rivelatrice. La Premier Giorgia Meloni ha parlato di “atto incomprensibile e gravemente sbagliato”, accusando l’Ateneo di essere “lesivo dei doveri costituzionali”. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha tuonato: quei professori possono stare tranquilli, perché gli ufficiali che oggi rifiutano saranno pronti a difenderli domani. Davvero sorprendente: secondo il governo, negare un corso di filosofia è una violazione della Costituzione, mentre trasformare la nostra festa più importante in una esposizione di carri armati e Frecce Tricolori sarebbe perfettamente normale

Eppure, è proprio l’articolo 11 della nostra Carta, quello che secondo il professore andrebbe letto nelle piazze invece di far sfilare i cannoni, a ricordarci che “l’Italia ripudia la guerra”: Lo ripudia, non lo celebra!

La scelta di Molari, nel suo piccolo, difende un principio sacrosanto: l’università non è un campo di addestramento, la cultura non deve piegarsi alla logica della caserma, e la filosofia non può diventare ancella della strategia militare. E così… mentre i cavalli scappano via spaventati, il rettore di Bologna ha cercato di dire “no” a una deriva che vorrebbe trasformare ogni spazio sociale, persino quello della riflessione pura, in una trincea.

E mentre il Governo si infuria per un corso di filosofia negato, continua a spendere miliardi in armamenti!

Ed allora, provando attraverso questo mio blog a rivolgermi direttamente al Presidente Mattarella, vorrei dirgli questo: se proprio il 2 giugno deve essere davvero una festa di tutti, allora la prossima volta aspetto con ansia di vedere sfilare ricercatori, scrittori, poeti, infermieri

Persone semplici. Persone che difendono il Paese non con le armi, ma con le idee e con la cura. Già… persone che, proprio come quei cavalli, hanno ancora la forza di fuggire dalla guerra.

2 Giugno, Festeggiamo la Repubblica? Ma quale sovranità, se il popolo non conta più nulla. Res publica? No, res privata!


Stamani è il 2 giugno e come ogni anno mi trovo a osservare quanto accade in questo nostro Paese, sì… perché sì, la storia si ripete sempre: la prima come tragedia, la seconda come farsa.

Lo diceva Marx, e io l’ho riscritto tante volte, convinto che prima o poi qualcosa potesse cambiare. E invece no. Rileggo i miei post e mi accorgo che potrei riscriverli uguali oggi. Forse peggio…

Mia figlia Alessia, quando aveva sedici anni, mi chiese una mattina mentre l’accompagnavo a scuola: Papà, ma se la Repubblica è nata dal voto del ’46, perché nessuno oggi ha potuto votare l’ultimo presidente del Consiglio? Mi spiego meglio: i cittadini hanno votato… sì… hanno scelto i loro referenti politici…??? Hanno deciso da quali partiti volevano essere governati…??? E questi partiti, usciti vincitori da quella competizione elettorale, mi sembra… che abbiano presentato un programma di governo, hanno consigliato al Presidente della Repubblica un eventuale Presidente del Consiglio… e quest’ultimo dopo alcuni giorni, ha presentato una lista dei ministri… o sbaglio?

No… no… non sbagli.

Bene, allora mi spieghi perché a breve dovrete andare nuovamente al voto, facendo spendere altri soldi inutili al nostro stato e soprattutto, chi è questo signore sconosciuto, nominato ora dal Presidente della Repubblica??? Mi sembra che nessuno di voi, l’abbia mai votato!!!

Rimasi in silenzio. Scese dall’auto e io pensai: a sedici anni ha già capito tutto di questo paese. La democrazia, le aveva insegnato, è governo del popolo. La dittatura è quando uno solo comanda. E lei, con la lucidità dei ragazzi, mi disse: “Allora qui c’è una dittatura camuffata da democrazia”. Aveva ragione.

Perché oggi, ancora una volta, vedo le stesse facce. Figli, nipoti, eredi di quella élite che portò l’Italia alla rovina settant’anni fa. Loro, che dovrebbero stare zitti, vengono a spiegare a noi come si festeggia la Repubblica. E intanto la “res publica” – la cosa di tutti – è diventata una “res privata”. Un bene di famiglia. Una poltrona che si tramanda come un terreno ereditario, senza che nessuno abbia più il coraggio di dire che la sovranità appartiene al popolo, non ai partiti, non ai dinasti di questa seconda Repubblica.

Leggo e rileggo l’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo”. Ma quelle parole oggi suonano come un epitaffio. Perché la sovranità ce l’hanno rubata, voto dopo voto, legge dopo legge. Hanno chiamato questo sistema “democrazia rappresentativa”, ma è solo un modo elegante per dire che noi non contiamo nulla. Loro decidono i candidati – la maggior parte di loro, preciso: corrotti, inquisiti, già… personaggi da operetta – e noi possiamo solo mettere la croce su nomi scelti da altri. E se osiamo lamentarci, ci rispondono con gli slogan. Le stesse promesse di meno tasse, di ripresa, di cambiamento. E poi nulla. Anzi, consentitemi: sempre peggio!

Mi ricordo di quando, qualche anno fa, lessi di certi convegni in Sicilia. Autonomisti e indipendentisti che si stringevano la mano. Le stesse persone che prima brindavano insieme e poi si sono pugnalate, lasciando l’isola nel baratro. Già… per quelle maledette preferenze si arriva a tutto. E io pensavo a quella canzone di Gino Paoli, quella dei quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Poi uno è andato in banca, un altro al mare, e alla fine sono rimasto io da solo. Finché non sono arrivati quattro ragazzini, seduti al tavolo accanto, con due coca e due caffè, che parlavano di cambiare tutto. E mi sono detto: forse è ancora possibile. Sono passati trent’anni e mi è rimasto soltanto quel “forse“.

Ma poi arriva abitualmente quel 2 giugno, e vedo in Tv la solita sfilata. Le stesse autorità, gli stessi sorrisi comprati, le stesse parole vuote. Mi chiedo: cosa festeggiamo, esattamente? La corruzione sistemica? Gli appalti truccati? Il clientelismo come moneta corrente? Le inchieste che si accumulano e nessuno che paga? Siamo diventati esperti di parole come “peculato, concussione, abuso d’ufficio“. Non perché abbiamo studiato diritto, ma perché le sentiamo ogni giorno al telegiornale. E loro, quelli che dovrebbero rappresentarci, sono lì, sul palco, con il tricolore al petto. Come se nulla fosse.

Qualcuno dice: non c’è nulla da celebrare. E ha ragione. Ma anche questo è retorica, se poi non si fa nulla. I cittadini si allontanano dalle urne, disgustati. L’astensionismo cresce. E loro, i governanti, non se ne curano. Perché tanto le poltrone restano. Le dinastie politiche resistono a scandali e condanne. L’elettività e la temporaneità delle cariche sono solo parole sulla carta. Nella realtà, qui si nasce e si muore in Parlamento. O si passa la mano al figlio, al nipote, al fedelissimo.

Allora forse ha ragione Benigni: non vanno nemmeno condannati, vanno compatiti. Perché la politica è diventato l’unico mestiere in cui l’incompetenza non è un limite, ma un requisito. Ecco perché oggi, 2 giugno, io non festeggio. Non posso. Non perché non creda nei valori che quel referendum del ’46 voleva affermare – la libertà, l’uguaglianza, la giustizia – ma perché quei valori sono stati traditi, svuotati: resi irriconoscibili.

Quindi… buon 2 giugno, signori della casta. Festeggiate pure. Noi, intanto, restiamo qui. Contiamo i giorni che mancano alla prossima commemorazione vuota. E speriamo che presto, chissà, arrivi un altro gruppo di ragazzini al bar, con quelle due coca e due caffè, che abbiano davvero voglia di cambiare il mondo.

Perché io, al bar, ci sono ancora. E non ho perso del tutto la speranza. Ma la pazienza, sì… ahimè, quella sta per finire.

La voce dei ragazzi, il monito di chi non si è arreso.


Ho letto, tempo fa, di un concorso sulla legalità in alcune scuole, e sono andato a cercare il tema vincitore, scritto da alcuni studenti. 

Avevano una capacità intuitiva notevole, dicevano infatti che tutti siamo deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito, che attraverso le leggi può proteggere il debole dall’oppressione del forte. 

E notavano tra lpaltro come la legalità – come molti valori fondamentali – sia diventata quasi oggetto di derisione: chi segue le regole viene visto come uno sciocco, ciò che prima era sbagliato oggi è comune.

Per loro, una delle cause dell’affermarsi dell’illegalità è il denaro: il mondo di oggi ci gira intorno, e chi ne ha in abbondanza ha un potere immenso, tanto da sentirsi libero di trasgredire ogni norma. Un’altra causa è l’egoismo che cresce giorno dopo giorno, fino a far sparire il concetto di bene comune. Ma la causa più significativa, scrivevano, è la paura: la paura verso chi, con il potere, intimidisce e inibisce le persone che vorrebbero opporsi.

Proponevano soluzioni: una più stretta vigilanza, maggiore fermezza nel stabilire le pene, processi che diventino vero esempio. E soprattutto, diffondere una nuova cultura, educare i giovani al rispetto dei valori, far capire che la vita non è una scalata al potere. Il rispetto delle regole, l’onestà devono esserci nella vita di tutti i giorni, partendo dalle piccole regole quotidiane per costruire una realtà migliore.

Ho voluto sottolineare quei passaggi perché quei ragazzi avevano saputo evidenziare i reali problemi. C’è un sentimento autentico e schietto quando si soffermano sulla forza dello Stato: “siamo tutti deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito”. Tutti noi vorremmo che fosse questa la realtà. Ma poi ci si scontra con quanto avviene intorno, e ci si rende conto di quanto si sia ancora lontani dalla vittoria. 

Quel messaggio di legalità che tanto si è cercato di propagandare ha dimostrato in concreto di essere tutt’altro. Abbiamo dovuto convivere quasi sottomessi a un’associazione criminale che da tempo si prodiga per rappresentarci indegnamente, e che mostra ancora oggi il suo volto violento, condizionando la vita sociale.

Molto di quel fallimento è della Giustizia, che avrebbe dovuto agire in modo degno del nome che porta, con maggiore fermezza nel far applicare le pene. Ma da noi non paga nessuno, perché c’è sempre qualcuno che sa individuare quelle norme che escludono un solo giorno di detenzione. Si viene inquisiti, condannati, e infine liberi di circolare senza restrizioni, come se nulla fosse accaduto. 

L’importante, dicono, è rispettare le regole affinché l’onestà primeggi. Ma quando a non rispettarle sono proprio gli uomini delle istituzioni, cosa succede? Lo stiamo vedendo: il sistema va in ogni caso protetto, “i panni sporchi si lavano in famiglia”, e allora si chiudono entrambi gli occhi.

È un messaggio utopistico quello dei ragazzi, ispirati nel credere che le parole possano col tempo trasformarsi in fatti, e che grazie all’impegno di tutti si possa cambiare. Sono certo che un giorno, crescendo, comprenderanno come non sia bastato il loro impegno o l’essere stati onesti per vedere definitivamente modificato quel marcio sistema. Capiranno che nel nostro Paese vige un noto principio: ad ogni buona azione corrisponde sempre un’altra, disonesta, uguale e opposta. Perché se da un lato c’è chi opera affinché la situazione cambi, dall’altro c’è chi si contrappone affinché non si modifichi. La volontà è preservare quello status privilegiato ormai acquisito, per trasmetterlo – quasi per grazia ricevuta – in eredità ai propri familiari. È così che succede da troppo tempo, ed è così che andrà per molti anni ancora. Ma vince solo chi è convinto di poterlo fare.

La giustizia non è solo un dovere: è una scelta. Una scelta che si rinnova ogni giorno, nel silenzio delle nostre azioni quotidiane. Eppure, quanti si fermano davvero a riflettere su cosa significhi scegliere? C’è stato un giudice che ha fatto della legalità non solo una professione ma una missione, una missione che gli è costata la vita. Pensavano, quelli che lo uccisero, che con lui sarebbe morta anche la luce della giustizia. Quella stessa luce che aveva acceso insieme ad altri eroi, e che invece continua a brillare, nonostante tutto. Ma non basta ricordare. Non basta commemorare. Quel giudice non è solo un nome inciso su una targa, né un’icona da celebrare una volta all’anno per poi tornare alla routine. È un testimone scomodo, uno specchio che costringe a guardarsi dentro e a chiedersi: io, da che parte sto?

Oggi la criminalità organizzata non è più soltanto quella del passato, delle bombe e dei cadaveri abbandonati lungo le strade. Quella esiste ancora, certo, ma è diventata più subdola, più insidiosa. È quella dei compromessi, dell’omertà, delle pratiche illegali compiute quotidianamente sotto gli occhi di tutti. È quella che si annida negli appalti truccati, nelle raccomandazioni, nei voti scambiati per un posto di lavoro o qualche euro in più. È quella del silenzio, che ti fa abbassare lo sguardo quando sai che qualcosa non va, ma preferisci non denunciare. È quella che vive dentro di noi, ogni volta che accettiamo l’illegalità come normale, ogni volta che ci diciamo: “Tanto è così, non cambierà mai”.

Quel giudice ci ha insegnato che la legalità non si negozia. Non si può essere accomodanti, non si può cedere al proprio tornaconto. Essere intransigenti non è una scelta egoista: è un atto d’amore verso la comunità, verso chi viene dopo di noi, verso la nostra stessa dignità. Perché la giustizia non è solo un compito delle toghe e delle forze dell’ordine. La giustizia è responsabilità di tutti. Di ognuno di noi. Ecco perché mi indigna vedere quanti, dopo aver partecipato a cerimonie commosse, tornano alle loro vite come se nulla fosse. Come se ricordare bastasse.

No, non basta. Non serve a nulla piangere sui martiri della legalità se poi continuiamo a vivere immersi in quella cultura dell’illegalità che li ha uccisi. Dobbiamo fare la nostra parte. Noi, cittadini onesti, dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere. Dobbiamo essere la voce che denuncia, il gesto che rifiuta la tangente anche piccola, il coraggio che dice no al pizzo. Dobbiamo essere quegli imprenditori che preferiscono fallire piuttosto che piegarsi al racket, quei giovani che studiano la Costituzione invece di imparare il linguaggio della sopraffazione. Dobbiamo essere quel territorio libero, non come un sogno irraggiungibile, ma come un dovere imprescindibile.

E qui permettetemi una riflessione personale. Spesso penso che la vera rivoluzione non sia fatta di grandi gesti eroici, ma di piccole scelte quotidiane: il commerciante che paga regolarmente le tasse, pur sapendo che molti colleghi evadono; il genitore che insegna ai figli che il rispetto delle regole è più importante del successo facile; l’insegnante che spiega che la Costituzione non è un libro polveroso, ma una bussola per orientarsi. Sono queste scelte, apparentemente insignificanti, che possono cambiare il mondo. Perché la criminalità organizzata non ha paura delle commemorazioni. Ha paura delle nostre azioni. Ha paura di una società che smette di tollerare l’illegalità, che non la considera più normale, che non la accetta come inevitabile. Ha paura di una legalità che smette di essere un discorso e diventa pratica.

Allora, te lo chiedo di nuovo: tu, da che parte stai? Accetti le logiche dell’illegalità come normali, oppure alzi la testa, anche quando costa? Non si tratta di fare gli eroi. Si tratta di essere semplicemente noi stessi: cittadini consapevoli, persone integre, esseri umani che credono nel valore della giustizia. 

Perché la legalità, quando diventa pratica, è rivoluzione. Ed è questa rivoluzione che, da lassù, ci viene chiesto di portare avanti, ogni giorno.

Ma quale Spirito Santo: quel cromosoma Y veniva da un uomo, Già… forse gli occhi azzurri di Gesù raccontano un’altra storia.


Mi sono sempre chiesto perché, nell’immaginario occidentale, Gesù venga quasi sempre rappresentato con gli occhi azzurri. 

È una di quelle immagini che diamo per scontate, finché un giorno non ci si ferma un attimo a riflettere: ma è mai possibile che un uomo nato in Palestina duemila anni fa avesse proprio quella caratteristica, che oggi è così rara tra le persone di quelle terre?

Così ho cominciato a scavare, e quello che ho trovato mi ha portato lontano, molto più lontano di quanto immaginassi.

Partiamo dai dati. Per quanto nessuno abbia mai fatto un censimento preciso sul colore degli occhi in Medio Oriente, gli studi genetici ci permettono di fare delle stime affidabili. Oggi, nella regione che corrisponde alla Palestina storica e all’attuale territorio di Israele, gli uomini con gli occhi azzurri sono meno dell’uno-due per cento. Una rarità, insomma…

Se poi allarghiamo lo sguardo a Siria, Libano, Giordania e Iraq, beh… la percentuale sale di poco, attestandosi tra l’uno e il quattro per cento, soprattutto grazie al Libano che per la sua storia di migrazioni europee ha una frequenza leggermente più alta di occhi chiari. Ma anche lì, gli occhi chiari restano una netta minoranza.

Ma c’è una cosa ancora più interessante e riguarda gli antichi abitanti di queste terre. Gli studi genetici sui Cananei, gli antenati degli odierni palestinesi, libanesi, giordani e siriani, hanno analizzato quindici individui dell’età del bronzo: il cento per cento di loro aveva gli occhi marroni, nessuno possedeva le varianti genetiche per gli occhi azzurri

Per cui, la popolazione originale della regione aveva quindi esclusivamente occhi scuri. L’azzurro è arrivato dopo, attraverso migrazioni di popolazioni europee, ed è rimasto sempre un tratto raro, confinato a piccole nicchie.

Se quindi Gesù fosse stato un tipico ebreo della Giudea del I secolo, avrebbe statisticamente avuto occhi marroni, capelli scuri e pelle olivastra. Certo, la statistica descrive una popolazione, non i singoli individui: anche in un contesto dove una caratteristica è rarissima, può comunque manifestarsi. Non è scientificamente impossibile. Ma è proprio l’accostamento tra questa oggettiva rarità e l’immagine che abbiamo ereditato che rende la domanda così affascinante.

A questo punto, però, devo essere (come d’altronde cerco sempre di fare…) corretto con voi e quindi proprio a correggere un presupposto che io stesso ho sempre avuto. Quando ho cominciato a indagare su questo fattore, ero convinto che l’iconografia dei primi secoli rappresentasse già Gesù con gli occhi azzurri. Invece rivedendo molte di quelle immagini, ho scoperto che non è affatto così. 

Ad esempio, le immagini più antiche che possediamo non vengono dalla Palestina, ma dalle catacombe di Roma e dalla chiesa domestica di Dura-Europos in Siria, risalenti al terzo secolo. In quelle primissime rappresentazioni, Gesù viene quasi sempre raffigurato in due modi: come il Buon Pastore, un giovane imberbe con capelli corti e ricci, ispirato a modelli greco-romani, oppure come un giovane taumaturgo, sempre imberbe, con capelli corti e scuri, vestito con una tunica e un mantello, nell’aspetto di un filosofo o maestro dell’epoca.

Comprenderete come non vi sia alcun tentativo di rappresentare i tratti mediorientali, ma nemmeno quelli europei. I primi artisti cristiani che operavano nell’Impero Romano, rappresentarono Gesù secondo i canoni culturali del loro tempo e del loro pubblico. L’obiettivo non era l’accuratezza storica, ma la comunicazione teologica. E gli occhi azzurri, in quelle immagini, era semplicemente improbabili.

Il volto di Gesù che oggi riconosciamo, con la barba, i capelli lunghi divisi al centro e lo sguardo severo, si afferma solo con l’arte bizantina a partire dal quinto-sesto secolo. L’icona del Cristo Pantocratore del sesto secolo, conservata nel Monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai, ne è l’esempio più celebre: lì Gesù ha capelli scuri, barba scura, occhi scuri. Non è biondo, non ha occhi azzurri.

Allora mi sono chiesto: quando compaiono gli occhi azzurri? Soltanto più tardi, nell’arte medievale e rinascimentale europea, quando artisti tedeschi, fiamminghi, italiani iniziano a ritrarre Gesù e i santi secondo i tratti somatici della loro propria popolazione. Nel Medioevo circolava anche una falsa lettera, attribuita a un governatore della Giudea, che descriveva Gesù con capelli castano chiari, occhi grigi e pelle chiara. Certo, una descrizione inventata, che però ha influenzato per secoli gli artisti europei. 

E così giungiamo a metà del Novecento, con il dipinto “Head of Christ” del 1940 dell’americano Warner Sallman, che ha popolarizzato in modo massiccio l’immagine di un Gesù dallo sguardo dolce, i capelli castano chiari e gli occhi azzurri. Riprodotta milioni di volte, ha plasmato l’immaginario di intere generazioni di protestanti e cattolici, tanto da essere soprannominata scherzosamente lo “Swedish Jesus”, il Gesù svedese.

Ecco, quella immagine che abbiamo in mente, quella che sembra così antica e radicata, in realtà è un prodotto culturale recente, specifico dell’Europa settentrionale e dell’America. Non è mai esistita nei primi secoli del cristianesimo.

Forse la lezione più bella di questa piccola indagine è un’altra. L’iconografia non è mai uno specchio della storia, ma della cultura che la produce. Ogni epoca e ogni popolo hanno creato un Gesù a propria immagine e somiglianza, e noi occidentali non abbiamo fatto eccezione. L’abbiamo voluto con i nostri stessi occhi, anche se i suoi, con ogni probabilità, erano molto diversi.

E qui arrivo al punto che mi sta più a cuore, e che lega questa riflessione a quanto ho già scritto stamani sulla fecondazione. Perché se è vero – come è vero, biologicamente – che Gesù, essendo maschio, ricevette il cromosoma Y da un padre umano, allora quel padre aveva un volto, una storia e certamente degli occhi di un certo colore. 

Ed allora, se per un momento accettassimo l’ipotesi, tra le tante possibili, che quel padre fosse un romano – magari un soldato, forse suo figlio, un ragazzo di passaggio in quella sperduta provincia dell’impero – allora la domanda sugli occhi azzurri smette di essere una semplice curiosità statistica e diventa qualcosa di molto più concreto.

Già… se quel romano avesse avuto gli occhi azzurri, il bambino nato da quella relazione avrebbe potuto anche ereditare quella caratteristica. Non sarebbe stata una miracolosa eccezione in una popolazione di occhi marroni, ma il normale esito di una trasmissione genetica. E quei pochi, pochissimi abitanti della Palestina del I secolo che avevano gli occhi chiari – meno del due per cento, forse molto meno – li avevano proprio perché discendevano, in qualche punto del loro albero genealogico, da qualcuno arrivato da lontano, dal nord, dall’Europa, da quelle terre dove l’azzurro degli occhi è di casa.

Ora non posso dire che sia andata così, peraltro non lo sapremo mai, come peraltro oggi nessuno potrebbe smentirmi, ma trovo profondamente ironico che l’immaginario cristiano occidentale abbia imposto per secoli l’immagine di un Gesù con gli occhi azzurri, senza sospettare che, se davvero quegli occhi fossero stati azzurri, la spiegazione più semplice e terrena sarebbe stata proprio quella che la teologia ha sempre rifiutato: un padre umano, venuto da lontano, con gli occhi di un colore che in quella terra non era di casa!

Giovanni Falcone: L’azione parallela e il silenzio incessante delle coscienze…


Sono passati tanti anni, ma lo ricordo come fosse ieri, e ancora oggi, ogni volta che emerge un dettaglio nuovo, è come se si riaprisse una ferita che non vuole rimarginarsi. Mi riferisco a quelle affermazioni pesantissime pronunciate allora da Claudio Martelli sulla morte del giudice Giovanni Falcone. 

Possiedo un libro scritto dall’ex ministro della Giustizia nel quale raccontava come Falcone fosse il più importante, il più capace, il più famoso tra i giudici che avessero combattuto la mafia. 

E difatti, proprio per questi motivi, nello stesso giorno in cui egli fu nominato ministro, chiamò il magistrato per affidargli l’incarico più delicato; Sì… insieme pensarono e organizzarono la più efficace strategia di contrasto a Cosa Nostra. Ma come sappiamo, la mafia (almeno questo è quanto ci hanno abilmente raccontato…) reagì uccidendolo. 

Ma la storia di Falcone è diversa da quella degli altri uomini dello Stato, perché a lui è capitato di essere perseguitato in vita non solo da Cosa Nostra, ma anche di essere avversato da colleghi magistrati, dalle loro istituzioni come il CSM, dall’Associazione Nazionale Magistrati, da politici e da giornalisti di varie fazioni. Contro Falcone c’è stata un’azione parallela di Cosa nostra e della magistratura. 

La mafia ha sempre avuto – allora come oggi – occhi e orecchi al Palazzo di Giustizia di Palermo. Per le toghe, riportava allora l’ex Guardasigilli Giovanni era un nemico. E ricordando quelle parole, io ho come l’impressione che qualcosa si fosse rotto, che tutti quei silenzi e quelle azioni poste a protezione di quanto accaduto allora stiano pian piano uscendo. 

Certo la mia speranza era quella di comprendere chi ci fosse sin dall’inizio dietro a quell’assassinio e non mi sarei minimamente meravigliato, sì… di scoprire come dietro a tutto, vi potesse essere qualche figura istituzionale.

Eppure, in tutto questo dolore, c’è anche l’indignazione facile, quella che si accende per un atto simbolico e poi si spegne senza lasciare traccia. Ditemi, cosa è accaduto dopo essersi tutti indignati davanti alla scuola “Falcone” nel quartiere Zen di Palermo, perché un qualche deficiente aveva deciso di attirare l’attenzione abbattendo la sua statua. Certo… subito si era parlato di atto intimidatorio, ma nessuno – come sempre avviene da queste parti – avevo visto niente e nessuna telecamera aveva ripreso qualcosa. Potrebbero essere stati dei semplici bulli del quartiere che, non avendo un cazzo da fare, hanno buttato a terra quella statua. 

Ciò che mi fa maggiormente incazzare è sapere che in quel quartiere manca tutto, a cominciare dal controllo del territorio. Ed allora: se lo Stato non c’è, cosa si pretende? Falcone diceva che per far sì che una società vada bene basta che ognuno faccia il proprio dovere. Allora ditemi: quale dovere sta compiendo il nostro Stato quando è da più di mezzo secolo che quel quartiere si trova in quelle disastrose condizioni? 

È incredibile osservare quanto sia semplice attribuire tutte le colpe di questo fallimento alla mafia, perfetta per coprire le mancanze di una politica insipida. La memoria di Falcone è oltraggiata ogni giorno da quanti in questi anni sono stati seduti su quelle poltrone vellutate, gli stessi che hanno permesso che il giudice venisse assassinato a Capaci. 

Falcone è dentro di me, e di statue ne possono distruggere centomila, non cambierà nulla. Le sue idee sono nella mia mente e fanno parte integrante di ogni mia azione quotidiana. Basterebbe poco per migliorare questa terra, ma bisognerebbe smetterla con le parole e passare ai fatti.

Perché Falcone, come Borsellino non erano eroi nati, erano figli di questo stesso lembo di terra che non li ha saputi difendere. Sono nati entrambi a Palermo, le loro case distavano pochi passi da Piazza Magione, il quartiere popolare della Kalsa. Giovanni, ragazzo studioso, Paolo dal carattere gioviale e scherzoso. In quell’oratorio della chiesa di San Francesco si trovavano a giocare anche con alcuni ragazzi che anni dopo avrebbero inquisito come affiliati a Cosa Nostra. “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla – scriveva Borsellino – perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non mi piace per poterlo cambiare“. 

Ma quanto è difficile amare qualcosa che non vuole cambiare? Forse è per questo che quei due uomini conservano sulle loro labbra quel sorriso doloroso e triste che tanto ci meraviglia. Due eroi che non volevano esserlo, semplicemente due servitori dello Stato in terra infedelium. Una terra ostile, la stessa che non li ha saputi onorare come avrebbero meritato. Io, quando penso a entrambi, li vedo lì passeggiare insieme, scherzare come quando erano adolescenti, perché il carattere di un uomo è formato dalle persone con cui si è scelto di vivere, e loro avevano deciso sin dal primo incontro di convivere per sempre insieme.

Eppure, c’è una frase di Falcone che mi torna sempre alla mente, quella in cui diceva che “la gente fa il tifo per noi”. Ma a cosa serve quel conforto morale, quando poi la stessa popolazione, nell’unico momento in cui potrebbe decidere, si svende? Si sta a guardare cosa fa lo Stato, si tifa per questa o quella indagine, restando ad osservare gli eventi come se fossimo sugli spalti. Ma sono sempre gli altri a stare in prima linea. La gente fa il tifo per loro, è vero, ma quanti poi hanno il coraggio di scendere in campo? 

Guardate la politica di questi anni, rileggete i nomi dei Presidenti della Regione Sicilia e troverete per la maggior parte di essi un paragrafo intitolato “Procedimenti giudiziari“. Si parla tanto di lotta alla mafia, ma il vero problema da risolvere nella nostra isola è il dilemma morale, quella crescita personale che non si vuole opporre a questo marciume fatto di compromessi e clientelismi. Falcone non è stato ucciso solo per il maxi-processo, quello era il male minore. È stato colpito perché ha mirato a quel malvagio meccanismo in cui nobiltà, chiesa e borghesia sono legati indissolubilmente per gestire il potere. Nulla è stato casuale, e dietro quelle stragi non c’erano semplici pastori scesi dalle montagne, ma uomini dell’anti-stato che stavano decidendo l’assetto politico della nostra nazione. Possiamo continuare a fare le pecore, oppure possiamo liberarci da quei pregiudizi e allontanarci da quei terreni infetti dove non esiste alcun principio di legalità.

E quando poi ascolto certe affermazioni, mi viene veramente da perdere la pazienza. Come ad esempio quando una senatrice leghista ha avuto il coraggio di dire che “la nostra mafia non ha più quella sensibilità e quel coraggio che aveva prima”La “nostra” mafia? Ma la mafia di chi scusi? Noi siciliani la mafia la odiamo, in tutte le sue forme. Il solo credere che possa essere accostata a noi mi fa venire il voltastomaco. Lei parla di sensibilità della mafia? A quale sensibilità si riferisce, a quella che ha ucciso magistrati e uomini delle forze dell’ordine? Parla di coraggio, quando la mafia vive grazie alla propria codardia? 

Il coraggio è ciò che fanno i cittadini perbene ogni giorno, quei commercianti che ogni mattina aprono la loro bottega sapendo di dover subire l’estorsione. Perfetta la reazione di Maria Falcone, che ha parlato di triste favoletta della mafia buona. La mafia non è mai stata buona, non ha mai portato sviluppo, è un cancro che va combattuto quotidianamente. Ma se certa politica continua a pensare che senza di essa si muore di fame, allora siamo davvero alla frutta.

E intanto, mentre si commemorano gli anniversari, la mafia si fa sentire, dopo la strage di Capaci, proprio mentre il presidente della Repubblica ricordava Falcone, ecco che un boss mafioso veniva ucciso in bicicletta. I media hanno parlato di regolamento di conti, ma io avevo preannunciato la fine di quella pax obbligata. I vecchi boss stanno morendo nelle prigioni, i latitanti sono da troppo tempo nascosti, e qualcuno ha deciso di riprendere le armi per imporre la propria forza. 

Già… quel giorno di tanti anni fa ero a Palermo, in una chiesa piena di giovani che urlavano “Giustizia“. Cosa è cambiato da allora? La situazione attuale vi sembra migliore? I valori morali calpestati dai troppi compromessi, a chi vogliamo attribuirne le colpe? Sempre alla mafia? 

Per favore, finiamola di prenderci in giro. Contano le azioni, non le parole. E difatti, se Falcone potesse vedere i gesti compiuti in questi anni da ciascuno di noi, ditemi: di quanti pensate potrebbe essere realmente compiaciuto?