E se quell’arma non fosse umana? La domanda che finora nessun giornalista si è fatto…


Vi ho lasciato ieri con una domanda scomoda: cosa se ne fanno le potenze mondiali dei loro arsenali, se qualcuno possiede un’arma che li rende tutti improvvisamente inutili? 

So bene che quanto scritto ieri rappresenti un’ipotesi che non posso dimostrare, ma in questi anni, quante volte ho anticipato tecnologie che dopo qualche anno si sono dimostrate reali?

Ed ora, ecco un’arma che non distrugge corpi ma civiltà intere, che non fa esplodere città ma spegne ogni circuito, ogni luce, ogni comunicazione, un’arma cioè che riporta un “Paese all’età della pietra”, già… in senso reale e non metaforico!

Certo, nello scrivere quel post mi è affiorata una domanda ancor più scomoda, talmente complicata che l’avevo tenuta per me, senza coinvolgervi, e soprattutto senza nemmeno provare a cercare risposte nei telegiornali o nel web. Ma stamani ho deciso di fare quel passo e quindi la condivido con voi così come è venuta, cruda..

E se quella tecnologia non fosse del tutto umana?

Non fraintendetemi, non sono il tipo che vede alieni dietro ogni fenomeno inspiegabile, ma riflettiamo insieme. Noi esseri umani, da quando esiste la guerra, abbiamo sempre pensato la potenza militare in termini lineari: più grandi, più veloci, più esplosivi. Dall’età della pietra al bronzo, dal bronzo al ferro, dalla polvere da sparo all’uranio, c’è sempre stata un’evoluzione, mai un salto abissale da rendere tutto ciò che esisteva prima – interi eserciti, intere flotte, interi sistemi di difesa – “polvere”…

E invece quest’arma, ripeto, ipotetica – di cui Trump non ha finora parlato, ma che io ho semplicemente presunto – se davvero esistesse, non sarebbe un’evoluzione, ma un salto di paradigma, già… un’arma che non ha bisogno di colpire bersagli perché colpisce il ‘medium’ stesso su cui si regge la nostra civiltà: l’elettricità, i semiconduttori, i dati. È come se qualcuno avesse scoperto non un nuovo tipo di proiettile, ma un nuovo modo di far crollare la realtà intorno a noi.

E non parliamo quindi solo di una bomba, perché “l’età della pietra” si può ottenere in molti modi, e tutti convergenti! Vi sono i raggi laser di cui pochi parlano – non quelli dei film, ma quelli veri, già testati in silenzio – capaci di annullare i sistemi di comunicazione a centinaia di chilometri di distanza, senza lasciare alcuna traccia. Un raggio invisibile, e all’improvviso niente più satelliti, niente più GPS, niente più telefonate. Un’intera nazione che diventa muta, sorda, cieca.

Poi ci sono le microonde ad alta potenza. Quelle non bruciano le persone, bruciano i circuiti. Un drone vola basso, spara un impulso, e in un raggio di chilometri tutti i computer, tutti i server, tutte le centraline elettriche si trasformano in metallo morto. Nessuna esplosione, nessun fumo. Solo un silenzio elettronico totale.

E ancora: i naniti – particelle così piccole da non essere viste, sparse nell’atmosfera o nei condotti di raffreddamento delle centrali. Entrano nei sistemi, li intasano, li corrodono dall’interno. Non in giorni, ma in ore. L’elettronica muore come colpita da una malattia.

Continuando… i generatori di campi elettromagnetici pulsati montati su satelliti. Un colpo dallo spazio, e un Paese intero – o un continente – si spegne in un secondo. Niente luci, niente ospedali, niente aerei in volo. Solo il buio e il silenzio di mille anni fa.

Tutte queste armi esistono già e non sono relegati in un qualche laboratorio. Alcune sono certo state persino testate, ma nessuna è mai stata usata su larga scala. Perché? Forse perché chi le possiede sa che il giorno in cui le userà, non ci sarà più ritorno. E forse perché – ed è qui che la mia mente va oltre – nessuna di queste tecnologie sembra davvero “nostra”. Già… sembrano giunte da un’altra curva dell’evoluzione. Troppo precise, troppo pulite, troppo assolute!

Ora, io non so se gli Stati Uniti o chi per loro abbiano davvero sviluppato una simile tecnologia nei laboratori segreti del Pentagono, ma permettetemi una riflessione: Quando vediamo un oggetto tecnologico così avanzato da sembrare inspiegabile, la nostra mente fa un movimento istintivo… pensa a un’altra intelligenza.

Perché l’intelligenza umana, per quanto brillante, ha sempre avuto bisogno di tempo, di errori, di tentativi visibili, mentre una bomba che spegne un’intera nazione senza un’esplosione, senza un cratere, senza alcuna polvere radioattiva – e senza che mai nessun giornalista, nessun esperto televisivo l’abbia semplicemente ipotizzato in pubblico – assomiglia più a un oggetto caduto dal cielo che a un progetto nato in un centro di ricerca.

E poi c’è un dettaglio che mi turba. Perché rivelare una simile minaccia in tv, così apertamente, quasi con leggerezza? Forse perché chi la possiede sa che non c’è possibilità di replica. Sa che non ci è alcuno scudo protettivo e ancor meno, possibilità di contrattacco. È come mostrare un’arma così assoluta che l’unica reazione possibile è la resa. E un’arma al di fuori della nostra mente, chissà… della nostra storia e forse, non l’abbiamo neppure costruita da soli.

Sì… so bene che quanto sopra è stato immaginato nei film di fantascienza oppure attribuito a civiltà più antiche e più sapienti. Ma io non lo sto affermando: sto solo ripetendo quelle parole – ‘età della pietra’ – e provando a dare un senso a una tecnologia capace di farlo davvero. E la mia mente è andata lì.

Non sto dicendo che sia così. Perché – a differenza di tutti coloro che pensano che il Presidente degli USA sia andato ormai da tempo “fuori di testa” – circostanza quest’ultima della quale non posso certamente io confermare o smentire, ciò che m’interessa in questo momento è provare a dare un’altra spiegazione che regga. Almeno, nessuna tra quelle che i media abbiano avuto il coraggio di proporre.

E allora vi lascio con questa domanda, che so bene essere fuori da ogni dibattito ufficiale, ma che forse qualcuno di voi, nel silenzio di questa notte, si starà già facendo: e se il vero messaggio di Trump non fosse rivolto all’Iran, ma a tutti noi? Un messaggio che dice: “C’è qualcosa che non avete mai visto, qualcosa che forse non viene nemmeno da questo mondo, e può portarvi tutti indietro, molto indietro, in un istante”.

E d’altronde ditemi: gli USA non sono sempre tecnologicamente avanti rispetto a tutti gli altri? Prendete ad esempio la tecnologia Stealth: chi nel mondo ne è in possesso? Nessuno. E se quella fosse solo la punta dell’iceberg?

Fatemi sapere se anche a voi, a volte, il presente sembra troppo strano per essere solo umano…

Iran: ritorno all’età della pietra? Si… ma nessuna atomica, si tratta di una bomba “sperimentale” che annulla tutti i sistemi elettronici.


Sì… mi capita spesso di ascoltare i telegiornali, di leggere i commenti dei grandi opinionisti, e di sentirmi – ahimè – fuori dal coro. 

Ma stavolta il senso di straniamento è ancora più forte, perché ho visto la maggior parte di essi concentrati su una parola, “minaccia”, e soprattutto su un’immagine, quella dell’atomica, mentre a me sembra che tutti loro stiano guardando nella direzione sbagliata.

Ripensiamo a quelle parole. Il presidente Trump, nel suo primo discorso sulla guerra, dice: “L’Iran tornerà all’età della pietra”. E poi precisa: lavoro finito in due o tre settimane, o accettano un accordo o colpiamo con forza.

Ripeto: “Li riporteremo all’età della pietra”. E subito dopo descrive l’operazione Epic Fury: un mese di combattimenti, navi iraniane distrutte, forze aeree in rovina, gran parte dei leader uccisi. Ma non solo: aggiunge una frase che per me è decisiva. “Non importiamo petrolio tramite lo Stretto di Hormuz, non ne abbiamo bisogno. I paesi che lo ricevono vadano allo Stretto e se lo prendano”.

Comprenderete come quest’ultima frase sia diretta a noi europei, in particolare a tutti quegli Stati, come l’Italia, che sopravvivono da sempre grazie al greggio, visto che abbiamo deciso – a differenza di altri – di fare a meno delle centrali nucleari nel nostro territorio.

Ed allora, leggendo sul web la stampa mondiale, ho intuito che ciascuno di essi abbia visto in quelle parole l’ennesima escalation militare tradizionale. Bombe, missili, forse un’atomica per fermare il programma nucleare iraniano.

Ma io, come sempre accade, ascoltando e riascoltando, non riesco a vederla così. E allora vi starete chiedendo: perché? Semplice: se l’obiettivo reale fosse solo distruggere impianti e centri di comando, perché usare l’espressione “età della pietra”? Non centra nulla con quel contesto. Non è il linguaggio di una guerra convenzionale, né quello di una bomba termonucleare. Un’atomica uccide, sì, cancella città, ma non riporta un Paese all’età della pietra nel senso letterale – tecnologico – del termine.

Penso invece a qualcosa di unico, mai visto prima. Un’arma sperimentale che non esplode nel modo che conosciamo, ma che annulla ogni sistema elettronico. Immaginate un’intera nazione che in un istante perde computer, reti elettriche, sistemi di comunicazione, radar, ospedali, centrali idriche. Niente più luci, niente internet, niente motori. Un silenzio medievale, appunto. Un ritorno indietro di mille anni, non nel senso della polvere radioattiva, ma nell’assenza totale della civiltà digitale.

Forse è proprio questo che Trump intendeva quando dice che i presidenti precedenti hanno sbagliato, e lui sta correggendo gli errori. Forse l’obiettivo strategico non è solo fermare l’arma nucleare iraniana, ma rendere l’Iran incapace di qualsiasi guerra moderna in poche settimane, forse in poche ore – sì – senza occupazione, senza sterminio di massa, ma con un vuoto tecnologico assoluto.

Ed allora la frase sullo Stretto di Hormuz diventa ora chiara: se l’Iran non ha più alcun sistema elettronico funzionante, le sue navi non sono solo distrutte, sono cieche, mute, ferme. Chiunque può prendersi il petrolio, perché non c’è più nessuno a controllare nulla.

Questo è il punto che i media, secondo me, non hanno colto. Non si tratta di una bomba atomica, ma di qualcosa di più silenzioso e radicale. Una bomba che spegne tutto: spegne tutta la tecnologia che ci ha portato nel 2026 verso il futuro, spegne l’energia elettrica, le comunicazioni, internet, la televisione e la radio, spegne ciascuno smartphone, ma soprattutto disattiva definitivamente la tecnologia necessaria per i voli, i treni, le navi. Spegne tutto e fa sì che l’età della pietra non sia una metafora, ma un’ipotesi tecnica.

Una soglia che, se varcata, cambierebbe per sempre il significato stesso non solo della guerra, ma di chi oggi può farlo e chi viceversa potrebbe subirlo. E in questo messaggio non vi è solo l’Iran, bensì tutti quei paesi che ad oggi vengono – dai cosiddetti esperti – posti alla pari (per numero di armamenti) con gli Stati Uniti.

Ed allora vi chiedo: cosa se ne fanno le potenze mondiali di quelle loro testate, missili, navi, sommergibili, aerei, se poi sanno che non potranno mai essere utilizzate?

IV post e ultimo post – Dalla parte degli innocenti: le mie osservazioni finali


Prima di offrire la mia conclusione su questa lunga riflessione – che ha attraversato Finkelstein, Arendt, Foa e Pappè – ritengo doveroso mostrare ai lettori da dove provengo.

Non parlo di questa materia da oggi. Sul mio blog, iniziato nel 2010, ho cercato di mettere in ordine alcuni nodi che ora, finalmente, trovano una sintesi in questa serie di post (ricordo che doveva essere una trilogia, ma l’argomento si è rivelato troppo ampio e mi sono dilungato più del previsto…).

Ecco, in sintesi, ciò che ho sostenuto negli anni.

Sulla Shoah e la memoria

La Shoah è un evento unico e incommensurabile. Non può essere banalizzata, né strumentalizzata. Paragonarla ad altre tragedie – compresa quella palestinese – è, a mio avviso, storicamente e moralmente inappropriato.

Ma la memoria non può diventare una cassaforte chiusa. Come ha insegnato Liliana Segre, la memoria va custodita affinché le nuove generazioni non ripetano gli errori del passato. E come scrivevo nel 2011 riprendendo Guccini: “Io chiedo quando sarà che un uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare“.

Nel 2020, proprio a proposito di Liliana Segre, ho sottolineato che la sua forza è stata quella di raccontare l’orrore senza mai esprimere odio verso i carnefici, trasmettendo invece amore e libertà. È questa, per me, la vera “ritessitura dell’infranto“.

Su Israele e i palestinesi

Israele ha diritto a esistere. Pensare oggi di farlo scomparire è folle e irrealizzabile.

Ma ciò non significa approvare tutto ciò che fa. L’occupazione dei territori è, a mio avviso, “non etica, non ebraica e non sionista” (riprendendo un professore israeliano).

La Nakba del 1948 è stata una catastrofe per i palestinesi. Non è equiparabile alla Shoah, ma è stata una tragedia storica che ha generato un’ingiustizia duratura.

Su Hamas e il terrorismo

L’attacco del 7 ottobre 2023 è stato mostruoso. Circa 1.200 morti (in gran parte civili), oltre 250 ostaggi. Non c’è “eroismo” in questo, ma soltanto barbarie.

Hamas non vuole la pace. Nella sua ideologia è previsto l’annientamento totale dello Stato ebraico. E i civili palestinesi – donne, bambini, gente comune – ne sono le prime vittime, intrappolati tra il martello israeliano e l’incudine dei terroristi.

Sulla soluzione

Ho sempre sostenuto che l’unica via praticabile è la creazione di due Stati. Già nel 2010 e poi nel 2023 ho provato a tracciare una proposta: un nuovo Stato palestinese in un’area diversa, con compensazioni internazionali.

Ma devo essere onesto: dopo il 7 ottobre, quella soluzione è oggi più lontana che mai. Israele non lascerà Gaza, e la Cisgiordania sarà probabilmente annessa.

Su chi paga il prezzo

Sempre gli innocenti. I palestinesi comuni – che non sono Hamas – vivono in condizioni disumane. Ma anche i familiari delle vittime del 7 ottobre portano un dolore che molti fingono di non vedere.

La comunità internazionale ha fallito. Ancora una volta. E i potenti che decidono le sorti del mondo non lo fanno mai per ignoranza, ma per calcolo. E il calcolo lo pagano sempre gli innocenti.

Sull’odio e il razzismo

Nel 2010, commentando una campagna razzista contro gli italiani in Svizzera, ho ricordato che la Svizzera ha barattato la propria neutralità con l’oro rubato agli ebrei. Non ho mai dimenticato che l’antisemitismo e il razzismo hanno radici profonde, e che abbassare la guardia significa permettere loro di rifiorire.

Nel 2020, ancora una volta, ho ribadito che è l’amore a salvare il paese, non l’odio. E che la distanza fisica e sociale genera indifferenza, e l’indifferenza genera razzismo.

Conclusione di questa premessa

Questo, in sintesi, è il terreno su cui ho camminato negli ultimi sedici anni. Non sono uno storico, né un filosofo. Sono solo uno che ha cercato di capire, che ha cambiato idea quando i fatti lo imponevano, e che ha sempre rifiutato le tifoserie – perché davanti a una strage di bambini, la domanda non è “da che parte stai?”, ma “come si ferma tutto questo?“.

Ora, dopo aver riportato le voci di Finkelstein, Arendt, Foa e Pappè, posso finalmente offrire la mia personale conclusione.

Non posso minimamente accettare qualsivoglia imposizione, sia essa fisica e ancor più morale“. Non credo ai profeti, né tantomeno a quegli intellettuali che si elevano come depositari del sapere. Questi soggetti sono i più pericolosi, anche quando si schierano dalla parte dei più deboli.

Sappiamo tutti quanto sia più facile ammaliare il popolo con parole d’amore rivolte nei confronti dei più deboli, dei più disadattati, di chi soffre, di chi patisce le guerre, etc… Ma quanto poi si faccia affinché quelle problematiche non abbiano più ad esistere, beh… questo è un altro argomento, che solitamente lascia tutti insoddisfatti.

La verità è che ciascuno, nel proprio ruolo, cerca di guardare ai propri interessi. C’è chi lo ha fatto celandosi dietro un abito talare, chi dietro uno scranno di potere, chi viceversa attraverso uno scritto o anche un pulpito ufficiale. Ma la verità è che tutti giocano le proprie carte – barando – e cercando di vincere sempre a scapito degli altri.

Quanto è accaduto con la Shoah non potrà mai più essere cancellato. L’umanità ha toccato il livello più basso della propria esistenza e tutti ne sono stati colpevoli: Presidenti, Papi, Monarchi, ma anche diplomatici con incarichi nazionali e internazionali, e a seguire, militari di alto grado, ma anche semplici cittadini che si sono prestati – forse per paura – a fare finta di non vedere o, ancor peggio, a partecipare a quelle stragi.

Nessuno è immune. E pensare di “ricucire” la storia non è sempre possibile, soprattutto se così facendo ci si dimentica di milioni di vittime che, come sappiamo, nulla avevano fatto di male.

Provare quindi a generalizzare, a confondere le coscienze, a influenzare con dibattiti “falsi“, portando argomentazioni a sostegno delle loro tesi individui “eccelsi” che poi, nei fatti, si sono dimostrati essere – lasciatemelo dire – ancor più meschini di quegli aguzzini che spingevano donne e bambini nelle camere a gas. Già… seppur da sempre agnostico, vorrei per ciascuno di essi che esista l’inferno, affinché possano passare tutta la loro meschina esistenza insieme a coloro che nella loro vita hanno ricercato il male, a differenza dell’amore del prossimo.

Sì… è questo l’unico baluardo a cui io da sempre mi sono affidato, che ho cercato (e ogni giorno provo a compiere) in ogni mio gesto quotidiano.

Non sono certo un missionario. Non sono neppure un volontario che presta assistenza o aiuto medico a favore delle popolazioni più povere del mondo. Non sono presente nei territori che presentano gravi emergenze – non solo nei conflitti armati, ma anche in terremoti, tsunami, uragani, etc… Ma ciò che posso fare, quando vengo chiamato in causa, lo faccio. Ovviamente nel mio piccolo cerco sempre di aiutare il prossimo: nel dare una mano, un aiuto finanziario, nel trovare un lavoro, nel dare una speranza a chi chiede conforto, nel non abbandonare chi soffre.

Certo… non ho le virtù di Madre Teresa di Calcutta (tra l’altro in questo periodo vergognosamente oltraggiata su molti social, legando il suo nome con quanto emerso nella vicenda Epstein…).

La natura umana si sa: è infida e pericolosa. E chi si erge a paladino – chiunque esso sia – va immediatamente rifuggito.

Per cui, concludendo, ciò che ho cercato di trasmettere a ciascuno di voi con questi post è di non prendere mai per “certo” ciò che vi viene raccontato, anche se a dirlo sono soggetti definiti “assolutamente eccezionali“, perché di eccezionale non vi è nulla, se non l’analisi critica che ciascuno di noi può fare degli eventi, se pur limitati dalla conoscenza totale delle fonti.

Sappiamo bene come la Storia venga sempre scritta dai vincitori e mai dai vinti. Ed allora, nel giudicare e comprendere, bisogna essere particolarmente sterili, distaccati, altrimenti sarà facile per chiunque fuorviarvi e ancor più condizionarvi.

D’altronde quanto dico lo subite ogni giorno: su chi prova a farvi commettere illeciti nella vostra professione, su chi utilizza raccomandazioni o si presta a genuflettersi per superarvi di livello nel lavoro. C’è poi chi crede che la politica potrà aiutare il sociale. 

Ed infine, consentitemi di aggiungere, quanto accade fuori si realizza anche in famiglia; sì… perché ormai tutti, in quell’ambito, si sono “elevati” (senza averne le competenze) a professori di questo o di quello. Peraltro, qualsivoglia argomento venga per loro affrontato… va bene, sì… perché tanto sanno di tutto e di tutti. Quanto sopra grazie al web che – senza che ne fossero accorti – li ha mirabilmente plagiati e indottrinati.

Fine

La “ritessitura dell’infranto”: da Finkelstein ad Arendt, passando per Foa e Gaza.


Ed eccoci giunti alla terza parte di questo argomento così delicato. È proprio qui che si innesta il discorso che i nostri due interlocutori – Ovadia e Di Battista – hanno volutamente aperto: la “ritessitura dell’infranto” di fronte alla Shoah

Da un lato, Finkelstein accusa Israele di strumentalizzare la memoria; dall’altro, Hannah Arendt e Anna Foa ci invitano a un’operazione ben più radicale: non negare o banalizzare l’Olocausto, ma trasformare quella ferita in un monito universale.

Prima di affrontare questo tema, però, devo mantenere una promessa fatta ieri. Nel precedente post, riportando le tesi di Finkelstein contenute ne “L’industria dell’Olocausto“, avevo citato le sue accuse contro le “élite ebraiche americane e israeliane“, ritenute colpevoli di aver strumentalizzato la Shoah come arma ideologica per estorcere immunità diplomatica a Israele e risarcimenti economici sproporzionati – a discapito dei veri sopravvissuti. Avevo allora annunciato una precisazione geopolitica. Ecco, è giunto il momento di mantenerla.

La Guerra dei Sei Giorni (1967) e la schiacciante vittoria di Israele determinarono un cambiamento radicale in tutta quell’area del Medio Oriente che si estende dal Mar Rosso, attraverso la Giordania, fino a inglobare il Libano. A seguito di quella guerra, Israele divenne un alleato strategico fondamentale per gli Stati Uniti, un avamposto militarmente affidabile in una regione cruciale per le rotte energetiche e per il contenimento dell’influenza sovietica.

In questo nuovo contesto, i leader ebraici americani utilizzarono la memoria dell’Olocausto in modo funzionale a due obiettivi principali:

Giustificare politicamente Israele: Presentare lo Stato ebraico non solo come un baluardo contro un nuovo genocidio (rievocando lo spettro della Shoah), ma anche come un argine contro quelle politiche militari di tipo “guerra santa” che, in quegli anni, cominciavano a celarsi dietro i cosiddetti principi islamici radicali. In questa duplice veste – vittima potenziale e scudo dell’Occidente – Israele veniva messo al riparo dalle critiche internazionali, legittimando qualsiasi sua azione militare in nome della sopravvivenza.

Favorire l’integrazione degli ebrei americani: Sostenere Israele, divenuto ormai un “asset strategico” per gli USA, permise agli ebrei americani di mostrare un patriottismo inattaccabile e di accedere ai corridoi del potere, allontanando definitivamente lo spettro della “doppia lealtà” (l’antico sospetto secondo cui un ebreo non potesse essere fedele al proprio paese perché legato a un “popolo eletto” o a un progetto sionista). Difendere Israele significava, agli occhi dell’establishment americano, difendere l’Occidente stesso dal terrorismo e dall’integralismo islamico.

In sintesi, la strumentalizzazione dell’Olocausto non servì solo a ottenere risarcimenti o impunità diplomatica, ma anche a riconfigurare Israele come avamposto occidentale in Medio Oriente, legittimando militarmente le sue scelte sotto l’egida della lotta a un nemico dai tratti religiosi e ideologici.

Non si tratta di “ricucire” ciò che è stato distrutto, ma di un’operazione complessa: trasformare la frattura della storia in un monito etico e in un principio di azione politica per il presente.

Ma allora: cosa significa esattamente “ritessitura dell’infranto“? No… non è, come si potrebbe pensare, un tentativo di far finta che nulla sia accaduto. Non è una ricucitura ingenua o una riconciliazione a buon mercato. Al contrario: si tratta di un’operazione complessa, che richiede coraggio e onestà intellettuale.

L’infranto è la Shoah stessa: un evento che ha spezzato non solo milioni di vite, ma anche la fiducia nella civiltà europea, nella ragione, nel progresso. Una frattura così profonda non può essere semplicemente “riparata“. Si può però – e qui sta l’intuizione di Arendt e Foa – trasformare quella ferita in un principio attivo, in un monito che orienti l’azione politica nel presente.

Ritessere l’infranto significa quindi:

Riconoscere la specificità della Shoah, senza isolarla in una “cassaforte identitaria” che la rende intoccabile e quindi inutilizzabile per il presente (come insegna Foa).

Rifiutare qualsiasi uso strumentale della memoria, sia esso finalizzato a giustificare politiche di apartheid o a estorcere immunità diplomatica (la critica di Finkelstein).

Trasformare il ricordo dell’orrore in un monito universale: “mai più” non può significare “mai più agli ebrei”, ma “mai più a nessuno” (l’insegnamento di Arendt).

In questa prospettiva, la memoria autentica non è un monumento statico da venerare, ma un filo ancora caldo che può essere tessuto – con fatica e consapevolezza – in un presente diverso. Non per dimenticare il passato, ma per impedire che si ripeta, in qualsiasi forma e contro qualsiasi popolo.

Ed allora, continuando nel dialogo tra Ovadia e Di Battista, ecco che hanno trovato posto altri soggetti: Hannah Arendt, Anna Foa. Andiamo allora a comprendere il loro messaggio…

Hannah Arendt rappresenta una figura centrale nella filosofia politica del Novecento. La sua riflessione è profondamente segnata dalla sua esperienza come ebrea tedesca in fuga dal nazismo e dalla sua analisi delle origini del totalitarismo. Critica come modello lo Stato-nazione, preferendo una federazione multietnica in Palestina. Avvertiva il rischio del nazionalismo “tribale” nel sionismo.

Nella sua opera Le origini del totalitarismo, sosteneva che questo modello, basato sull’equazione “una nazione, uno Stato“, portava inevitabilmente all’esclusione delle minoranze e alla creazione di masse di apolidi. Ecco perché per Arendt lo Stato-nazione moderno aveva fallito nel garantire il diritto più fondamentale: il “diritto ad avere diritti“.

Arendt ebbe inoltre un rapporto complesso con il sionismo. All’inizio sostenne l’idea di una “casa ebraica” in Palestina come soluzione all’antisemitismo europeo, apprezzando il progetto socialista dei kibbutzim. Successivamente si oppose fermamente all’idea di creare uno Stato-nazione ebraico esclusivo, avendo intuito il “rischio mortale” di un nazionalismo ebraico che avrebbe emulato i modelli europei, portando inevitabilmente al conflitto con la popolazione araba.

Ecco perché propose una soluzione alternativa, federale e multietnica per la Palestina, che non si basasse sull’identità nazionale esclusiva di un singolo gruppo: una proposta che però la rese una “paria” (emarginata) all’interno di molti circoli ebraici e sionisti.

Vediamo ora chi è Anna Foa: Storica italiana di religione ebraica, è nota per le sue denunce di “pulizia etnica” a Gaza, definendo la situazione a Gaza un “genocidio” e criticando l’uso strumentale dell’accusa di antisemitismo per silenziare le critiche a Israele.

Anna Foa è una storica italiana, esperta di storia ebraica moderna e contemporanea. Si è affermata come una delle voci più autorevoli e coraggiose nel dibattito italiano, criticando le politiche del governo israeliano da una prospettiva ebraica e democratica.

Ha dichiarato che l’idea di trasferire la popolazione palestinese da Gaza verso altri paesi costituisce di fatto una “pulizia etnica”, ricordando tra l’altro quanto già accaduto con la Nakba del 1948 (l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi). Inizialmente titubante sull’uso del termine, nel giugno 2025 Foa ha dichiarato di essere “convinta che quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza sia un genocidio” e che la comunità palestinese stesse vivendo da anni – nei territori occupati – una condizione di “apartheid”. Pur riconoscendo la specificità del caso sudafricano, Foa utilizza il termine “apartheid” per descrivere le diverse condizioni di vita dei palestinesi nei territori occupati rispetto ai cittadini israeliani.

Un tema centrale per Foa è la difesa della libertà di criticare le politiche del governo israeliano senza essere automaticamente accusati di antisemitismo. Sostiene che questa accusa, lanciata spesso dal governo israeliano contro ONU e ONG, è diventata “un velo che copre altre cose” e che è fondamentale “salvaguardare la libertà di criticare“.

Ed infine consentitemi di aggiungere un altro pensiero storico israeliano, non meno importante dei precedenti, quello realizzato da Ilan Pappè.

Il suo lavoro è noto per aver riequilibrato la narrazione storica della Nakba, sfidando il racconto sionista tradizionale. Ilan Pappè è una figura fondamentale nel contesto che si sta affrontando. Come esponente di spicco dei “Nuovi Storici” israeliani, il suo lavoro ha utilizzato documenti d’archivio israeliani per dimostrare che la Nakba del 1948 non fu un esodo volontario, ma il risultato di un piano sistematico di espulsione da parte delle forze sioniste. La sua opera più famosa, “La pulizia etnica della Palestina”, ha avuto un impatto enorme sulla storiografia del conflitto, rendendolo un bersaglio di feroci critiche in Israele.

Ora, cerchiamo di comprendere meglio – per quanto si possa fare in così breve tempo – perché queste voci sono state etichettate come “radicali“. La loro critica non si è limitata a singole politiche (come ad esempio gli insediamenti), ma ha messo in discussione i fondamenti ideologici dello Stato-nazione ebraico. In particolare essi hanno sfidato il consenso:

Attaccando la narrazione nazionale dominante in Israele, specialmente quella dei governi di destra.

Usando un linguaggio forte: Non parlano di “conflitto” o “crisi”, ma di “genocidio”, “apartheid” e “pulizia etnica”: termini che hanno un peso giuridico e morale specifico e sono respinti dal governo israeliano.

Rivendicando la loro appartenenza: Sia Arendt che Foa agiscono da “ebrei critici”. La loro autorità morale deriva anche dal fatto che parlano dall’interno della tradizione ebraica, smontando l’equazione tra ebraismo e sostegno incondizionato a Israele.

In sintesi, queste voci hanno certamente offerto una lente critica che invita a guardare oltre le narrazioni ufficiali e – soprattutto come accade ora attraverso le fake news pubblicate in quasi tutti i social – a interrogare il nazionalismo etnico come principio ordinatore, chiedendo quindi un’applicazione uguale dei diritti e del diritto internazionale per tutti.

Anticipazione del IV post (conclusione)

Mi fermo qui, ma prima di chiudere questa terza parte, desidero anticipare ciò che affronterò nel prossimo – e probabilmente ultimo – post.

Finora ho riportato le posizioni di Finkelstein, Arendt, Foa e Pappè. Ho cercato di esporle con fedeltà, senza nasconderne le contraddizioni né le asperità. Tuttavia, il lettore attento si sarà chiesto: dove si colloca chi scrive? Qual è il mio sguardo su tutto questo?

Nel IV post, quindi, prenderò la parola in prima persona. Non per offrire verità assolute – non ne avrei l’arroganza – ma per condividere alcune osservazioni personali che ho maturato nel corso di questa ricostruzione. In particolare, cercherò di rispondere a tre domande che mi hanno accompagnato mentre scrivevo:

La “strumentalizzazione” della memoria è un reato che riguarda solo alcune delle parti in causa o siamo tutti, in qualche misura, esposti a questa tentazione?

Il linguaggio forte – “genocidio“, “apartheid“, “pulizia etnica” – è uno strumento di verità o rischia a sua volta di banalizzare la storia?

Esiste ancora, oggi, uno spazio per una critica che non sia, né apologetica, né distruttiva, ma semplicemente lucida?

Vi aspetto domani per questa ultima riflessione.

Fine terza parte.

Finkelstein, Irving e la difesa dell’indifendibile: quando la libertà accademica costa la reputazione!


Facendo riferimento a quanto pubblicato ieri, andiamo quindi ad esaminare alcune di quelle figure rilevanti di cui hanno parlato i nostri due interlocutori nel post intitolato: “Persone che davvero vogliono prevenire l’antisemitismo“.

Iniziamo dal  politolo (definito da Di Battista: “assolutamente eccezionale”)  Norman Finkelstein e proviamo a comprendere  realmente chi è questo signore. 

Politologo e attivista statunitense, figlio di due sopravvissuti ai campi di concentramento: il padre fu recluso ad Auschwitz e la madre prigioniera nel campo di concentramento di Majdanek, entrambi partigiani (in yiddish: partizaner) durante la rivolta del ghetto di Varsavia del 1943.

Se provate a leggere i suoi scritti, comprenderete come tutta la sua carriera è stata segnata da una feroce critica alle politiche dello Stato di Israele e da ciò che egli stesso definì “l’uso strumentale della memoria dell’Olocausto“.

A proposito dello Stato d’Israele, l’accusa di apartheid che egli lancio fu di “Stato Suprematista Ebraico” (Jewish supremacist state), tanto che le sue affermazioni lo condussero a esser etichettato come “psicopatico“. Ciò avvenne in quanto, nel 2023 – a seguito dell’attacco a sorpresa del 7 ottobre via terra, mare e aria contro il territorio israeliano – egli si schierò a favore del gruppo terrorista.

L’attacco – come ben sappiamo – incluse il lancio di migliaia di razzi e l’infiltrazione di combattenti armati che presero di mira basi militari, kibbutz e un festival musicale. Il bilancio finale fu di circa 1.200 persone uccise e oltre 250 prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza.

In risposta all’attacco, il governo israeliano dichiarò ufficialmente lo “stato di guerra” e alcuni giorni più tardi venne lanciata l’operazione “Spade di Ferro“, dando inizio a una vasta campagna di bombardamenti aerei su Gaza e alla distruzione totale di tutta l’area.

In quel periodo  lo scrittore Douglas Murray definì Finkelstein “sociopatico e psicopatico” per aver pensato di paragonare Gaza ad uno dei “campi di concentramento nazisti” e soprattutto per aver definito “eroico” l’attacco del 7 ottobre. 

Per molti, Finkelstein non è visto come una persona del tutto sana. Egli passa infatti da accusatore – definisce Israele uno stato “criminale” o di “apartheid” – ad accusato, e questo persino da parte dei suoi sostenitori, i quali giudicano moralmente “malate” le sue analogie storiche estreme.

D’altronde, se leggete il suo libro più famoso “L’industria dell’Olocausto”, egli sostiene che le “élite ebraiche americane e israeliane”, abbiano strumentalizzato la Shoah come un’arma ideologica per estorcere immunità diplomatica per Israele e risarcimenti economici sproporzionati, a discapito dei veri sopravvissuti.

Su quest’ultimo punto, lasciate che nel mio prossimo post aggiunga una precisazione geopolitica fondamentale. Proverò difatti a ricostruire, sulla base dei fatti storici (seppur attraverso la mia personale lente interpretativa), ciò che realmente accadde in quel periodo, ed in quell’area cruciale del Medio Oriente.

Continuando quindi con Finkelstein; egli accusa apertamente Israele di praticare l’apartheid, tuttavia, commette un’infrazione retorica molto contestata (il sottoscritto, ad esempio, condivide questo disappunto ed è una circostanza che proverò a motivare meglio nelle mie considerazioni finali) e cioè, quella di paragonare le sofferenze dei palestinesi (checkpoint, assedi, umiliazioni quotidiane…) a quelle patite dagli ebrei sotto i nazisti. Molti – inclusi altri ebrei – considerano questo parallelismo, di fatto, una banalizzazione della Shoah.

Finkelstein ha poi aggiunto in maniera quasi irriverente, che i negazionisti dell’Olocausto dovrebbero essere ascoltati nelle università («sì… per meglio vaccinare gli studenti»), elogiando tra l’altro lo storico scrittore e saggista inglese David John Cawdell Irving, noto per i suoi libri di argomento storico sulla Seconda Guerra Mondiale e la Germania nazista. Circostanza, quest’ultima, che gli fece perdere la cattedra alla DePaul University, dopo una lunga battaglia legale con l’Avv. Alan Dershowitz.

Per essere precisi, seppur Irving negli anni ’60 e ’70 fu considerato un ricercatore meticoloso e un conoscitore della documentazione tedesca dell’epoca (il suo primo libro del 1962, “Apocalisse 1945 – La distruzione di Dresda” del 1963, fu un bestseller internazionale), a partire dagli anni ’80 iniziò a sostenere pubblicamente delle tesi negazioniste alquanto irreali, tra cui:

  • La negazione delle camere a gas: Affermò che non esistevano camere a gas funzionanti ad Auschwitz, definendole una “favola”.
  • “Hitler non sapeva”: Sostenne la tesi falsa e infondata che Adolf Hitler non avesse conoscenza dell’Olocausto e che non avesse ordinato lo sterminio degli ebrei.

Tanto che nel 2000, il giudice britannico Charles Gray emise una sentenza devastante di 355 pagine, stabilendo che: 

Irving era un “negazionista attivo dell’Olocausto, antisemita e razzista” .

Aveva “persistentemente e deliberatamente travisato e manipolato le prove storiche” per motivi ideologici .

Le sue opere distorcevano la storia per dipingere Hitler in una luce favorevole .

E così Irving perse la causa, finì in bancarotta, dovendo pagare circa 2/3 milioni di sterline di spese legali e la sua reputazione di storico fu definitivamente distrutta! Ma non solo, ha dovuto scontare una condanna detentiva di 13 mesi in Austria – dove negare l’Olocausto è un reato penale – ed infine, gli è stato vietato l’ingresso in paesi come Germania, Canada, Australia e Nuova Zelanda!

Auspico quindi che i miei lettori abbiano compreso meglio i motivi per cui Finkelstein – “l’assolutamente eccezionale” Finkelstein – elogiava Irving, valutandolo, per l’appunto, “un bravo storico“. Sì, perché era proprio grazie a quelle tesi di Irving che Finkelstein poteva giustificarsi e far valere la propria posizione: una difesa della libertà accademica e del diritto al dibattito, anche su posizioni scomode e aggiungerei false. In effetti, sono rimasti in pochi a condividere quella sua posizione controversa che tanto gli ha fatto perdere consensi, anche tra coloro che inizialmente condividevano le sue critiche su Israele.

Mi scuso ora con i miei lettori. Credevo, in questo secondo post, di concludere l’argomento, ma avendo i nostri due interlocutori (Ovadia – Di Battista) ampliato il discorso con il concetto di “ritessitura dell’infranto” attraverso il pensiero di Hannah Arendt e Anna Foa, sono ora costretto a fermarmi per non stancarvi con la lettura. 

Proseguirò domani.

Fine seconda parte.

Ad honorem, ma non ad onorem!


Buongiorno, ho letto in queste ore di una vicenda che mi porta a riflettere sulla grettezza dell’animo umano e che – pur non volendo – continua a tornarmi in mente.

Si parla di professori universitari, di ricercatori, di persone che hanno dedicato anni della loro vita allo studio, a conseguire titoli, a scalare quelle cosiddette “gerarchie del sapere“, eppure, secondo l’inchiesta giudiziaria di cui sono accusati, ci sarebbero fondi europei per ricerche mai fatte, per materiali mai utilizzati, per etichette staccate da una scatola e incollate su un’altra, il tutto per far sembrare vero ciò che non era.

Parliamo di ben quattro milioni di euro, dal 2018 al 2024, una cifra non indifferente che gira di mano in mano, che viene spostata da un progetto all’altro, mentre poi alla fine la sostanza resta invariata e cioè che la ricerca, e quindi il lavoro reale, non c’è.

Ma ciò che maggiormente mi colpisce non è tanto la truffa in sé, pur grave, è il profilo di chi è stato accusato. Parliamo di soggetti non certo analfabeti, non fanno parte di quelle persone senza istruzione e ancor meno senza alcuna professione. Sono docenti ordinari, associati, ricercatori con contratti e pubblicazioni. Hanno lauree, specializzazioni, curriculum.

Eppure, secondo la procura europea, avrebbero messo in piedi un sistema per far arrivare soldi su carte intestate a progetti fantasma. Un imprenditore avrebbe pagato consulenze mai realizzate al figlio di un professore, per ottenere favori. Un’associazione avrebbe partecipato a bandi senza avere i requisiti. Ed ora la Guardia di finanza parla di fondi per ricerche inesistenti.

La difesa, naturalmente, replica: i progetti erano reali, i risultati sono stati presentati in più occasioni. E il giudice, pur riconoscendo gravi indizi, ha rigettato le misure cautelari, anche per il carico di lavoro arretrato. Ovviamente restiamo tutti in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

Ma io, perdonatemi, voglio tornare al punto che mi fa impazzire. In questa vicenda non c’è il ladro di bassa scolarità, non stiamo parlando di un soggetto ignorante, un individuo che presenta una grave povertà culturale, no. Qui parliamo di disonestà, e la disonestà non ha bisogno di diplomi o di analfabetismo per manifestarsi.

Anzi, a volte, come nel caso di cui sopra, sono i più istruiti ad aver affinato la capacità di costruire una menzogna credibile, di aggirare le regole, di far sembrare regolare ciò che regolare non è. Ma d’altronde, come ripeto spesso, i titoli di studio acquisiti non immunizzano dall’abiezione!

E la prova è qui: davanti a noi ci sono persone che hanno dedicato la vita allo studio, e che ora si trovano indagate per aver tradito proprio quello spirito di ricerca che avrebbero dovuto difendere.

Insisto nel ricordarlo, perché spesso si tende a pensare che la mancanza di onestà sia figlia della mancanza di istruzione, ma la verità è che non è così. L’onestà è un’altra cosa, è una scelta che si fa indipendentemente dai libri letti o dagli esami superati. Si può essere colti e disonesti. Si può essere analfabeti e integerrimi.

La cultura aiuta sì a capire il mondo, ma non ti rende automaticamente una persona perbene. E quando leggo notizie come questa, non posso fare a meno di pensare che la vera differenza non la fa il titolo appeso al muro, ma la sostanza di chi sei!

Incredibile… in soli 250 hanno festeggiato il ritorno in Serie B del Benevento a Salerno! Al mio Catania? Non resta che sperare…


Già… è incredibile, soltanto 250 tifosi hanno celebrato il ritorno in Serie B del Benevento nel campo della Salernitana! 

Vedendoli in diretta festeggiare ho pensato: se ci fosse stato il Catania al posto del Benevento, i nostri tifosi etnei avrebbero occupato tutta quella curva e non solo quella. Ma così non è stato, e questo semplice conferma mi ha fatto riflettere su quanto stiamo ora vivendo.

Il Benevento torna in Serie B dopo tre anni, e il merito va totalmente al Presidente Vigorito, che ha capito in tempo come fosse giunto il momento di cambiare il tecnico. 

Infatti, a novembre dello scorso anno, la situazione non era ancora tragica per la squadra campana, anzi tutt’altro: la Salernitana guidava la classifica con 25 punti, seguita a un solo punto di distanza dal Catania che aveva 24 punti, mentre gli “stregoni” del Benevento si trovavano al terzo posto con 22 punti, proprio dietro ai rossazzurri!

Eppure il club ha deciso improvvisamente di sollevare dall’incarico Auteri, promuovendo Antonio Floro Flores dalla Primavera alla prima squadra. Un cambio che si è dimostrato vincente, tanto che il nuovo tecnico è riuscito a condurre la squadra in promozione, in anticipo di tre gare da disputare.

Cosa dire? Mentre altri hanno compreso cosa fare, qui a Catania ci siamo cullati, di quel secondo posto, senza che nessuno dei suoi dirigenti – e su questo aspetto lascio fuori il Presidente Pelligra, che come ben sappiamo si occupa professionalmente di altro e di calcio, purtroppo, ne sa poco o nulla – ma ha dimostrato quantomeno di affidarsi a chi, sulla carta (sì, consentitemi di aggiungere che su questo foglio di “carta” ci sarebbe molto da discutere…) – dovrebbe capirne di più. 

E così, si è rimasti ad osservare in questi anni un gioco deludente, costituito da infiniti passaggi per lo più inutili, con giocatori posti sul campo senza alcun criterio, ma soprattutto senza che fosse stato loro inculcato alcun fondamentale schema per poter giocare alla perfezione.

Ed allora, ogni volta che osservavo la squadra giocare mi chiedevo: perché il Presidente Pelligra si affida a quei suoi dirigenti? Perché continua ad insistere con quel tecnico – definito da molti “bravissimo” – di cui io, purtroppo, non ho saputo scorgere nulla di positivo, soprattutto in quel suo modo di mettere in campo la squadra? Perché non viene preso un allenatore che abbia evidenziato negli anni di saper realizzare un gioco vivace, spumeggiante e soprattutto capace di vincere le partite non solo con l’1-0 o chiudendosi a riccio sperando di non prendere gol, per come è più accaduto quest’anno, ma potrei dire, anche lo scorso passato? 

Sì, perché sono stati in molti, soprattutto la maggior parte dei tifosi miei concittadini, ad aver guardato esclusivamente al risultato, dimenticando o facendo finta di non vedere tutte le occasioni che, fino al minuto finale, sono state – per fortuna o per incapacità degli avversari – salvate grazie a un palo, una traversa, una parata encomiabile del portiere Dini oppure solo perché quel tiro, vedeva la palla uscire di pochi centimetri. Se solo la sorte non ci fosse stata così benevola, altro che prima o seconda posizione, siamo onesti: saremmo stati in classifica quinti o anche sesti .

Ed ora veniamo al punto della situazione: il Benevento è salito in Serie B grazie a quegli interventi realizzati dal suo Presidente, e il Catania Calcio resta lì, come da anni ormai, con i suoi migliaia di tifosi a guardare gli altri vincere.

La colpa, vorrei aggiungere, è anche di chi non ha saputo avvisare in tempo. Parlo soprattutto della classe dei giornalisti – molti di loro “gasati” allo Stadio durante la telecronaca oppure esaltati durante le sere dopo in quelle trasmissioni sportive televisive – già… si vedeva quanto fossero felici per aver visto la squadra vincere 1-0 e di come “esaltavano” il tecnico e i suoi giocatori, facendo già i conti per poter giungere in promozione: abbiamo visto ora com’è finita.

Ed ancora, vorrei parlare della sostituzione del tecnico (da me fortemente richiesta sin dall’inizio del campionato), circostanza che come abbiamo visto si è alla fine realizzata, ma non in tempo utile, visto che ormai si era giunti alla fine del campionato: difatti ad oggi restano soltanto tre partite alla sua conclusione. 

Devo inoltre confidarvi che quando ho letto il nome del nuovo tecnico – spero che quest’ultimo non me ne voglia – mi sono chiesto: ma chi è? Dove giocava? Quale squadra ha finora allenato? Ed ecco quindi che sono andato ad approfondire sul web quella sua esperienza calcistica, e parlando altresì con il mio amico (e grande tifoso) Tony Maurigi, ho chiesto a lui cosa ne pensasse e se fosse la persona giusta, perché io – se avessi potuto scegliere – avrei preso qualcun altro.

Ed allora ho atteso, ho provato a non esprimermi: sì…prima di giudicare ho preferito aspettare la sua prima uscita, che come abbiamo visto è stata ahimé disastrosa – ma si sa, la prima volta, la squadra modificata, i giocatori che non hanno ben compreso le nuove idee del tecnico, e via dicendo – sconfitta compensata da una successiva vittoria (ancora di misura…) in trasferta e da una nuova sconfitta al Massimino!

Osservando ieri la partita ho però notato un regresso rispetto ai mesi scorsi: siamo passati da una squadra che giocava male ad una che non gioca affatto. Già… non ho capito, tra l’altro, una cosa: con Toscano la squadra possedeva una difesa solida – difatti in casa era rimasta imbattuta (buona sorte compresa), comunque una condizione “unica” tra tutte le grandi d’Europa e di ciò va dato atto all’ex tecnico – e quindi il nuovo allenatore avrebbe dovuto semplicemente salvaguardare quello schema (fino ad allora) incrollabile e migliorare la parte di gioco che dal centrocampo si proietta in attacco.

Invece, stranamente, tutta la squadra è stata rimodulata, ed io stesso, ieri, nel vedere i giocatori in campo e le successive sostituzioni, mi sono chiesto: ma perché questa formazione che non ha né testa né piedi?

Certo, ora non ci resta che sperare quantomeno di giungere ai playoff da secondi classificati, anche se va detto che neppure questa posizione, ad oggi, può essere considerata indiscussa. Non so neanche cosa consigliare ora al Presidente Pelligra: se – giunti ormai a questo punto – sia il caso di continuare ancora con il nuovo allenatore e quindi con i rischi che quest’ultimo presenta, oppure non sia il caso di far ritornare nuovamente Toscano, che forse – ancor più motivato – potrebbe risultare efficace per i playoff che, come sappiamo, ha già disputato lo scorso anno.

Sì… siamo giunti a un bivio, e qualsivoglia strada si decida di percorrere, lo si saprà solo alla fine della stagione. Certamente, in questo preciso momento non possiamo far altro che sperare e incrociare le dita (anche se io non credo alla fortuna, ma punto sempre tutto sulla programmazione).

E quindi, in attesa di vedere come andrà, di una cosa sono certo: l’impostazione finora data alla squadra va totalmente rivista, e forse, come avevo scritto in un mio precedente post, anche la dirigenza va rivista. Quantomeno ritengo che alcuni ruoli debbono esser rivestiti da chi di calcio ha evidenziato di capirne, e non per fiducia o per essere (per analogia) un “key man“, già… proprio come gli uomini descritti nel film del 1976 diretto da Alan J. Pakula (con protagonisti Dustin Hoffman e Robert Redford), intitolato: “Tutti gli uomini del Presidente“!

Papa Leone: a sentire certe parole, mi sento morire. Già… tra eroismo (protetto) e favole che non salvano nessuno!


Il papa parla di quei presbiteri e dei loro momenti di difficoltà, già… e li definisce “eroi solitari”. 

Ma eroi di cosa, vorrei sapere?

Perché quando sento questa parola, così pesante e sacrosanta, mi fermo un attimo e guardo il mondo. Poi guardo la vita di tanti di loro, e qualcosa non torna. 

Eroi solitari, davvero? Da sempre vivono le loro vite in modo protetto, senza mai avere un vero pensiero familiare: nessuna notte insonne accanto a un figlio malato, nessuna bolletta da far quadrare, nessun latte d’acquistare e nessun figlio da mantenere negli studi fino all’Università. 

Ed ancora: nessun pensiero lavorativo nel senso comune del termine, perché il loro posto è garantito, la loro voce ascoltata anche quando tace. E nessun pensiero finanziario: la Chiesa non li lascia mai senza tetto né senza tavola. Soggetti che, per la maggior parte, sanno solo predicare e raccontare favole fantasiose dal pulpito, favole a volte così lontane dalla terra, dal fango, dal sangue vero.

Sono pochi tra loro, infatti, coloro che si prostrano fino a vivere e ad aiutare in luoghi dove la miseria, la fame, la povertà, le malattie rappresentano il quotidiano. Parlo di quelle strutture dimenticate da Dio e dagli uomini, dove a causa di guerre e di regimi militari sadici, ogni giorno si lotta per un sorso d’acqua, per un sorriso che non sia già rassegnazione. 

Aggiungiamoci pure tutta una serie di malattie che da noi sembrano solo parole su un vocabolario: malaria che ti spezza le ossa, peste che riaffiora dal Medioevo, AIDS che divora intere generazioni, tubercolosi resistente, febbre gialla, colera nelle baraccopoli dopo ogni alluvione. 

Lì sì, in quel silenzio urlante, forse qualcuno di loro è davvero un eroe. Ma sono una manciata. E spesso vengono dimenticati o, peggio, messi da parte perché “scomodi”, per tutti gli altri, viceversa, quelli che fanno più rumore nelle sacrestie che nei ghetti del mondo, la parola “eroe” suona come un’offesa a chi eroe lo è stato davvero, senza vescovi protettori, né alloggi garantiti.

E allora chiedo a Papa Leone: perché chiamarli eroi solitari? Forse per distogliere lo sguardo dalla loro solitudine dorata? Per trasformare in merito quello che è solo una condizione di privilegio?

Mi consenta di ricordarle che un vero pastore non ha bisogno di sentirsi dire che è un eroe. Ha bisogno di sentirsi dire: “Scendi dalla croce che ti sei costruito con le tue mani e va’ in strada. Lì c’è la tua solitudine vera, ma anche la tua resurrezione”. 

Perché la solitudine che fa male non è quella del presbiterio riscaldato, ma quella del missionario che non ha nessuno accanto mentre seppellisce l’ennesimo bambino! 

Ed è lì, solo lì, che si smette di raccontare favole e si comincia, forse, a essere davvero figli. Non eroi…

Pelikan System: Quando il fiume insegna. Un’iniziativa che vorrei vedere imitata ovunque.


Buongiorno, e grazie per aver voluto condividere con me questa storia. Avevo bisogno di rileggerla con calma, perché certe notizie meritano più di una lettura veloce. Parlo di quel post che ho trovato qualche giorno fa, quello del Tevere che, incredibile a dirsi, sta letteralmente bloccando i rifiuti e restituendo dignità alle sue acque. A volte ci dimentichiamo che i fiumi non sono discariche, ma arterie vive del nostro territorio, e quel che accade in Lazio dovrebbe farci riflettere tutti.

Sai, leggendo che hanno completato l’installazione della terza barriera del progetto “Pelikan System” alla foce del Tevere, a Capo Due Remi sul lato di Ostia, ho pensato a quante volte abbiamo visto fotografie vergognose di plastica e scarti arrivare al mare. Ecco, questa è una di quelle iniziative che parte dal basso, dalla consapevolezza, e che si fa sistema. 

Non è un intervento estemporaneo, ma una strategia integrata: la nuova barriera, entrata in funzione a fine marzo 2026, lavora insieme a quelle già presenti sulla riva destra del Tevere e sul fiume Aniene. Insieme creano una rete coordinata che intercetta i rifiuti prima che raggiungano il mare, dove tutto diventerebbe più difficile e dannoso.

Mi piace immaginare queste barriere, lunghe circa quaranta metri e costruite in acciaio zincato, posizionate proprio dove la corrente, quasi con intelligenza naturale, convoglia i detriti. C’è una grata che scende fino a un metro di profondità, capace di catturare non solo ciò che galleggia, ma anche quello che sta semi sommerso. 

E la prudenza non manca: durante le piene eccezionali, quando l’acqua supera un metro e mezzo al secondo, il sistema entra in modalità neutra per non ostacolare il deflusso. Non si tratta di ostacolare il fiume, ma di aiutarlo a respirare pulito.

Ma la parte che mi ha colpito di più è il lavoro silenzioso e tecnologico che accompagna queste barriere. Una flotta di imbarcazioni intelligenti, dotate di droni, veicoli operati a distanza e sonde parametriche, monitora in tempo reale la qualità dell’acqua e raccoglie ulteriori rifiuti lungo il corso. Ogni passaggio – ho letto – recupera in media trenta chili di materiali galleggianti. Trenta chili non sembrano tanti, ma sommati giorno dopo giorno diventano montagne restituite alla terra e non al mare.

E i numeri del primo anno parlano da soli: centoventimila chili di rifiuti rimossi tra Tevere e Aniene. Non solo plastica e legname, ma anche pneumatici, bombole del gas, frigoriferi, scaldabagni, materassi. Roba che non dovrebbe finire in un fiume nemmeno per sbaglio, e invece ci finisce perché qualcuno pensa che l’acqua sia un buco nero dove sparire ogni vergogna.

Ecco, quello che auspico è che questa iniziativa venga imitata da altre regioni. Non serve inventare qualcosa di straordinariamente nuovo, basta copiare chi ha già dimostrato che si può fare. 

Perché quando un territorio si prende cura delle proprie acque, migliora la qualità ambientale, riduce i rischi idraulici durante le piene e, soprattutto, mette fine a quello scempio che troppo spesso accettiamo come inevitabile. Non lo è. E il Tevere, con le sue barriere e le sue barche intelligenti, ce lo sta dimostrando ogni giorno. 

Speriamo che qualcuno di quegli assessorati regionali che in Sicilia si occupano di territorio, ambiente, energia e servizi di pubblica utilità – e lì dentro c’è pure il Dipartimento dell’acqua e dei rifiuti, quello che dovrebbe sapere tutto di bonifiche e gestione del ciclo degli scarti – oltre a pensare esclusivamente a come spendere il proprio stipendio – cui gentilmente di fatto il sottoscritto in quota parte partecipa –stia già, mentre legge questo mio post, prendendo appunti.

“Artemis” e l’uomo che non scese mai sulla Luna!


Buongiorno, 

osservando quanto è accaduto in queste ore con il viaggio di Artemis verso la Luna, ho pensato di scrivere stamani questo post.

Sì… perché quanto ci è stato fatto vedere nel 1969 con l’Apollo 11 (e le missioni successive), ha di fatto rappresentato un falso, creato in maniera formidabile – se pur con parecchi errori emersi in questi decenni – dal grande regista Stanley Kubrick. 

L’uomo, in realtà, non è mai sceso sulla Luna, e non ci è mai potuto riuscire con quella tecnologia primitiva che si ritrovava all’epoca. 

Basti difatti pensare alle difficoltà che stanno emergendo in queste ore con la missione “Artemis” – e siamo nel 2026, a oltre sessantasette anni di distanza da quella che considero una gigantesca commedia. 

I problemi tecnici, i rinvii, le perdite di elio allo stadio superiore del lanciatore: tutto questo racconta una verità scomoda ma ormai inequivocabile. Se già oggi, con i mezzi che abbiamo, fatichiamo a organizzare un viaggio nel quale, guarda caso, gli astronauti si limiteranno – semplicemente – a orbitare intorno alla Luna senza neppure scendere sulla sua superficie, come si può ancora credere che negli anni Settanta, con calcolatori meno potenti di un odierno smartphone, qualcuno sia davvero sceso e abbia camminato lassù?

E allora mi chiedo: a cosa serve mandare degli umani in questa spedizione? Perché rischiare un equipaggio, se l’unico scopo è quello di girare intorno al satellite? Bastava inviare la navicella senza nessuno a bordo. Ma così non sarebbe stato possibile alimentare il racconto, la narrazione, quell’epica che invece viene costruita con cura. 

Ecco perché ho seguito con attenzione ciò che è accaduto a Cape Canaveral, con i quattro astronauti della missione partiti verso il nostro satellite: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Certo, si parla di una “missione epica”, di primati: la prima donna a raggiungere l’orbita lunare, la prima persona di colore a superare l’orbita terrestre, il primo non americano a volare verso la Luna

Ma ad osservare i preparativi del lancio abbiamo scoperto molto sul gradi di fiducia della missione. Un razzo, lo “Space Launch System“, che dopo esser stato posto sulla rampa di lancio è stato riportato nell’edificio di assemblaggio per riparare una perdita di elio. Cosa aggiungere… dieci giorni di viaggio, ci dicono, sì… dieci giorni per non toccare mai il suolo lunare.

E mentre la NASA mette a disposizione di tutti uno strumento chiamato AROW, che dovrebbe tracciare in tempo reale la posizione della capsula Orion, le trasmissioni dei piloti con la base a terra, si sono interrotte per poi riprendere nuovamente, ed io allora continuo a pensare a una domanda semplice, elementare. 

Se le navicelle che sono atterrate in questi anni sulla Luna, e soprattutto i rover che si sono mossi sul terreno del nostro satellite, non hanno mai evidenziato – pubblicamente – alcuna traccia dello sbarco americano degli anni Settanta, come si fa ancora a crederci? 

Non parlo solo del modulo lunare, che pure sarebbe dovuto restare lì, parlo della bandiera piantata, dei rover, delle strumentazioni, di tutto quanto appare in quei filmati che ormai ho compreso essere falsi, girati in una struttura (blindata) scenografica. Nessuna immagine, nessuna prova, nessun resto di quelle imprese eroiche. Soltanto il silenzio, e una narrazione che continua a ripetersi senza mai mostrare i reperti.

C’è chi racconta la storia di un finto sbarco preparato nei minimi dettagli, con tanto di regista d’eccezione. Pare che Stanley Kubrick, reduce da “Odissea nello spazio”, abbia girato per conto della CIA un allunaggio alternativo, da trasmettere nel caso in cui la missione vera fosse fallita. 

E se invece quella versione – quella che abbiamo visto tutti – fosse proprio il falso? Se la verità fosse che nessun uomo è mai partito per la Luna, e che quelle immagini sono state costruite in uno studio londinese della Metro Goldwin Meyer? 

Ci hanno detto che alla fine non ce ne fu bisogno, che il vero allunaggio riuscì perfettamente. Ma io non ci credo più. Le contraddizioni, le difficoltà tecniche di oggi, l’assenza totale di prove fisiche sulla superficie lunare, tutto mi spinge a pensare che il grande viaggio dell’umanità sia stato, in realtà, un capolavoro di illusionismo. 

E mentre Artemis II sta viaggiando verso la Luna – per non atterrare, attenzione, mai – continuerò a guardare il cielo con gli occhi di chi sa che la Luna, lassù, attende ancora il primo vero passo dell’uomo.

Già… quel piccolo passo dell’uomo che forse – se fosse stato fatto realmente – avrebbe cambiato le sorti dell’intera umanità!

Ed intanto Kubrick – lui sì dallo spazio – se la ride…

Il carcere senza mura: Sessantasette cellulari in un solo carcere e il silenzio assordante delle istituzioni!


Stamane, nel carcere di Cavadonna a Siracusa, un blitz della Polizia penitenziaria ha portato al sequestro di sessantasette telefoni cellulari e di diverse dosi di stupefacenti. Tremila agenti, giunti anche da altri istituti siciliani, hanno passato al setaccio la struttura. La Procura ha già aperto un’inchiesta, e si parla di possibili trasferimenti di detenuti. 

Il sindacato, intanto, richiama il tema del sovraffollamento: il carcere di Siracusa ospita attualmente circa seicencinquanta detenuti, e la Uilpa Polizia Penitenziaria Sicilia punta il dito sulla carenza di organici, con oltre mille agenti mancanti all’appello in tutta l’isola.

È l’ennesima conferma di un problema che denuncio da tempo, e che troppo spesso viene sottovalutato: la presenza di cellulari nelle carceri italiane. Già il 28 giugno dello scorso anno, in un post che potete trovare al link che vi lascerò, avevo affrontato questa questione, parlando della superficialità con cui viene gestita. 

E il 28 luglio, commentando un video del procuratore di Napoli Nicola Gratteri pubblicato su TikTok da “antimafiaduemila”, avevo riportato le sue parole drammatiche. “Una situazione veramente drammatica”, diceva Gratteri, “e non pensate che col palliativo di ieri risolviamo il problema delle carceri”. 

Nel corso della presentazione del suo libro “Il grifone”, scritto con Antonio Nicaso, il procuratore aveva spiegato che mediamente in ogni carcere funzionano duecento telefonini. E aveva raccontato di una riunione alla Procura Nazionale dell’Antimafia, con tutte le procure distrettuali d’Italia e il direttore Basentini, in cui lui propose di installare dei disturbatori di frequenza, i cosiddetti jammer, almeno per le carceri più grandi e quelle d’alta sicurezza come Rebibbia e Milano Opera. Gli risposero che non era possibile perché, se funziona il jammer, come fa la polizia penitenziaria a comunicare?

Una risposta che, lo scrivevo il 21 febbraio di quest’anno, lascia quantomeno perplessi. I telefoni fissi, forse, sono stati eliminati? Ed è evidente che la maggior parte degli addetti ai lavori utilizza i cellulari non tanto per emergenze, ma per connettersi ai social network, giocare online e quindi probabilmente per distrarsi dal proprio compito. Gratteri, in quel video, spiegava che dal carcere si danno ordini di morte, si vende droga, si chiedono estorsioni. “Non c’è indagine che noi facciamo per associazione di stampo mafioso, traffico di droga o altro dove poi non emerga che sentiamo tre, quattro, cinque, dieci telefonini che sono in carcere e comunicano con l’esterno. Questo è lo stato dell’arte”. 

E io aggiungevo, con amarezza: cosa vogliamo, con una politica che dimostra di essere collusa con la criminalità organizzata attraverso il ben noto scambio di voti? È un vero schifo, e la circostanza peggiore è che a fare in modo che tutto ciò accada sono proprio coloro che ci stanno governando, gli stessi che realizzano leggi inconcludenti e sterili per poi utilizzarle come scudo, evitando di rimanere coinvolti in quelle inchieste giudiziarie di cui ogni giorno ahimè udiamo.

Il 6 agosto dello scorso anno tornavo ancora sul tema, partendo da un altro video, questa volta Gratteri ribadiva la presenza di cellulari, droga e alcol nelle carceri. A dare conferma, scrivevo, ci avevano pensato direttamente alcuni detenuti “trapper” dal carcere di Torino, riprendendosi con il cellulare davanti a uno sfondo di celle, cantando, salutando, mostrando i loro corpi tatuati senza alcun timore e accompagnando il video con uno spinello. Migliaia di follower su Instagram seguivano quelle immagini. E io, pur sconfortato nell’osservare come quotidianamente l’illegalità prevalga sulla legalità, dicevo di apprezzare in un certo senso quell’idea: essa rappresenta il perfetto viatico per intraprendere una carriera da cantante, ben venga ogni forma di pubblicità pur di giungere a un contratto discografico e a un inaspettato successo appena usciti da quel penitenziario

Il pensiero che attraverso la musica ci si possa allontanare da quell’ambiente insano non mi dispiace, anche se ci credo poco. Ma quanto accaduto a Torino, e non solo, ha riproposto il tema difficile delle carceri italiane: il sovraffollamento, le condizioni igienico-sanitarie, il degrado di strutture fatiscenti, la difficile convivenza tra gruppi criminali contrapposti a cui si sommano persone di colore, etnia o religioni diverse. Un racconto che viene perfettamente riportato nei testi di quelle canzoni, dove si racconta l’esperienza di vita precedente all’arresto e ciò che si vive dentro.

Eppure, tutto questo conferma come queste cosiddette “case di pena” non agevolino minimamente quel principio per cui la detenzione dovrebbe in qualche modo rieducare il condannato, come previsto dall’articolo 27 della Costituzione. Sappiamo bene che, il più delle volte, quando un detenuto viene inserito in quell’ambiente, eleva negli anni il proprio livello di pericolosità, proprio perché si lega ed entra a far parte di un gruppo ancor più criminale. Basti osservare quelle serie TV sull’argomento, come “Il Re” con Luca Zingaretti, che mostrano con crudo realismo le dinamiche di potere, le violenze e le difficoltà della vita carceraria, non solo per i detenuti ma anche per il personale penitenziario. Scene girate all’interno di veri istituti di detenzione, ora dismessi, che mostrano una realtà drammaticamente vicina alla finzione.

In questo contesto, le dichiarazioni del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia lasciano ancora più interrogativi. Alla domanda sulle responsabilità della polizia penitenziaria, rispose: «Al momento non risultano responsabilità»Ma allora cosa non ha funzionato? Secondo De Lucia, la responsabilità è da attribuire a una «sciagurata scelta di gestione». Con il pretesto del sovraffollamento carcerario, si è deciso di aprire le celle dei mafiosi, permettendo ai detenuti più pericolosi di circolare liberamente e di assumere il controllo dei penitenziari. Una scelta che non solo ha compromesso la sicurezza, ma ha anche portato a un’impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi tra i detenuti più deboli. Il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, così come Gratteri, ha recentemente riportato l’attenzione su questo problema: «Un telefono in mano a un boss in carcere è il mezzo con cui si ordina un omicidio». Una dichiarazione che non lascia spazio a dubbi.

Le carceri italiane sono ormai il simbolo di una gestione pubblica disastrosa, caratterizzata da scelte politiche e amministrative che hanno prodotto conseguenze devastanti. Le circolari ministeriali e le disposizioni adottate negli ultimi anni hanno generato un effetto a catena di reati, aggressioni e rivolte, mentre il governo delle strutture detentive appare sempre più condizionato dagli interessi mafiosi. Il danno economico derivante da questa situazione è incalcolabile: miliardi di euro dispersi tra inefficienze, costi di riparazione e spese straordinarie legate alla gestione delle emergenze. Eppure, nonostante la gravità del problema, le responsabilità contabili, civili e forse anche penali non sono mai state adeguatamente approfondite. Nel frattempo, gli agenti penitenziari, stremati da un sistema che li abbandona, non hanno strumenti efficaci per impedire che le mafie controllino l’interno delle carceri.

Per spezzare questo ciclo vizioso, è necessario riscrivere le regole, costruendo un modello basato sulla civiltà e sulla speranza per i detenuti. Tuttavia, ciò non può significare concedere ulteriore spazio ai gruppi criminali più pericolosi, che oggi approfittano della debolezza delle istituzioni per rafforzare il loro controllo. Occorre impedire a una minoranza mafiosa di dettare legge e vietare qualsiasi forma di autogestione degli spazi condivisi, che di fatto trasforma le sezioni detentive in vere e proprie roccaforti della criminalità organizzata. 

Oggi, persino le sezioni di alta sicurezza non riescono più a garantire un controllo adeguato: i boss mafiosi possono continuare a comandare e a reclutare nuovi adepti, trasformando il carcere in un centro operativo per le loro attività criminali. L’unico regime che ancora riesce a contrastare questo fenomeno è il 41bis, che limita drasticamente i contatti con l’esterno e impedisce il controllo mafioso sugli spazi comuni. Tuttavia, anche questa misura sembra destinata a essere smantellata nel tempo, rendendo il carcere sempre più irrilevante rispetto alle sue due funzioni principali: garantire la sicurezza dei cittadini e rieducare i condannati.

Mettere i jammer? Sì, sarebbe in parte una buona soluzione, ma io ritengo che non sia solo così che si potrà risolvere questo difficile problema. Per invertire questa deriva serve una classe dirigente preparata e determinata, capace di interrompere il binomio retorica-incompetenza che da anni grava sulle scelte politiche in materia carceraria. Ma prima ancora, è necessaria una presa di coscienza collettiva sugli errori commessi, sulle inefficienze del sistema e sulle conseguenze di un approccio sempre più permissivo nei confronti della criminalità organizzata. Il carcere non deve diventare un luogo di tortura, ma nemmeno un territorio senza regole in cui la mafia continua a dettare legge. 

Ripristinare un sistema sicuro e funzionante è un dovere verso le vittime della criminalità, verso gli agenti penitenziari che ogni giorno rischiano la vita e verso tutti i cittadini che meritano uno Stato forte e credibile. La posta in gioco è troppo alta: la sicurezza dello Stato e la credibilità delle sue istituzioni.

Gli Alieni? Sono da sempre tra noi!


Buongiorno…

Oggi ho deciso di affrontare un tema particolare, impegnativo, anche perché mi è capitato casualmente in queste sere di parlarne con le mie figlie e capire da loro cosa ne pensassero. 

Le loro domande, come sempre accade quando si parla con chi guarda il mondo ancora con occhi liberi e non condizionati, hanno scavato più a fondo di quanto avrei immaginato. 

E così, quel che doveva essere un semplice gioco tra un pasto e l’altro, un bicchiere di vino e il tepore di una serata in famiglia, si è trasformato in qualcosa in più, la stessa inquietudine che mi porto dentro da sempre, chissà… forse qualcosa che chiedeva di essere messo in evidenza, con loro e qui, tra noi.

Quando dico che siamo noi gli alieni, non lo intendo in senso poetico soltanto. C’è un dato preciso, quasi imbarazzante nella sua nudità, che riguarda il nostro DNA. Se guardiamo il corredo genetico degli altri animali che condividono con noi questo pianeta, scopriamo che qualcosa è accaduto. 

Noi esseri umani abbiamo ventitré paia di cromosomi, mentre le grandi scimmie, i nostri parenti più prossimi, ne hanno ventiquattro. Non manca nulla, in realtà: due cromosomi ancestrali si sono fusi in uno solo, il nostro cromosoma due. Una fusione, un evento unico, che ci ha separati. 

Ma non è solo questo. Ci sono regioni del nostro DNA, chiamate “HARs” – aree accelerate dall’evoluzione – che si sono modificate con una velocità inspiegabile se confrontate con quelle degli altri primati. Sono sequenze che non codificano proteine, ma regolano l’espressione dei geni, e hanno plasmato un cervello con una plasticità e una capacità cognitiva che non hanno eguali nel regno animale.

La domanda, allora, non è più solo filosofica. È una domanda che si posa esattamente sul confine tra biologia e mistero: come mai, tra tutti i viventi, solo noi abbiamo questa differenza strutturale? Come mai siamo l’unica specie a portare in sé il segno di una fusione, di una riorganizzazione profonda del patrimonio ereditario? Non è un gene singolo a distinguerci, è la combinazione di tutto questo, una architettura diversa. E se questa diversità fosse il residuo di un intervento, di una modificazione, di una separazione voluta? Se fossimo stati “elevati”, per usare il termine che ricorre in certe narrazioni, da qualcosa che ci ha presi e resi quello che siamo, lasciandoci poi qui, su questo pianeta, a dimenticare?

Nel parlarne, mi sono ricordato di alcuni dipinti di antichi maestri. Allora li guardavo e non riuscivo a distogliere lo sguardo da certi dettagli che sembrano non appartenere al loro tempo. Sfere sospese nell’aria, oggetti dalle forme inconsuete che solcano il cielo alle spalle di madonne o sullo sfondo di crocifissioni. Allora avevo pensato se ci fosse stata un’influenza, se qualcosa ci avesse osservato e forse modificati, quelle tele costituivano d’altronde una traccia sincera di un qualche contatto con la nostra memoria che ha poi rimosso o trasformato in altro, perché l’arte, si sa, talvolta dice più di quanto l’artista stesso sapesse di voler dire.

Se poi mi soffermo altresì a pensare a certi racconti, rivedo quegli invasori che vengono dallo spazio e mi capita di scoprire come sono. Ci sono i buoni… o meglio i portatori di un ordine superiore, inaccessibile. Le loro astronavi sovrastano in silenzio le nostre metropoli, e loro non si mostrano. Impongono la pace, aspettano. Solo quando il mondo sarà diventato utopia, si riveleranno. E quel giorno scopriremo che il loro aspetto è ciò che noi per secoli abbiamo chiamato diavolo: neri, con ali di cuoio, piccole corna, una coda forcuta. 

Ci viene detto che le stelle non sono per l’uomo, che non meritiamo di unirci a quella somma di tutte le razze galattiche. Eppure, ci faranno evolvere. Alla fine, quando partiranno, porteranno con sé solo i bambini. Mi chiedo se questa sia una storia di conquista o di salvezza, o se forse sia la stessa cosa vista da due lati diversi. E mi chiedo anche: se qualcuno ci avesse già presi in carico una volta, quella fusione cromosomica non sarebbe forse il segno indelebile di un’elevazione antica?

Poi vi sono universi più affollati, dove l’umanità si muove alla cieca in un cosmo già stabilizzato da un miliardo di anni, con ordini antichi e crudeli. In quelle storie, per entrare a far parte del club galattico non c’è alternativa: devi essere “elevato” da una razza più antica, che ti modifica geneticamente, e poi resti vincolato a lei per centomila anni.

E così l’umanità scopre tutto questo all’improvviso, e scopre – ahimè – di essere in ritardo, di esser già dentro un gioco le cui regole sono state scritte prima ancora che comparissimo noi. Mi chiedo se anche questo non sia un modo per raccontare qualcosa che già viviamo: l’essere arrivati dopo, l’eredità di strutture che ci precedono e ci condizionano, il sospetto che la nostra libertà sia solo un’illusione concessa da qualcuno che ci ha presi a carico senza chiederci il permesso. Forse la fusione dei nostri cromosomi è il marchio di quel vincolo, il timbro impresso nel nucleo di ogni nostra cellula.

Tuttavia, tra essi, vi sono anche gli alieni rappresentati come mostri. Qui il ruolo è più semplice: spaventare, mettere in mostra lo spirito umano di fronte all’avversità, o più spesso assicurare un po’ di svago condito di sangue. Ma anche in questo caso, a ben guardare, il mostro non serve solo a terrorizzare. A volte serve a mostrare qualcos’altro. C’è una creatura, un felino con tentacoli, che non è solo un predatore: serve a illustrare la superiorità del collettivismo su di essa. E anche qui, dietro la maschera del mostro, si nasconde un’idea.

Mi colpisce quanto tutto questo sia plasmato dall’imperativo della narrazione, più che da quello della scienza. Anche Shakespeare faceva lo stesso con la storia, e non gli ha nuociuto. Alcuni autori costruiscono mondi interi con la precisione di un ingegnere, calcolano gravità e atmosfere, creano ambienti così estremi che gli umani possono sopravvivere solo in certe fasce orarie, mentre i nativi, che sembrano millepiedi robusti, resistono a gravità settecento volte la nostra. 

E poi scopriamo che quei nativi sono molto più intelligenti di quanto gli umani pensassero. La distanza tra chi osserva e chi viene osservato si ribalta sempre, in queste storie. È una lezione che forse dovremmo applicare più spesso anche a noi stessi, nel nostro modo di guardare il mondo. E se fossimo noi, con la nostra differenza genetica, a essere osservati da altri come un caso curioso, una specie elevata che ha dimenticato di esserlo?

Ma continuando ad osservare l’universo scopriamo che esiste un ospedale intergalattico che ospita centinaia di ambienti diversi: caldo, freddo, ogni tipo di atmosfera. Ogni specie ha una sigla, una classificazione a quattro lettere. Noi umani siamo DBDG. Un altro essere, un aracnide delicato con poteri empatici, è classificato come PVSJ, respira cloro, ma è capace di percepire le sensazioni dei suoi pazienti. Mi piace pensare che forse l’extraterrestre più avanzato non è quello con la tecnologia più potente, ma quello che sa sentire l’altro dentro di sé. E forse questo, in fondo, è ciò che distingue una presenza ostile da una presenza che potremmo definire, con cautela, amica.

Molti alieni sono umanoidi, differiscono da noi per dettagli banali: pelle blu, occhi grandi, stature inusuali. Altri sono modellati su animali terrestri: tigri, gatti, uccelli, lucertole. E poi ci sono quelli che sfidano davvero la biologia, che non potrebbero esistere secondo le nostre leggi. Ma anche lì, c’è un limite: l’evoluzione. E molte storie, quando si spingono troppo in là, perdono colpi. Nessuno si è mai chiesto davvero come un mostro potesse evolvere la capacità di succhiare la forza vitale dalle altre creature. 

Lo scopo era creare intrattenimento, e non una plausibilità scientifica. E va bene così… forse, però, quando parliamo di alieni già tra noi, dovremmo essere meno preoccupati della plausibilità biologica e più attenti alla plausibilità di un’intenzione che non sappiamo riconoscere. Ma se c’è un’intenzione, potrebbe essere già scritta in quei ventitré paia di cromosomi, in quella fusione che ci ha resi quello che siamo.

Perché la vera domanda, stasera, non è solo se quei dischi volanti dipinti nei quadri antichi siano reali o frutto di un simbolismo che abbiamo dimenticato. 

La vera domanda è: siamo noi stessi gli alieni? Questo senso di essere fuori posto, questa capacità di distruggere il nostro stesso ambiente, questa ossessione per il cielo e per ciò che potrebbe esserci oltre, non sono forse il segno di una diversità radicale rispetto a ogni altra forma di vita che conosciamo sulla Terra? 

Forse gli alieni non sono “tra noi” nel senso di essere arrivati da un altro pianeta. Forse lo siamo noi, da sempre, e non lo abbiamo mai voluto ammettere. Forse il nostro destino non è attendere che qualcuno venga a prenderci, ma riconoscere che siamo già stati presi, già stati portati qui, già stati modificati, già stati lasciati a noi stessi abbastanza a lungo da dimenticare. 

E quella fusione cromosomica, quel cromosoma due che non assomiglia a nient’altro nel regno animale, è forse la firma, il documento di una separazione, l’atto di nascita di una specie aliena su un pianeta che l’ha accolta senza sapere da dove venisse.

E quando guardo quei dipinti, quei maestri che hanno messo nei loro cieli forme che non sapevano spiegare, penso che forse stavano cercando di dirci proprio questo: che l’estraneo non è solo lassù, ma è già qui, nel modo in cui alziamo lo sguardo e sentiamo di non appartenere del tutto al suolo che calpestiamo

È già qui, nella doppia elica che portiamo in ogni cellula, in quella sottile, invisibile differenza che ci ha resi capaci di immaginare gli alieni proprio perché, in fondo, stiamo cercando di ricordare chi eravamo prima di diventare umani. 

E forse, alla fine, le mie figlie avevano ragione quando, con quella semplicità che solo i bambini possiedono, mi hanno detto che forse non è importante da dove veniamo, ma cosa decidiamo di fare adesso che siamo qui…

Ben novantasei citazioni nei file Epstein: il legame tra soldi occulti e sovranità di plastica.


Sì… è partito tutto da una nota di Andrea Scanzi su Tumblr, che ha dato sfogo a questo mio post. A proposito di “sovranità”. Nell’indifferenza generale, è accaduto che Salvini sia stato citato novantasei volte negli Epstein files. Perché quel criminale era interessato al successo di Salvini in Italia? Ed è vero che Steve Bannon finanziò la Lega nel periodo di massimo consenso? Sono domande importanti, ma tanto ormai in questo paese è saltato tutto.

Il giornalista, scrittore e opinionista dichiara altresì di condividere interamente le parole della deputata AVS Elisabetta Piccolotti: Chiediamo oggi un’informativa urgente al ministro dei Trasporti, Matteo Salvini. Non per i ritardi dei treni né per le procedure opache sul Ponte sullo Stretto, ma per un fatto che lo riguarda come segretario di un importante partito di maggioranza. Il nome di Salvini ricorre per ben novantasei volte negli Epstein files. Questi messaggi si concentrano nel periodo in cui la Lega, non a caso, raggiunge il suo massimo storico di consenso elettorale anche grazie alla cosiddetta “Bestia”, un sistema pervasivo e altamente efficace di comunicazione sui social network.

E continuando: Chiediamo dunque che il ministro Salvini venga a spiegare in Parlamento se abbia mai avuto Steve Bannon come consulente politico; se risponde al vero che Bannon abbia svolto attività di fundraising e ricerca di finanziatori, diretti o indiretti, anche sotto forma di servizi digitali, a favore della Lega; se sia mai venuto a conoscenza di iniziative promosse da Bannon per condizionare l’opinione pubblica italiana o europea anche dopo l’esplosione dello scandalo di Cambridge Analytica; se gli incontri citati nelle mail si siano realmente svolti e se Salvini fosse a conoscenza dei legami tra Steve Bannon e Jeffrey Epstein.

Queste domande non sono un attacco personale. Riguardano la sovranità democratica, la trasparenza del finanziamento della politica e il rischio di interferenze occulte nei processi elettorali nazionali ed europei. Questioni cruciali per la qualità della nostra democrazia.

Eutanasia: Quando perfino morire non ci appartiene più!


C’è un momento, nella vita di qualcuno, in cui il respiro si fa corto e lo sguardo si perde in un orizzonte che sembra essersi improvvisamente chiuso. 

Sono giorni in cui il corpo non risponde più o risponde con un dolore che non concede tregue, e la mente, lucida, si trova a dover fare i conti con l’unica libertà che sembra essere rimasta: la scelta di smettere di soffrire!

Eppure, anche in quell’estremo, intimo rifugio, ci accorgiamo che non ci appartiene più. Arriva qualcuno, o qualcosa, a imporci un limite, un vincolo, una porta chiusa in faccia a quella che forse è l’ultima, disperata richiesta di pace.

È ciò che è accaduto con la vicenda di Noelia Castillo Ramos, una ragazza di venticinque anni di Barcellona che ha scelto di ricorrere all’eutanasia, e che ha suscitato l’intervento della Conferenza Episcopale spagnola.

E così, mentre leggo quelle parole, mi rendo conto che a parlare non è soltanto una voce religiosa, ma  anche quella del nostro Stato che proprio in questi giorni, ha finalmente permesso ad una donna toscana – affetta da anni da sclerosi multipla – a poter procedere all’eutanasia in casa propria, in seguito all’autosomministrazione di un farmaco letale tramite il dispositivo con comando oculare che era stato appositamente predisposto dal Cnr per consentire di azionare l’infusione in vena. 

Certo, meno male che ne era capace, perché nel caso in cui i suoi arti non le permettevano alcun movimento cosa si faceva? Restava in attesa di una possibile soluzione legislativa, che ancora oggi non c’è? Già… un’alleanza silenziosa, quella tra Stato e chiesa che trasforma il dolore privato in un campo di battaglia pubblico, sì… una beffa che si somma, anche nel caso in cui un soggetto non è credente.

La nota dei vescovi spagnoli arriva dritta, quasi chirurgica, a definire il confine. Dicono che la risposta al dolore non possa essere quella di provocare la morte, ma che si debba offrire vicinanza, accompagnamento, sostegno integrale. 

E a sentirlo quel messaggio suona quasi generoso, se non fosse che tradisce una distanza incolmabile da chi quella sofferenza la sta vivendo sulla propria pelle! Perché parlare di “accompagnamento” è facile quando si ha la certezza che il tempo scorre in una direzione diversa dalla propria. Ma quando il tempo si è fermato, quando la malattia non è solo terminale ma è diventata una prigione perpetua senza cura, allora quelle parole rischiano di trasformarsi in un muro. 

I vescovi parlano di “rottura deliberata del legame di cura”, eppure mi chiedo: esiste davvero un legame di cura quando a decidere sono altri, quando la tua volontà viene messa da parte in nome di un valore che ti viene imposto dall’esterno? Sostengono che la dignità non dipenda dallo stato di salute, né dalla percezione soggettiva della vita, e in linea teorica potrei anche concordare. Ma la verità è che la dignità non può essere definita da chi sta in piedi a guardare il letto di chi soffre.

Sostengono che in questo caso non si tratti di una malattia terminale, ma di “ferite profonde”. Eppure, è proprio questo il punto che mi lascia senza respiro: la distinzione tra ciò che è accettabile sopportare e ciò che non lo è, tra chi ha il diritto di chiedere aiuto per andarsene e chi invece deve per forza restare, inchiodato a un’esistenza che non riconosce più come propria

La Chiesa, e con essa gran parte delle nostre istituzioni statali, interviene con la pretesa di proteggere la vita, ma finisce per fare qualcosa di ben più grave: abbandona l’individuo al suo isolamento, negandogli l’estremo atto di autodeterminazione. Perché quando una persona si trova in condizioni di salute estreme, quando la scienza non offre più strade e la sofferenza diventa l’unico orizzonte, impedire quella scelta non è proteggere la vita, è confiscare l’ultimo brandello di libertà.

Ecco allora che questo atteggiamento, per quanto rivestito di buone intenzioni e di appelli a “una cultura dell’assistenza che non abbandoni nessuno”, rivela il suo volto più autentico: una sconfitta sociale prima ancora che morale. 

Una sconfitta perché dimostra che non siamo capaci di guardare in faccia il dolore senza imporre le nostre paure. Una sconfitta perché preferiamo costruire leggi e dottrine piuttosto che ascoltare chi, nel silenzio di una stanza d’ospedale, chiede solo di avere il controllo sull’unica cosa che gli rimane: il proprio addio. Quando i vescovi dicono che “se la vita fa male, la risposta non può essere quella di accorciare il cammino, ma di percorrerlo insieme”, io non posso fare a meno di pensare che “insieme” è una parola bellissima, finché non diventa un obbligo. 

Perché percorrere il cammino insieme è un dono, ma costringere qualcuno a farlo quando ogni passo è un tormento diventa una condanna. E in quella condanna, a essere veramente soli ed emarginati non sono tanto i corpi che soffrono, quanto le loro volontà, messe a tacere in nome di una sacralità che non si fa carico delle loro notti insonni.

Forse, una società veramente giusta, come la invocano loro, non è quella che impedisce la morte a tutti i costi, ma quella che non costringe nessuno a chiederla come ultima forma di libertà, perché ha saputo rendersi presente prima, con cure adeguate, con un sostegno che non si ritira mai. 

Ma quando questo non accade, quando il sostegno manca o è insufficiente, allora impedire l’eutanasia non è più un atto di misericordia, ma un atto di potere. E in quel gesto si consuma la sconfitta più grande: quella di una comunità che, di fronte alla sofferenza estrema, sa solo dire “non devi” senza avere il coraggio di dire “ti aiuto io” fino in fondo, rispettando anche il tuo ultimo, inalienabile diritto a dire basta!

Turismo: Proteggere o governare? Il vero segnale dell’interim di Meloni.


Buongiorno, stamani con un po’ di ritardo, pubblico il post che avevo preparato in questi giorni…

Ho letto che il nostro Presidente della Repubblica ha firmato! Giorgia Meloni si prende l’interim del ministero del Turismo, dopo le dimissioni di Daniela Santanchè… 

E io, lo confesso, continuo a trovare la cosa profondamente assurda. Non perché la Presidente del Consiglio non possa farlo, badiamo bene, ma per il messaggio che inevitabilmente passa: nessuno, nel suo governo, era in grado di raccogliere quel testimone? Nessun alleato, nessun altro ministro, nessuna figura competente all’interno della coalizione? È come se, alla fine, l’unica persona di cui ci si fidi veramente sia lei stessa.

Ma forse, e qui mi fermo a riflettere, è proprio questo il segnale che si è voluto dare. Non tanto una questione di fiducia nelle proprie capacità, quanto piuttosto un’operazione di protezione. Proteggere quell’ex ministro, certo, ma anche – e soprattutto – proteggere il ruolo che ricopriva. Una specie di scudo preventivo: tolgo il dicastero a tutti, lo tengo per me, e così taglio corto qualunque principio di aspirazione, qualunque ambizione, qualunque possibile tensione interna alla maggioranza. Nessuno può aspirare a ciò che non è stato nemmeno messo in discussione.

Sì… so che in molti sui social aspettavamo le parole della Santanchè. Dopo tutto quello che abbiamo ascoltato in questi mesi, dopo quanto era stato preannunciato da lei stessa quando si profilava all’orizzonte il rischio di un processo, il silenzio che è seguito ha qualcosa di eloquente. Le dichiarazioni che non ci sono state pesano quanto quelle che avrebbe potuto fare. Certo, un vuoto che lascia spazio a troppe interpretazioni…

A questo punto, non mi resta che rivolgermi idealmente al nostro Presidente della Repubblica…

Ciò che vorrei chiedere – non deve mettere in dubbio la sua firma, sia chiaro – è se non avesse potuto suggerire una strada diversa, anche a semplice mo’ di consiglio, un piccolo indirizzo diverso da quello deciso dalla presidente del Consiglio. 

Perché, e lo dico senza timore di essere ridondante, il settore del Turismo per il nostro Paese non è un ministero qualunque, è una delle voci più importanti per le casse dello Stato, casse che già non navigano nell’oro e quindi, lasciarlo in mano a un interim, per quanto autorevole, rischia di trasformarlo in una poltrona di passaggio, e questo non possiamo permettercelo.

Ma si sa… il ritmo della politica – a volte (ma potrei affermare “sempre”) – sembra volersi dimenticare delle priorità di questo Paese e dei suoi cittadini, ed allora, non resta che a noi, quantomeno, cercare di non perderle di vista

L’ignominia più grande: quando la Chiesa chiede perdono per chi merita solo di esser lapidato!



Ho letto in questi giorni una frase che mi ha lasciato senza parole, e ancora adesso, mentre provo a mettere nero su bianco ciò che penso, fatico a trovare la giusta distanza per parlarne.

Le parole sono di Papa Leone XIV, e riguardano gli abusi nella Chiesa. Egli ha dichiarato che i sacerdoti colpevoli non siano esclusi dalla misericordia.

Cosa…? Ma di quale misericordia sta parlando, Santo Padre? Per dire una cosa del genere, credo che Lei non debba essere stato particolarmente lucido in quel momento, e la circostanza mi preoccupa, e non poco, visto che a differenza dei suoi anziani predecessori Lei possiede un’età che potremmo definire “giovanile”.

Vorrei quindi che Lei comprenda quanto io mi senta offeso come uomo, e ancor più come genitore, nel sentire la sua figura protendersi verso il perdono di chi merita, viceversa, di essere lapidato contro un muro, dinnanzi a tutti.

Santo Padre mi creda… se Dio esistesse – nel qual caso discuterebbe con me e non certo con Lei – non vorrebbe che tutti coloro che si sono macchiati di pedofilia e abusi sui minori, e in particolare i sacerdoti, meritassero la Sua misericordia.

Capisco che Lei provi ora in tutti i modi a mettere una pezza dove questa non è possibile, e quindi, quel suo messaggio ai vescovi francesi in cui ribadiva di adottare una linea chiara – ascolto delle vittime, prevenzione e misericordia – mi creda, ha poco per poter esser preso in considerazione, perché non vi è nulla da salvare in quei suoi confratelli che si sono macchiati di un abominio così indegno, che Dio per primo, sì… quel Dio giusto a cui Lei da sempre si rivolge, non potrebbe ne accettare e ancor meno perdonare!

Eppure, leggo che il messaggio inviato alla plenaria della Conferenza Episcopale francese a Lourdes, introduce proprio questo elemento: “È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi dalla misericordia di Dio”. Un richiamo che si inserisce in una visione più ampia, già delineata a gennaio durante il primo Concistoro straordinario del suo pontificato.

In quell’occasione aveva voluto affrontare il tema – pur non essendo al centro dell’incontro – dicendo ai cardinali: “Non possiamo chiudere gli occhi e neanche i cuori”, definendo gli abusi “una ferita nella vita della Chiesa”. Parole nette, accompagnate da una sottolineatura precisa: il dolore delle vittime è stato spesso aggravato dal silenzio e dalla mancanza di ascolto. “Una vittima mi ha detto che la cosa più dolorosa era che nessun vescovo voleva ascoltarla”, aveva raccontato.

Ed è proprio sull’ascolto che Lei prova abilmente – per non dire “maliziosamente” – a costruire un filo che unisce i due interventi. Da una parte vi è la denuncia di un passato fatto di omissioni e dall’altra, l’invito a proseguire con decisione su una strada diversa, fondata su prevenzione, accompagnamento e responsabilità.

Ma è quel “e” a fare la differenza: accanto alla centralità delle vittime, Lei, Santo Padre, tiene insieme giustizia e misericordia, ribadendo che anche i colpevoli non devono essere esclusi da un percorso pastorale. Lei prova a giustificare un equilibrio delicato che non può essere posto sullo stesso piano, e nulla centra con la complessità del tema o con la volontà di affrontarlo senza semplificazioni.

Per me, quanto accaduto è il tradimento della fiducia più sacra. Altro che equilibrio: ciò che si è compiuto suona come una ferita aperta, e oggi Lei cerca di salvare il salvabile, là dove ogni tentativo di redenzione appare un’offesa.

Forse è proprio questa la distanza incolmabile: da un lato c’è la visione teologica, dall’altro il grido di chi non può accettare che a chi ha spezzato una vita venga concessa persino l’ombra di una possibilità di misericordia.

E così, mentre sento Lei – con disgusto – parlare di “pace possibile”, mi chiedo se questa stessa pace, questa stessa comprensione reciproca, possa mai essere estesa fino a includere chi ha tradito il proprio mandato nel modo più abietto.

La Chiesa chiede rispetto per i seguaci di altre religioni, afferma che “non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni”, e io non posso che condividere lo slancio verso il dialogo e la fratellanza. Ma allora mi chiedo: perché questa stessa apertura, questo stesso cuore capace di abbracciare l’altro nella “genuina fraternità”, sembra voler trovare un posto anche per chi ha calpestato la dignità di un bambino?

E mentre Lei, altresì, chiede di pregare perché si moltiplichino le vocazioni al sacerdozio, e invita in un tempo segnato dalla follia della guerra a difendere la vita dal concepimento al suo naturale tramonto, io non posso fare a meno di pensare che la difesa della vita dovrebbe cominciare proprio dall’aver cura di non consegnare i più piccoli a mani che hanno già dimostrato di essere capaci di distruggerla.

La liturgia, poi, un’altra “ferita dolorosa” su cui Leone XIV si interroga, preoccupato per le divisioni tra chi celebra secondo il rito ordinario e chi segue il Vetus Ordo. “Per sanarla, è certamente necessario un nuovo modo di guardarsi gli uni agli altri, con una maggiore comprensione delle reciproche sensibilità”, ha detto. E io penso: sì, forse è proprio questo il punto. Forse il modo di guardare cambia tutto.

Ma allora perché, quando si tratta di guardare le vittime, a volte sembra che lo sguardo si faccia meno nitido, meno urgente? Perché si parla di “generosa inclusione” per chi aderisce a una liturgia antica, e di “misericordia” per chi ha abusato, mentre chi ha subito la violenza aspetta ancora che il dolore venga riconosciuto senza essere messo sullo stesso piano di chi quel dolore lo ha causato?

Non so se riuscirò mai a trovare una conciliazione tra queste due visioni. So comunque che, da genitore, da uomo, non posso accettare che la misericordia venga estesa a chi ha scelto di tradire nel modo più grave. E forse, alla fine, l’unica cosa che posso fare è continuare a chiedere che almeno l’ascolto, quello vero, quello che il Papa dice di aver imparato da una vittima, non venga mai più negato.

Perché se c’è una strada possibile, non può che partire da lì: dal saper accogliere il grido di chi non può, e non deve, perdonare.

Diceva Henry Louis Mencken: “È l’inferno, ovviamente, che rende potenti i sacerdoti, non il paradiso, perché dopo migliaia di anni di cosiddetta civiltà, la paura rimane l’unico denominatore comune del genere umano”.

Auspico quindi che quello stesso inferno su cui essi hanno forgiato la loro dottrina possa un giorno raccogliere tutti quegli spregevoli e indegni sacerdoti.

Terremoto Meloni: dimissioni, applausi e quella domanda che non smette di tornare. Cambierà qualcosa?


Nel settembre del 2013 scrivevo, quasi con ironia, “Bellissimo…!!! Finalmente si dimettono tutti…”.

Era il tempo in cui i parlamentari del Pdl minacciavano di lasciare, e io che non ci credevo dicevo: “non abbandoneranno mai la poltrona conquistata”. Oggi quelle dimissioni non sono più una minaccia da sceneggiato, ma un fatto. E non sono uno, sono cinque, nell’ultima conta. E non sono del Pdl, sono di Fratelli d’Italia, tranne uno, cioè: sono del partito della premier. È di fatto un terremoto dentro la maggioranza, non contro.

Nel post dello scorso anno, precisamente il 13 marzo scrivevo: Il vento della giustizia: perché molti politici stanno in queste ore abbandonando? Sì… allora parlavo di un “vento della giustizia” che soffiava più forte del solito e mi chiedevo se quelle dimissioni improvvise fossero il segno di un rinnovamento o solo un modo per “salvarsi il culo”, una manovra di facciata per proteggere il sistema. 

Oggi, incredibilmente, davanti alla cronaca di quanto sta accadendo, mi sembra che quella mia domanda non solo si sia aperta, ma si sia fatta più urgente. Perché qui non stiamo parlando di generici “politici che abbandonano”, già… stiamo parlando di un sottosegretario alla Giustizia che si dimette per una cosiddetta “leggerezza” e poi c’è un capo di gabinetto che – nei giorni precedenti il referendum – aveva definito la magistratura “plotoni di esecuzione” e per finire (ma solo provvisoriamente…) una ministra indagata in processi per falso in bilancio, bancarotta e truffa…

Ed allora mi sono chiesto: non è il vento della giustizia, è la giustizia che li ha raggiunti o almeno, li ha sfiorati, e loro, si tolgono prima che il vento diventi tempesta!

In un altro post scritto casualmente proprio il 21 marzo dello scorso anno, mi spingevo oltre: “Dimissioni in massa: giustizia alle porte?” e notavo come il cittadino sembra distratto, ma alla fine osserva, aspetta e soprattutto pretende risposte. 

Oggi, quella domanda rimbomba in un’aula parlamentare che applaude senza sapere perché, o forse sapendolo fin troppo bene, perché quell’applauso non era per Mulè, ma per la notizia appena giunta: un’altra poltrona che si libera, un altro esponente del governo che se ne va. Già… è l’applauso di chi spera che finalmente, dopo tanti anni, qualcosa stia davvero cambiando, ma va detto… è anche l’applauso di chi teme che sia solo una messinscena!

Ecco cosa mi colpisce, rileggendo i miei stessi pensieri. Dodici anni fa non credevo che se ne sarebbero andati, dodici giorni fa mi chiedevo se quelle uscite fossero autentiche o solo una copertura ed oggi mi trovo a constatare che (finalmente) se ne sono andati, sì… ma il meccanismo del potere sembra essersi semplicemente ricomposto.

Ho letto che la commissione parlamentare antimafia si riunirà lunedì per decidere se audire l’ex sottosegretario e poi tra qualche giorno ho letto che “Report” la nota testata giornalistica, uscirà con una puntata in cui verranno fatte emergere circostanze gravi  Non è un paradosso, è la fotografia di un Paese in cui le dimissioni non sono mai la fine, ma spesso l’inizio di un’altra fase.

Quello che mi resta, dopo questa giornata, è la sensazione di assistere a un meccanismo che conosco bene. Le dimissioni vengono presentate come atti di responsabilità, di “sensibilità istituzionale”. Ma nel frattempo, chi è rimasto tira avanti. L’applauso in aula è durato un minuto abbondante, poi i lavori sono ripresi. Come se niente fosse…

E invece qualcosa è successo. Forse non è ancora la “pulizia” che invocavo nel 2013, ma è innegabile che il vento della giustizia – quello vero, fatto di inchieste, di atti parlamentari, di pressione dell’opinione pubblica – stia soffiando in modo diverso dal passato. Che molti di quelli che fino a ieri sembravano intoccabili oggi si trovino a fare i conti con qualcosa di più grande di loro.

Ma resta in me quello scetticismo di fondo che ho sempre avuto. Perché queste dimissioni, per quanto significative, non cambiano le regole del gioco. Non cambiano una legge elettorale che continua a produrre gli stessi effetti. Non cancellano i legami tra politica e affari che stanno alla radice di vicende come quelle che stanno ora emergendo, ma soprattutto, non restituiscono ai cittadini la certezza che, dopo l’applauso, qualcosa sarà davvero diverso.

Forse, come dicevo tanti anni fa, il punto non è tanto chiedersi se le dimissioni siano sincere, ma cosa facciamo noi, da questo momento in poi. Perché se ci limitiamo ad applaudire – anche quando l’applauso è “abbandonante” – e poi riprendiamo a fare come se nulla fosse, allora quelle dimissioni resteranno solo un episodio, non un punto di svolta.

Io continuo a osservare e continuo a pretendere risposte. Perché, come scrivevo allora, ogni dimissione non è solo un addio, ma un’opportunità per riflettere su come vogliamo che siano gestiti i nostri interessi e su chi merita davvero di rappresentarci.

Oggi quell’opportunità si è presentata di nuovo. Sta a noi non sprecarla..

Rivendicare l’Islam senza dimenticare chi soffre in suo nome.


Ieri mattina @________

 ha scritto su “X”:

Non mi interessa essere “non araba” e “non musulmana” per conquistare qualcuno.

Non lo sono mai stata.

La gente mi chiede come faccio a essere così aperta sull’essere musulmana. Sull’essere araba.

Non so mai bene come rispondere.

Perché per me, non è mai sembrata una scelta.

La mia fede non è qualcosa che accendo e spegno.

È lì che mi sento al sicuro. Protetta.

Mi dà una comprensione di questo mondo che nient’altro può permettersi.

Essere araba sta nel modo in cui mi connetto con le persone.

Quanto sono generosa con loro.

Come esprimo calore.

Come vedo il mondo.

Allora perché dovrei nasconderlo?

Soprattutto ora.

Quando ci sono ancora così tanti malintesi.

Tanta distorsione di ciò che è l’Islam.

Di chi siano gli arabi.

Narrazioni ripetute finché non sembrano verità.

Dove arabi e musulmani sono dipinti come i cattivi … mentre le forze che creano la distruzione si posizionano come eroi.

Quell’inversione non è accidentale.

E il silenzio non ci protegge.

Ci cancella.

Voglio che le persone sappiano chi sono quando mi vedono.

Una donna musulmana.

Una donna araba.

Con la storia alle spalle.

Valori che non si muoveranno mai.

P.S. – La mia bellissima mamma mi ha vestito per l’Eid. Indossavo il suo hijab e la nostra abaya abbinata.

Leggendo quanto sopra, ho pensato di pubblicare sul suo profilo un commento, cosa che ho fatto:

Condivido ogni parola. La tua identità non è negoziabile, e non dovresti mai doverla giustificare o nascondere. La tua fede e la tua cultura sono fonte di forza, e hai ragione: L’identità non si negozia. La fede non è un accessorio. E il silenzio, hai ragione, non protegge: cancella!
Ma proprio perché rivendico il diritto di esistere senza filtri, sento il bisogno di aggiungere una cosa, senza però voler sminuire il tuo messaggio: per me, rivendicare l’essere musulmana significa anche chiedermi dove mettiamo le donne musulmane che vengono maltrattate, torturate, uccise in paesi che si dichiarano islamici. Perché se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di questo, senza farci rubare la narrazione. Altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro. 

Ripensandoci però ho deciso stamani di ampliare la nota pubblicata su “X”.

Già… la mia non è una domanda che viene da fuori. Viene da dentro. Da anni seguo quello che accade in Iran, in Afghanistan, in molti paesi dove l’Islam è maggioritario. E vedo un paradosso che non possiamo permetterci di ignorare.

In Iran, il movimento Donna, Vita, Libertà è nato perché una donna, Mahsa Amini, è stata uccisa per aver i capelli fuori posto. Da allora, ragazze e donne vengono arrestate, torturate, uccise per essersi tolte il velo o per averlo indossato “male”. I giovani vengono condannati a morte come mohareb – “coloro che muovono guerra a Dio” – solo per aver protestato per strada.

Non è una distorsione dell’Islam? Sì. Ma è una distorsione che uccide, in nome dell’Islam, con il silenzio o il sostegno di istituzioni che si dicono islamiche.

E non è solo l’Iran. In molti paesi, le leggi sulla “moralità” vengono usate per controllare i corpi delle donne. In alcuni, la violenza domestica è ancora legalmente tollerata. In altri, le donne non possono trasmettere la cittadinanza, né scegliere liberamente chi sposare.

Quando diciamo – giustamente – che arabi e musulmani non sono i “cattivi” raccontati dall’Occidente, dobbiamo anche chiederci: chi sono i cattivi per le donne musulmane che subiscono violenza in nome della stessa fede che per te è rifugio?

Perché se tacciamo su questo, per paura di alimentare stereotipi, allora rischiamo di fare due cose:

– Lasciare sole le vittime.

– Consegnare ai pregiudizi occidentali una narrazione che non abbiamo saputo abitare noi per primi.

La verità è che l’Islam non è una cosa sola. Come ho scritto anni fa: ci sono modernisti e tradizionalisti, chi cerca lo spirito profondo del Corano e chi si rifugia negli hadith più rigidi. Paesi come Tunisia hanno fatto passi avanti enormi sulla parità. Altri, come l’Iran dopo il 1979, hanno trasformato la fede in un sistema di controllo totalitario.

Non si tratta di “occidentalizzare” la donna musulmana. Si tratta di ascoltare quello che le donne musulmane dicono – in Iran, in Afghanistan, in Pakistan, in Egitto, in Arabia Saudita. Si tratta di stare dalla parte di chi dice: la mia fede è mia, ma non può essere usata per giustificare la mia prigione.

Quando vedo l’immagine di una donna iraniana che accende una sigaretta con la fiamma che brucia la foto di Khamenei, capisco che quella non è una ribellione contro l’Islam, è una ribellione contro un regime che ha rapito l’Islam e lo ha trasformato in una gabbia!

Il cambiamento vero – come ho avuto modo di scrivere più volte – viene da dentro. Non dalle bombe, non dagli interventi esterni. Ma viene da dentro quando c’è qualcuno che ascolta, che non distoglie lo sguardo, che non confonde la critica al regime con la critica alla fede.

Per questo, mia cara “sorella“, sono d’accordo con te su tutto.

Difatti, è proprio quando rivendichi di essere una donna musulmana e araba con la storia alle spalle e valori che non si muovono, io penso che nella tua storia – nella nostra storia – ci siano anche quelle donne che oggi vengono sepolte di notte, con la famiglia sotto sorveglianza, costretta a mentire per riavere il corpo.

Se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di loro. Senza farci rubare la narrazione, senza lasciare che siano gli altri a definirci, altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro!

E noi con loro, se restiamo in silenzio..

La Turchia, a differenza nostra, sempre più protagonista negli equilibri internazionali…


Mentre a Riyad i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan siglano un patto per prendere in mano la crisi regionale, ho capito – vedendoli – ancora una volta, quanto il nostro Paese sia lontano da tutto questo.

L’accordo non è l’ennesima dichiarazione di circostanza, ma rappresenta il tentativo esplicito di mettere a sistema ciò che fino a ieri sembravano pezzi sparsi: l’industria militare turca, il peso demografico dell’Egitto, i capitali sauditi e il deterrente nucleare pakistano.

Quattro attori che hanno deciso di evitare che siano “attori esterni” a imporre soluzioni funzionali ai propri interessi. Una dichiarazione di indipendenza strategica che dice tutto sul divario tra chi conta e chi non conta più.

Perché quello che vedo in questo patto è la volontà di costruire le infrastrutture per un disegno più grande. Immagino tra l’altro quanto ho ipotizzato alcuni mesi fa e cioè quel lembo di terra (attualmente iraniano) che permettere alla Turchia di affacciarsi direttamente sul Mar Caspio. Una conquista che non parlerebbe solo di chilometri quadrati, ma di flussi, già… di merci che viaggiano dall’Asia centrale potrebbero raggiungere il Caspio, attraversarlo e poi, attraverso la Turchia, riversarsi nel Mediterraneo. Una rete di trasporto che collegherebbe l’Asia profonda all’Europa, trasformando la Turchia in un ponte strategico tra Oriente e Occidente.

E mentre loro costruiscono alleanze, lavorano su rotte commerciali e si preparano a diventare hub energetico regionale con il gasdotto transcaspico, noi dove siamo? Noi che un tempo eravamo al centro del Mediterraneo, oggi assistiamo da spettatori distratti. Non siamo citati nei tavoli che contano, non siamo presenti nelle note che pesano.

La Turchia, in questi anni, ha giocato un ruolo cruciale nel Caspio: con Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan ha tessuto una trama fatta di esercitazioni militari e forniture di droni. Oggi, con il patto di Riyad, quella trama si allarga coinvolgendo capitali sauditi e deterrenza pakistana. Un mosaico che si compone mentre noi restiamo fermi, convinti forse che il mondo giri ancora intorno a noi.

Alla fine, vedrete, ciò che verrà compiuto dalla Turchia non sarà percepito come una semplice conquista di terre, ma verrà presentato come una grande opportunità di collaborazione tra i popoli, una rete di alleanze che la proietterà come ponte indispensabile tra Oriente e Occidente.

E noi, come riportavo sopra, in tutto questo, dove siamo? La nostra politica internazionale cosa sta facendo se non genuflettersi alle decisioni del Presidente degli Usa Trum? Noi che una volta avevamo il peso di chi contava, oggi viceversa contiamo per il mondo quanto il due di coppe quando si gioca a carte e ahimè: la briscola è ad oro

Dal 2016 al 2026: una vittoria netta e un cerchio che si chiude. Quello che pensavo allora, oggi è realtà!


Ieri, con il Referendum Giustizia 2026, è accaduto qualcosa che mi ha riportato con la mente a un’altra data, a un’altra campagna referendaria. Il 19 luglio 2016, scrivevo un post dal titolo che non lasciava spazio a fraintendimenti: “NO… alla ‘manomissione’ della Costituzione!!!”. 

Ero convinto allora, come lo sono oggi, che ci fossero battaglie per cui vale la pena lottare fino in fondo, perché toccano il fondamento stesso di ciò che siamo come comunità. Per fortuna, quella convinzione ha trovato conferma nelle urne di queste giornate del 22 e 23.

I risultati dello spoglio sono chiari: il No ha vinto con il 53,2%, e c’è un dato che risalta in modo particolare, quasi a volerci restituire un po’ di fiducia. Sono stati i più giovani a fare la differenza. La generazione Z, quella tra i diciotto e i ventotto anni, ha raggiunto una partecipazione del 67%, e al suo interno il No ha toccato il 58,5%. Una generazione che spesso viene descritta come disincantata, ma che quando è stata chiamata a esprimersi su una questione cruciale ha scelto di esserci, e con una nettezza straordinaria.

Il quadro generale, però, è più complesso e non privo di ombre. L’affluenza è stata importante: il 58,9% indica un’attenzione elevata, anche se è difficile credere che questa attenzione fosse interamente focalizzata sui contenuti tecnici della riforma. Più probabilmente, a muovere gli elettori sono stati i risvolti politici, in una campagna referendaria che si è inevitabilmente politicizzata. Del resto, la complessità del tema era tale che molti, all’inizio, dichiaravano addirittura l’intenzione di astenersi, spaventati dalla difficoltà di comprendere fino in fondo le implicazioni. E allora la scelta di giocare la partita su un terreno più marcatamente politico è diventata quasi obbligata.

È stato uno scontro aspro, con dichiarazioni fuori misura, e alla fine ha prodotto una mobilitazione particolare. Da un lato, si è attivato in modo determinante l’elettorato di centrodestra, inizialmente meno ingaggiato. Dall’altro, si è ridotta in modo significativo la quota di quegli elettori dell’opposizione che sembravano orientati al Sì. Ma il fenomeno forse più interessante è un altro: una parte di chi si era astenuto alle Politiche del 2022 e alle Europee del 2024 ha scelto stavolta di andare a votare. E in larga misura, questa porzione di elettorato “recuperato” ha scelto il No. Più di un terzo di chi non votò due anni fa è tornato alle urne.

La partecipazione, però, non è mai uguale per tutti. È un comportamento che ancora una volta si rivela profondamente segmentato in base alla condizione socioeconomica. Hanno votato di più chi ha titoli di studio alti e chi gode di una condizione economica agiata. Al contrario, i livelli più bassi di partecipazione si registrano tra i ceti più disagiati, tra chi ha una bassa istruzione e vive in difficoltà economica. Imprenditori, professionisti, ceti medi si sono mobilitati di più; disoccupati, casalinghe e, in parte, operai, molto meno. Un dato, questo, che non possiamo permetterci di ignorare perché racconta di una partecipazione che ancora oggi rischia di essere strutturalmente diseguale.

E poi c’è l’altra faccia della generazione Z. Se i giovanissimi hanno risposto con entusiasmo, chi si trova nella fascia successiva, quella tra i 29 e i 44 anni – la cosiddetta generazione Y – ha invece fatto registrare il livello più alto di astensionismo: il 47,5%. Un fenomeno preoccupante, se ci pensiamo: sono proprio loro, quelli che entrano nel mondo del lavoro, che costruiscono famiglie e affrontano il peso della quotidianità, a mostrarsi più distanti e disinteressati alla partecipazione politica. È un vuoto che pesa. Più in alto, tra i boomers e la generazione silenziosa, dagli anni in su, la partecipazione è tornata a essere leggermente sopra la media.

Se guardiamo all’appartenenza politica, lo scenario conferma questa polarizzazione. La mobilitazione ha coinvolto soprattutto le aree di sinistra e di centrosinistra, da un lato, e la destra dall’altro. Gli elettori di centro e di centrodestra sono apparsi meno coinvolti. Per l’opposizione, è stata una vera e propria chiamata alle armi contro il governo. Nella maggioranza, invece, a rispondere con più forza è stata l’area più radicale, mentre quella più moderata è rimasta più indietro, e il massimo dell’astensionismo tra gli elettori politicamente collocati si è raggiunto proprio nell’area centrista. Un dato prevedibile, ma non per questo meno significativo.

E i “tradimenti” elettorali? Sono emersi, seppur in misure diverse. Il Partito Democratico è stato l’unico a mostrare una dialettica interna apprezzabile: una quota ultra-minoritaria, ma non trascurabile, poco meno del 9%, ha scelto il Sì. La sorpresa più grande, però, arriva dall’elettorato del Movimento 5 Stelle. Nonostante un leader fortemente impegnato per il No, circa il 17% di chi dichiara di votare M5S si è espresso per il Sì (e qualche mese fa questa percentuale era addirittura al 24%). Nel centrodestra, qualche slittamento si rileva tra gli elettori della Lega e di Forza Italia, rispettivamente con il 12% e il 10% che hanno votato No. Tra gli elettori di Italia viva, Azione e +Europa, invece, il Sì ha raggiunto il 31%.

Tornando al profilo sociodemografico, troviamo che il No prevale con più forza proprio tra i segmenti che abbiamo visto essere più partecipanti: i ceti istruiti, le condizioni economiche medio-alte, i giovanissimi. Tra i laureati, il No arriva a oltre i due terzi; tra le persone con una condizione economica agiata, sfiora il 60%. Accade il contrario in situazioni meno floride: tra chi ha solo la licenza elementare e tra le casalinghe prevale il Sì, mentre gli operai si dividono quasi equamente.

La sconfitta dell’esecutivo, e in primo luogo della presidente del Consiglio, appare netta. Eppure Giorgia Meloni si era tenuta defilata per gran parte della campagna, facendosi vedere solo nelle ultime settimane. Ma il suo posizionamento, al di là del merito della riforma, ha finito per risentire di un contesto che negli ultimi mesi si è fatto sempre più complesso. Il quadro internazionale ha perso quella solidità che sembrava avere negli anni precedenti; la condizione economica del paese si è rivelata più difficile del previsto, con il rischio di non riuscire a uscire dalla procedura di infrazione europea; e la crisi energetica ha assunto una virulenza preoccupante, incidendo pesantemente sui costi quotidiani delle famiglie. 

A tutto questo si sono aggiunti infortuni politici non secondari, l’ultimo dei quali legato alla vicenda del sottosegretario Delmastro e ai suoi rapporti con un esponente della malavita organizzata. È probabile che tutto questo avrà un effetto, almeno a breve, sugli orientamenti di voto. Lo vedremo nei prossimi giorni, nel consueto scenario politico mensile.

Ma torniamo al senso più profondo di questa vittoria. Per me, ieri si è chiuso un cerchio iniziato nel 2016. In quel post di luglio, raccontavo di una battaglia impari. Da un lato, c’era un governo con fondi illimitati, i migliori professionisti della persuasione, una larga parte della carta stampata e una pervasiva informazione sulle reti pubbliche. Dall’altro, un gruppo di volontari con grande forza ideale, ma con un impegno fisico quotidiano difficile da sostenere perché ognuno aveva comunque una vita, un lavoro, una famiglia. Eppure, quei volontari affluivano sempre più numerosi, ogni giorno nascevano due nuovi comitati locali. Era un fenomeno di partecipazione straordinario, che testimoniava quanto ci fosse ancora di sano nel paese.

La lotta era impari, lo scrivevo senza retorica. Non avevamo soldi per stampare materiali, per affittare spazi, per montare un palco. E dicevamo: se i nostri avversari suonano il loro piffero in Rai, noi dobbiamo almeno suonare le campane nelle piazze. Chiedevamo un sacrificio straordinario, idealmente 139 donatori, come gli articoli della Costituzione che volevamo salvare, che potessero sostenere quell’impegno. Perché in quelle ore decisive, sentivamo che le persone volevano fare cose straordinarie, per dimostrare, prima di tutto a se stesse, di non aver lasciato nulla di intentato. Si poteva vincere, si poteva perdere, ma quella generazione avrebbe comunque testimoniato la vitalità dei valori costituzionali.

E in quel post citavo Luigi Sturzo, che in un discorso del ’57 diceva: “La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà”.

Oggi quel terreno sodo, per un attimo, ci è sembrato di averlo ritrovato. O almeno, abbiamo visto una parte del paese – e in particolare i più giovani – scegliere di difenderlo. È di questo che volevo parlare.

Riflessioni nell’acquistare un’auto con finanziamento? La rata sembra bassa, ma il conto vero arriva dopo…


Buongiorno,

nel realizzare questo post, ho preso spunto da una riflessione di un amico e collega di Medium, Giuseppe, perché il tema mi sembrava particolarmente interessante.

Già… vale la pena conoscerlo e, allo stesso tempo, approfondirlo insieme, con quella calma che merita una scelta che ha un peso concreto sulle nostre tasche e sulle nostre abitudini.

Negli ultimi anni, acquistare un’auto è sembrato diventare improvvisamente più accessibile. Basta farsi un giro tra concessionarie o siti web per imbattersi in tariffe mensili apparentemente contenute, anticipi ridotti all’osso e prezzi promozionali che, guarda caso, sono validi solo se si sceglie il finanziamento. 

Attenzione: non sto dicendo che queste formule siano sbagliate in sé. Spesso sono strumenti utili, ma hanno l’effetto di spostare tutta la nostra attenzione su un unico elemento, la rata mensile, offuscando quello che per me è il vero nodo della questione: il costo complessivo dell’operazione. Per questo motivo, prima di apporre una firma, fermarsi a guardare il quadro con più consapevolezza non è solo prudente, ma necessario.

Quando si decide di acquistare un’auto con un finanziamento, il prezzo del veicolo è solo il punto di partenza. A questo si aggiungono, talvolta in modo silenzioso, gli interessi, le spese accessorie, le commissioni di istruttoria, i costi di ispezione del pratico e, non di rado, polizze accessorie che vengono presentate come parte integrante del pacchetto. In questo groviglio di voci, il parametro più utile da osservare è il TAEG, perché rappresenta proprio il costo complessivo del finanziamento. E il punto cruciale è che il TAEG può variare in modo sorprendente tra un’offerta e l’altra: confrontare più preventivi, con la stessa attenzione con cui si confronta il modello di un’auto, aiuta a capire quanto si pagherà realmente, al di là della promessa di una rata leggera.

C’è poi una formula che negli ultimi anni è diventata onnipresente: quella con la maxi rata finale. Una struttura che promette libertà attraverso rate mensili basse, per poi presentare sul finale un conto significativo, spesso pari a un terzo o più del valore dell’auto. È una soluzione che può avere senso, ad esempio, per chi sa già di voler cambiare auto con frequenza. Ma proprio per questo è essenziale pianificare in anticipo cosa accadrà alla scadenza del contratto, perché le opzioni, in fondo, sono solo tre: pagare quella maxi rata e tenere l’auto; rifinanziare l’importo residuo, aprendo un nuovo capitolo di debito con ulteriori costi; oppure sostituire il veicolo stipulando un nuovo contratto, se la formula lo prevede. Non esiste una scelta giusta in assoluto, ma solo quella che si allinea alla propria situazione finanziaria e alle proprie abitudini.

Uno degli errori più comuni, in questo percorso, è valutare l’acquisto esclusivamente attraverso la lente della rata mensile. È un meccanismo psicologico comprensibile: la rata sembra domabile, rientra nel budget del mese, ci dà l’illusione di controllo. Eppure, questo approccio rischia di farci sottovalutare il costo totale del finanziamento, quello vero. Per uscire da questa trappola, credo sia utile considerare l’intera somma che effettivamente uscirà dalle nostre tasche: anticipo, totale delle rate, eventuale maxi rata. Senza dimenticare la durata del debito, che significa tempo di impegno economico, e l’impatto che questo ha sul risparmio e sugli altri obiettivi finanziari.

Perché, e qui arrivo a un punto che mi sta a cuore: l’auto è generalmente una spesa, non un investimento! Per quanto possiamo amare un modello, per quanto ci regali emozioni e libertà, tende a perdere valore nel tempo, fin dal momento in cui esce dal concessionario. Molti approcci di educazione finanziaria suggeriscono per questo di evitare di assumersi un impegno economico eccessivo rispetto al proprio reddito. Una linea guida prudenziale, che ho visto utilizzare spesso, suggerisce di mantenere il valore dell’auto entro un range di sei-otto mesi di reddito netto, e la rata mensile entro il dieci-quindici per cento del reddito. Non sono regole universali, intendiamoci, ma rappresentano dei riferimenti utili per valutare la sostenibilità dell’acquisto senza mettere in difficoltà il resto dei propri progetti.

C’è poi un aspetto ancora più sottile, che raramente viene considerato quando si stringe la mano sul contratto: il costo opportunità. Quando una quota significativa del proprio reddito viene destinata ogni mese al pagamento di una rata, si riduce automaticamente la capacità di costruire altre cose. Ad esempio, creare o alimentare un fondo di emergenza, che è la vera ancora di salvezza nelle imprevisti. Oppure avviare un investimento nel lungo termine, magari con piccoli importi versati con costanza, che nel tempo potrebbero beneficiare della capitalizzazione composta. Non parlo di operazioni speculative, ma di quella lenta e paziente costruzione di una base che restituisce, col tempo, una libertà diversa da quella di un’auto nuova.

Allora, quali sono alcuni modi prudenti per muoversi? Valutare anche auto usate o comunque meno costose, aumentare l’anticipo per ridurre la quota da finanziare, analizzare sempre il costo totale e non solo la rata. Avere fin da subito un piano per gestire quella eventuale maxi rata finale, confrontare più preventivi guardando al TAEG e alle spese incluse, e infine, chiedersi se quei risparmi che si ottengono con una rata più bassa non possano essere destinati a obiettivi di lungo termine più significativi. L’obiettivo, per me, non è rinunciare all’auto, ma fare in modo che la scelta dell’auto non comprometta la serenità finanziaria.

Il finanziamento auto è uno strumento che può essere utile, ma richiede attenzione. La rata mensile rappresenta solo una parte del quadro: il costo totale, la durata del debito e la pianificazione futura sono elementi altrettanto importanti. Prendersi il tempo per fare bene i conti prima di firmare può aiutare a evitare decisioni impulsive e, alla fine, è proprio quel tempo dedicato alla riflessione che migliora la qualità delle nostre scelte.

E voi cosa ne pensate? Avete mai acquistato un’auto con finanziamento? Vi siete trovati bene o avete scoperto costi aggiuntivi solo dopo? Preferite pagare in contanti o utilizzare la formula della rata? Qual è la lezione più importante che avete imparato in questo percorso? Condividete le vostre esperienze nei commenti: confrontarsi aiuterà tutti a prendere decisioni più consapevoli.

Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno esclusivamente finalità educative e divulgative e non costituiscono consulenza finanziaria, legale o fiscale personalizzata. Ogni decisione di acquisto o investimento dovrebbe essere valutata in base alla propria situazione personale e, se necessario, con il supporto di un professionista qualificato. Tassi, condizioni contrattuali e risultati degli investimenti possono variare nel tempo e non sono garantiti.

L’ora delle conseguenze – Terza parte


Riprendiamo il filo del discorso da dove lo avevamo lasciato, sì… da quell’immagine della Cina come presenza silenziosa e paziente, pronta a giocare la sua partita nell’ombra. 

Perché è proprio da lì, da quella consapevolezza, che dobbiamo ripartire per comprendere la vera natura del rischio che abbiamo di fronte.

Da anni, ormai, Pechino persegue una strategia a lungo termine, paziente e meticolosa, evitando mosse impulsive e preparandosi invece con cura certosina a molteplici scenari, studiando le debolezze del sistema avversario come un grande maestro di scacchi studia la partita. 

Per la Cina, Taiwan rimane la questione centrale, il nervo scoperto della sua identità nazionale e della sua ambizione regionale. 

Ma non è solo una questione politica o di sovranità territoriale. L’isola svolge un ruolo vitale, assolutamente insostituibile, nell’industria globale dei semiconduttori. Produce la stragrande maggioranza dei chip più avanzati, i cervelli elettronici che fanno funzionare i nostri smartphone, i nostri computer, le nostre automobili, ma anche i sistemi d’arma più sofisticati, le infrastrutture critiche, l’intera infrastruttura dell’innovazione digitale. Senza Taiwan, la catena di fornitura tecnologica globale semplicemente si spezzerebbe.

Se gli Stati Uniti dovessero apparire fortemente impegnati, con le loro risorse navali e la loro attenzione politica concentrate altrove, magari in Medio Oriente o in Europa, la Cina potrebbe legittimamente intravedere un’opportunità strategica, una finestra di vulnerabilità, per aumentare la pressione su Taiwan. 

Questo ovviamente non significa necessariamente e non certo nell’immediato un’invasione su larga scala con un’operazione militare classica con sbarchi e conquista territoriale, ma certamente potremmo iniziare ad assistere ad una graduale escalation, un aumento delle esercitazioni militari, un blocco navale proclamato, un sorvolo sempre più insistente dello spazio aereo, il tutto comprenderete potrebbe essere più che sufficiente per destabilizzare i mercati globali e a gettare il panico in una filiera già di suo parecchio fragile, innescando una nuova crisi, le cui proporzioni sono oggi inimmaginabili.

E quindi, il vero pericolo, il punto su cui dobbiamo concentrare la nostra attenzione, non risiede in un singolo evento, per quanto grave possa essere. Il pericolo vero è la convergenza, il fatale appuntamento tra diverse forze destabilizzanti che oggi procedono su binari paralleli, ma che potrebbero improvvisamente incontrarsi. 

Da un lato, le tensioni energetiche in Medio Oriente e l’instabilità delle rotte marittime globali che ne deriva, dall’altro, la rivalità strategica sempre più aspra tra le principali potenze, Stati Uniti e Cina, con tutto il loro carico di diffidenza e di preparativi militari. In mezzo, catene di approvvigionamento globali già messe a dura prova dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, fragili come un cristallo troppo sollecitato. 

Quando questi fattori, queste tensioni, iniziano a sovrapporsi e a interagire, l’effetto non è più lineare, non è una semplice somma. Diventa esponenziale, moltiplicativo. Un’impennata dei prezzi del petrolio, già di per sé dolorosa, se combinata con uno shock improvviso e profondo nell’approvvigionamento tecnologico legato a Taiwan, potrebbe produrre una perturbazione globale di una gravità inaudita, ben più grave di qualsiasi crisi isolata che abbiamo affrontato in passato. Le conseguenze, in un sistema così complesso e interconnesso, diventano intrinsecamente imprevedibili, non lineari.

Forse, allora, parlare di uno shock del tutto inaspettato non è del tutto corretto. Perché molti dei suoi elementi fondamentali, delle sue cause scatenanti, sono già visibili, sotto i nostri occhi, nei titoli dei giornali e nei report economici. Le tensioni tra Cina e Taiwan sono una costante, l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz è nota a tutti gli analisti, e gli Stati Uniti sono oggettivamente impegnati su più fronti, in un mondo che è tornato ad essere multipolare e conflittuale. 

Per cui, l’evento dirompente non sarebbe qualcosa che piomba dal nulla, ma la sua improvvisa e drammatica attualizzazione, la sua capacità di cogliere di sorpresa i mercati e i decisori politici che, pur conoscendo i rischi, hanno scelto di sottovalutarli, di considerarli separatamente, di non vedere la foresta che cresce dietro i singoli alberi. 

Un’improvvisa escalation retorica, un incidente militare, una prolungata interruzione delle attività nello stretto, o una crisi parallela che scoppia in Asia, potrebbero agire come il fattore scatenante, l’innesco che fa esplodere una polveriera di cui tutti conoscevano l’esistenza, ma che nessuno ha voluto bonificare.

In uno scenario del genere, la reazione dei mercati finanziari sarebbe probabilmente immediata, brutale e, in molti casi, irrazionale, amplificata dagli algoritmi del trading ad alta frequenza e dal panico che si diffonde come un contagio. Gli esiti più probabili disegnano uno scenario da manuale delle crisi: forte volatilità globale, con oscillazioni percentuali a cui non siamo più abituati; cali verticali e generalizzati nei mercati azionari, con gli investitori che corrono ai ripari vendendo qualsiasi cosa; prezzi dell’energia che volano verso livelli difficilmente sostenibili per l’economia reale; e un massiccio, convulso spostamento di capitali verso quelle attività percepite come più sicure, come l’oro o i titoli di Stato dei paesi considerati rifugio, che a loro volta verrebbero travolti da flussi ingestibili. 

Le aziende fortemente dipendenti dalle catene di approvvigionamento globali e dalla tecnologia avanzata sarebbero probabilmente tra le più colpite, vedremmo interi settori, come il settore delle auto o l’elettronica di consumo, fermarsi per mancanza di componenti, mentre i settori legati all’energia, paradossalmente, potrebbero trarre vantaggio nel breve termine dall’impennata dei prezzi, in un’ulteriore distorsione dell’economia.

Credo che dobbiamo prenderne atto, con realismo e senza allarmismi sterili: il mondo sta entrando in una fase in cui le crisi non sono più eventi isolati, circoscritti nello spazio e nel tempo, ma sono interconnesse, si parlano, si alimentano. 

Le tensioni in Medio Oriente, l’importanza strategica e la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, e la questione di Taiwan, con il suo monopolio tecnologico, non sono vicende separate da analizzare in compartimenti stagni. Fanno parte di un sistema globale più ampio, un organismo complesso e sempre più fragile, in cui una scossa in un punto qualsiasi può riverberarsi in tutto il corpo. 

Definire questo rischio latente come qualcosa di imponderabile potrebbe non essere del tutto esatto, perché di nero, in questo scenario, c’è la consapevolezza che preferiamo rimuovere, ma sottovalutarne il potenziale, liquidarlo come una mera ipotesi da analisti, sarebbe un errore ancora più grave, imperdonabile. Perché oggi, più che mai, la vera minaccia per la nostra stabilità e per il nostro benessere non è l’evento del tutto imprevisto che piomba su di noi dal nulla. 

Sì… è la combinazione, la confluenza, la pericolosa miscela di rischi che si stanno già manifestando, uno dopo l’altro, sotto i nostri occhi, ed aspettano solo di incontrarsi per riscrivere le regole del gioco e a quel punto, non potremo dire di non essere stati avvertiti!

FINE (per adesso…)

Il collo di bottiglia – Seconda Parte


E allora, quali sono questi limiti? Dove si annida la vulnerabilità che tutti, in silenzio, stanno provando a studiare?

Per rispondere, dobbiamo allontanarci per un momento da quelle sale dei bottoni e dai tavoli della diplomazia, e spostare lo sguardo su una striscia d’acqua, apparentemente insignificante.

Un punto geograficamente minuscolo, eppure così vitale da far trattenere il respiro a qualsiasi stratega. 

Perché è lì, in quel passaggio obbligato, che si concentra una delle fragilità più antiche e insieme più attuali del nostro mondo. 

È lì che il sistema mostra una delle sue giunture più esposte, il punto in cui una pressione ben calibrata potrebbe far saltare l’intero ingranaggio.

E qui entriamo nel cuore pulsante della fragilità contemporanea…

Lo scontro con l’Iran, diretto o per procura che sia, ha riportato lo Stretto di Hormuz al centro dell’attenzione globale, rendendolo, se possibile, ancora più vitale e insieme più vulnerabile di quanto non lo fosse mai stato in passato. 

Questo stretto corridoio d’acqua, vero e proprio imbuto geografico, è una delle rotte marittime strategicamente più importanti al mondo; un collo di bottiglia attraverso cui deve passare una parte consistente della nostra civiltà degli idrocarburi. 

Pensiamoci un attimo: circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio, insieme a una quota significativa dei flussi di gas naturale liquefatto, transita ogni giorno attraverso questo passaggio obbligato. È uno dei punti di strozzatura energetica più importanti del pianeta, e la sua sicurezza è data per scontata nei nostri modelli economici, nei prezzi che paghiamo alla pompa, nelle certezze delle nostre catene di approvvigionamento.

Ebbene, oggi il traffico attraverso lo stretto è tutt’altro che fluido e garantito, anzi, è fortemente interrotto, non tanto da un blocco navale formalmente dichiarato, ma da una ragnatela di azioni asimmetriche. Tra attacchi mirati a petroliere, minacce navali, sequestri e restrizioni imposte da Teheran per ritorsione, molte navi sono state costrette a fermarsi o a modificare radicalmente le loro rotte, allungando i tempi e i costi di trasporto, mentre il transito, per quelle che osano ancora attraversarlo, rimane incerto, rischioso e limitato. 

Non è una chiusura completa, è una forma di interruzione operativa strisciante, una guerra di logoramento che non fa notizia come un conflitto aperto, ma che sta già generando forti pressioni, silenziose ma inesorabili, sui mercati energetici globali. È un rubinetto che viene lentamente chiuso, e noi iniziamo a sentire la sete.

Quando i prezzi dell’energia aumentano, non si tratta di una voce che sale in un bilancio familiare o aziendale. L’impatto si propaga come un’onda d’urto in tutta l’economia, contagiando ogni settore, ogni attività. Le conseguenze sono sistemiche e profonde: assistiamo a un aumento generalizzato dei costi di produzione, che si tratti di acciaio, di plastica, di trasporto merci o di riscaldamento degli uffici

Questo, a sua volta, si traduce in un’inflazione più elevata e più persistente, che erode il potere d’acquisto dei salari e comprime i margini delle imprese. La crescita economica inevitabilmente rallenta, in un circolo vizioso in cui la domanda cala e gli investimenti si bloccano. La spesa dei consumatori, motore principale di molte economie occidentali, subisce una pressione fortissima, costringendo le famiglie a scelte difficili e riducendo il benessere collettivo.

Perché il petrolio e il gas non sono semplici materie prime che si comprano e si vendono sui mercati finanziari, sono il motore dell’economia globale. Quando questo motore comincia a carburare male, a singhiozzare, o diventa semplicemente troppo costoso da far funzionare, l’intero sistema, dalla più piccola impresa artigiana alla più grande multinazionale, ne risente. E tutto ciò accade mentre i mercati finanziari sono già ipersensibili, ipertesi, pronti a scattare come molle al minimo segnale di instabilità geopolitica.

È in questo contesto di fragilità energetica e di tensione diffusa che la Cina rappresenta la variabile cruciale, l’ago della bilancia di cui tutti, in silenzio, temono il movimento.

Fine Seconda Parte

Frammenti di una polveriera – Prima parte


Buongiorno, e grazie ancora di essere qui…

Come ben sapete, provo in questo blog a dare un senso a tutto il caos che ci circonda, scrivendo sempre  in maniera incondizionata su ciò che penso stia accadendo, una storia che sembra uscita da un romanzo, ed io, come sempre, provo ad anticiparne le evoluzioni, quasi a sostituirmi ad un veggente, ahimè a volte anche un po’ cupo.

Ma in questi ultimi anni, credo come molti di voi, di avvertire una sensazione di caduta, come quando ci si affaccia da un luogo troppo alto e il terreno sotto i piedi inizia a mancare. 

Il mondo, dopo un lungo periodo di serenità, è entrato – quasi fosse un ricorso storico – in uno stato di crescente instabilità, geopolitica ed economica, due discipline che se pur separate, sono facce della stessa medaglia, già… come due affluenti che si incontrano e si scontrano in un unico grande vortice. 

D’altronde se osserviamo bene, scopriamo che non esiste più un singolo punto critico di tensione, una specie di termometro globale su cui tenere gli occhi puntati, bensì vi è una complessa e sempre più fitta rete di crisi che si vanno sovrapponendo e che si influenzano e si alimentano a vicenda, in un gioco pericoloso che rende – ahimè – la lettura della realtà estremamente complessa.

Difatti, se provate ad osservare il quadro d’insieme, cercando di isolare gli elementi che compongono la tela, vediamo emergere una condizione pericolosa, che ha di tutto per rivelarsi esplosiva!

Da un lato, gli Stati Uniti, divenuti ormai pilastro centrale dell’ordine internazionale (per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi ottant’anni), oggi appaiono nuovamente impegnati su più fronti e costretti- attraverso l’uso della forza –  a gestire una complessa partita a scacchi globale. 

Le tensioni per l’Ucraina, il Venezuela, Cuba, e il sostegno dato ad Israele nella Striscia di Gaza e nel Libano, hanno impegnato costantemente il suo Presidente. ed ora l’Iran, che riaccende nuovamente quelle braci che per oltre trent’anni erano rimaste sotto la ceneri…

Situazioni quindi che tornano nuovamente a minacciare i flussi energetici globali, mentre sullo sfondo, silenziosa e metodica, la Russia osserva mentre continua ad ampliare i propri confini in Ucraina e la Cina che monitora ogni singolo movimento, ogni possibile incertezza, per creare un varco che si apre intorno a quella che per lei costituisce da tempo un nodo irrisolto: la questione Taiwan.

Ecco, è proprio questa sovrapposizione di rischi, questo stratificarsi di crisi come piani geologici di una faglia destinata a franare, che solleva ora un interrogativo che non possiamo più permetterci di ignorare, relegandolo – come fanno ogni sera quei nostri pseudo “esperti” in Tv e nel web – tra ipotesi fantapolitiche prese chissà, forse da qualche romanzo di Robert Harris o come quelli scritti da uno dei miei autori preferiti, Federich Forsyth, nei suoi: Il giorno dello Sciacallo, Dossier Odessa, I mastini della guerra, Il quarto protocollo!

Già… proprio come in quei romanzi, sembra di assistere a qualcosa d’incredibile, è come se ci stessimo dirigendo in modo (quasi) inconsapevole, verso una situazione che potrebbe innescare un evento dalle proporzioni inimmaginabili, qualcosa di così dirompente da stravolgere ogni nostra certezza e soprattutto ogni nostro modello previsionale…

Provo allora a valutare quanto sta accadendo con la massima lucidità, allontanando da me, qualsivoglia ottimismo di chi spera che tutto si risolva da solo.

Come dicevo, gli Stati Uniti, restano la superpotenza indiscussa, ma certamente l’attuale posizione e quel suo Presidente, evidenziano una situazione ben più complessa di quella orchestrata nel passato. 

Non c’è solo la rivalità strategica con la Cina o con la Russia, un confronto che assorbe costantemente energie intellettuali e risorse diplomatiche, ma vi è anche la necessità di tenere insieme alleanze logorate, tensioni tra i partner europei, e di contenere tutte quelle fiammate che dal Medio Oriente si spingono fino al Golfo Persico. 

Ed è proprio in quella regione, in questo crogiolo di antichi conflitti e nuovi interessi, che si registra uno degli sviluppi più critici: Il confronto con l’Iran, fatto di attacchi, rappresaglie calibrate con vittime precise, diplomazia concessa e poi tolta, il tutto ha così riportato l’attenzione su uno dei pilastri più delicati e vulnerabili dell’economia globale e cioè, l’energia, il suo dover fluire in modo ininterrotto e soprattutto la sua completa disponibilità, a prezzi sostenibili.

Perché quando una superpotenza è impegnata simultaneamente su più fronti, il rischio non è solo quello, immediato e visibile di un’escalation militare, no… il rischio più subdolo, più profondo, quello che si annida nella logica anche di un gigante, è che le risorse non sono infinite, anzi, si riducono, vengono dirottate, e con esse l’attenzione politica che si frammenta e si disperde. 

La capacità di rispondere rapidamente e in modo decisivo a nuove crisi, a scintille inattese, può indebolirsi, creando un vuoto, una percezione di vulnerabilità. Ed è spesso in questi momenti di apparente distrazione, in questi interstizi di incertezza, che altri attori globali iniziano a fare due conti, a rivalutare le proprie posizioni e a chiedersi se non sia giunto il momento di testare i limiti del sistema, di cogliere un’opportunità che fino a ieri sembrava preclusa.

Fine Prima parte 

Certe cose, da noi, si sa… non possono esser affidate a mani nuove.


Non so voi… ma io sono stanco di leggere le cronache che puntualmente mostrano la parte negativa di questa mia terra.

Tuttavia, non so dirvi se, i problemi presenti in questo periodo nel mondo, certamente più gravi dei nostri, abbiano avuto il merito di spostare altrove la mia attenzione, sì… concedendomi una tregua. 

Ma come ben sapete, questo mio blog nasce principalmente per mettere in evidenza quanto ahimè accade qui, in questa terra, in questa meravigliosa isola, e quindi non posso che riprendere quel filo, una storia che giungendo da lontano, ritorna però puntuale, quasi fosse una costante o forse dovrei cercare altrove le causa di questa forma di resilienza tutta “siciliana“: quella del potere che si riproduce, si adatta, cambia pelle ma – disgraziatamente – non cambia sangue.

Leggo di sviluppi, perquisizioni, fascicoli aperti, contanti nascosti, e penso a quanto sia sempre la stessa sostanza delle cose. Certo… cambiano i nomi, e questo è quantomeno un fatto, non positivo, badate bene, perché l’infezione continua egualmente a diffondersi, ma quantomeno vi è la speranza che chi è stato in certe posizioni per anni a infettare il sistema, forse finalmente potrebbe non esserci più, limitando il male compiuto e quel diffuso marciume.

Certo, se ripenso a tutti i meccanismi adottati, a quel modo di tessere relazioni, mettere a frutto conoscenze accumulate in anni di scranni e poltrone, già… se rivedo quei ponti costruiti tra chi gestisce la cosa pubblica e chi quella cosa pubblica “l’ha piegata ai propri fini”, beh… non c’è proprio nulla per cui stare allegri.

Ricordo che parliamo di un sistema che incarna la perfetta soluzione di continuità, che passa da una legislatura all’altra, da un governo all’altro, da un incarico all’altro, come se la politica e quel ruolo istituzionale, non fosse altro che l’anticamera di affari ben più redditizi.

Prendiamo ad esempio quel dirigente. Una carriera costruita negli ingranaggi di quel sistema clientelare e massone, che ha evidenziato nel corso degli anni d’aver interpretato alla perfezione quella doppia faccia: una istituzionale, fatta di carte bollate e programmazione, e quell’altra, fatta di favori, di segnalazioni, di porte aperte per gli amici degli amici.

Il punto, comunque, non è solo la somma di denaro in contanti che si potrà trovare in casa o presso suoi familiari, che pure costituisce un indizio pesante, no… ciò che è peggio è la rete, quel modo di sentirsi protetti, di essere al sicuro, di pensare che certi favori fatti a certi personaggi, non solo restino nell’ombra, ma rappresentino il proprio personale salvacondotto.

E poi, consentitemi di aggiungere un altro tassello, quello che nonostante i guai giudiziari, continua imperterrito a stare in quella posizione, sì… quel sentirsi talmente indispensabile da rimanere in servizio, ben oltre i limiti consentiti di legge.

Una storia che conosciamo bene: quando un sistema considera un uomo insostituibile, forse andrebbe chiesto il perché. Perché è così importante tenere in sella un funzionario indagato, o addirittura sollecitarlo a non andare in pensione? Forse perché quest’ultimo garantisce fluidità a certi meccanismi, a certi passaggi, a certe ditte amiche che, a differenza di altre, dovevano vincere determinati appalti?

Ecco, è questo che mi fa venir il vomito, già, la naturalezza con cui tutto scorre, la continuità tra chi c’era prima e chi c’è adesso.

Ecco quindi che i vecchi legami con certi esponenti politici – finiti in passato al centro di inchieste giudiziarie – vengono misteriosamente accantonati, per dare il via a una nuova stagione, nuove nomine, nuova fiducia. Come se la memoria fosse una facoltà che si esercita solo quando conviene, e si perde quando potrebbe diventare ingombrante.

A cosa serve allora ascoltare quel mondo fatto di intercettazioni, di nomine pilotate, di aziende che ottengono accreditamenti mentre altre li perdono? Un sistema che racconta di una regia occulta, che non disdegna di intrecciarsi con certe logge, con ambienti dove si stringono patti tra persone che, formalmente, non avrebbero nulla a che spartire. E invece spartiscono eccome. Spartiscono il potere di decidere, il potere di indirizzare, il potere di escludere!

Come dicevo all’inizio, mi capita spesso, leggendo queste notizie di cronaca, di pensare a chi verrà dopo. Sperando che sia migliore di chi l’ha preceduto. Ma la mia, forse, è solo un’illusione. Perché se è vero che le inchieste vanno avanti perennemente nello stesso modo, se la magistratura e le forze dell’ordine compiono il proprio dovere con pazienza certosina, è anche vero però che quei sistemi illegali non muoiono con un’ordinanza di custodia cautelare: Si adattano, si riposizionano e continuano ad operare.

Difatti, quel che resta, dopo ogni tempesta giudiziaria, è la sensazione che il guscio più duro, quello fatto di complicità e omertà, sia ancora lì, intatto, in attesa di nuove stagioni.

Auspico, come credo ciascuno di voi, che l’attenzione non venga mai spenta. Io, nel mio piccolo, con questo blog – ma soprattutto con le denunce in Procura – ci provo, perché so che quest’ultimi, insieme ai militari, gli organi di controllo continueranno a seguire i fili di quegli intrecci, senza limitarsi ai primi livelli.

D’altronde sappiamo bene che – solitamente – quello che emerge, è sempre la punta di un iceberg. Ed è sotto, si sa, che c’è il resto. Il resto fatto di appalti pilotati, di carriere di dirigenti costruite sulle raccomandazioni dei boss, di assessorati che diventano sportelli per gli affari sporchi di pochi.

Ma poi, finita l’emergenza, come sempre accade, si torna a guardare altrove. E loro, quelli che tessono la tela, ricominciano. Sì, con pazienza certosina. Già, con la stessa pazienza con cui aspettano che un funzionario raggiunga l’età della pensione per poi convincerlo a restare. Perché certe cose non possono essere affidate a mani nuove.

Perché le mani nuove, si sa… il più delle volte, non sanno tenere certi fili.

Pelligra: L’avevo detto! – Pelligra: I told you so!


Presidente Pelligra, ricorda: L’avevo detto!

Glielo scrissi in una lettera aperta, in inglese, qui sul mio blog, l’11 novembre del 2024:  https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/11/open-letter-to-president-pelligra.htmla cui seguì il 18 agosto dello scorso anno un post intitolato: Presidente Pelligra, perdoni questa riflessione senza filtri – ma è l’amore per il Catania a parlare. Link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/08/presidente-pelligra-perdoni-questa.html

In quei post trovai l’unica strada per raggiungerla direttamente (sì… escludendo – ma solo virtualmente – i miei lettori), per parlarle con Lei, da uomo a uomo, con il cuore in mano e senza filtri.

In quelle note, che stamani ho riletto con la malinconia di chi vede avverarsi i propri peggiori timori, provai a metterla in guardia su alcune decisioni che mi sembravano già allora discutibili.

Le parlai dei giovani promettenti che erano stati ceduti troppo frettolosamente, ragazzi che nei loro limitati minuti in campo avevano dimostrato qualità importanti: la capacità di saltare l’uomo, di spingere sulle fasce e di mettere cross in area. Tutte caratteristiche che, sottolineai, alla squadra già allora mancavano e che, in questi mesi – seppur in parte – si son fatte sentire.

Le dissi che immaginavo, e potevo sbagliarmi, che fosse stato l’allenatore ad influenzare certe scelte di mercato, preferendo giocatori a lui familiari, forse per evitare tensioni in spogliatoio, ma i risultati, già a novembre, confermavano che qualcosa non funzionava come avrebbe dovuto. Alcuni dei nuovi acquisti mostravano evidenti limiti per la categoria, mentre altre squadre investivano con intelligenza in giovani talenti, anche extracomunitari, atleti di alto valore e soprattutto convenienti.

E poi, scrissi che, da diverse partite, l’allenatore non sembrava impiegare la squadra nel modo più efficace. Un segnale preoccupante, che richiamava alla mente le difficoltà dell’anno precedente. Le chiesi quindi di prendere in mano la situazione prima che fosse troppo tardi, di pretendere un cambiamento netto che coinvolgesse dirigenza, staff e giocatori. 

Aggiunsi, altresì con fiducia, che fossi certo che il Catania avrebbe potuto raggiungere i playoff, ma che raggiungerli era solo una parte della sfida: vincerli e ottenere la promozione richiedeva qualcosa di più. Ed infine conclusi che era ora di abbandonare le chiacchiere e concentrarsi su ciò che poteva realmente aiutare Toscano a invertire la tendenza.

Ed eccoci qui. Oggi, 18 marzo 2026, a quasi un anno da quella lettera, leggo la notizia dell’esonero di Mimmo Toscano. Una decisione presa dopo una lunga notte di consultazioni, nell’aria da giorni, certamente, ma che arriva quando il Benevento è ormai irraggiungibile e l’unico obiettivo possibile sono i playoff. Quei playoff che, come le scrissi, richiedono qualcosa in più.

In questi mesi, infatti, sono rimasto in silenzio, ma non ho mai smesso di osservare la squadra. E mentre molti, per non dire tutti, esaltavano il primo posto, io continuavo a vedere le stesse lacune, la stessa fragilità, le stesse partite vinte per un soffio, grazie a un miracolo di Dini, a un palo, a un errore arbitrale a nostro favore. 

Ogni partita, ad esclusione di tre o quattro, è stata una sofferenza. Lo ripetevo al mio amico e barbiere Tony: il problema non è essere primi o secondi, il problema è che con questa rosa, sulla carta superiore a tutti, dovremmo avere venti punti in più e volare in serie B. Invece siamo qui a lottare, e la fortuna, si sa, prima o poi gira.

Vedere ieri sera il Vicenza salire in B e la festa che ne è seguita, mi ha fatto un po’ rattristare, seppur ammiro da sempre quella squadra, sì… da quando giocava lì, Paolo Rossi! Una piazza seria, organizzata, che pur non avendo sulla carta una rosa superiore alla nostra, ha trovato la quadra e la continuità per tagliare per prima il traguardo. 

Ecco, forse è anche questo che ci manca: quella solidità, quella capacità di trasformare i pronostici in realtà. Perché se è vero che il calcio non è una scienza esatta, è altrettanto vero che certe differenze, alla lunga, vengono sempre fuori. E noi, purtroppo, quelle differenze le abbiamo pagate tutte e non voglio gettare la croce sul solo tecnico! La responsabilità è sempre condivisa, parte dai dirigenti della società, passa per le scelte di mercato, arriva allo staff e scende in campo con i giocatori. Ma quando il malessere diventa così evidente, quando il gioco manca per intere stagioni, significa che qualcosa a monte non ha funzionato.

Ora arriva William Viali. Un nuovo corso, si dice. Un generatore di entusiasmo, un tecnico che predilige il gioco offensivo e il dialogo con i giocatori. Non so quanto questo cambio in corsa possa giovare, ma quantomeno si prova a salvare una stagione che rischiava di essere l’ennesimo capitolo di un fallimento annunciato.

Le scrissi, Presidente, che non intendevo sostituirmi ai suoi manager. Ma dopo trent’anni di leadership in altri campi, so riconoscere quando una struttura non funziona e quando è necessario un cambiamento. Lei oggi quel cambiamento l’ha fatto. E io, con l’affetto e la gratitudine di sempre per tutto ciò che sta facendo per la nostra città, non posso che prenderne atto e guardare avanti con la speranza che questa volta, finalmente, si sia presa la strada giusta.

Perché il Catania, i suoi tifosi, e lei stesso, Presidente, meritano di stare in piani più alti. E io, come dice il detto, continuerò a sperarlo… sempre!

Quando non sei tu il paziente: il mio sguardo – da accompagnatore – sul miracolo quotidiano della Cardiologia del Policlinico di Catania.


Quando varchi la porta di un “Pronto Soccorso” per qualcuno a cui vuoi bene, il mondo si ferma, o meglio, continua a girare, ma tu lo guardi da dentro una bolla, dove i rumori sono attutiti e tutto quello che vedi intorno, sono volti sconosciuti e macchinari dei quali non sai nemmeno come si chiamano. 

Ed è in quel preciso istante, già… quando sei fragile, che non puoi far altro che affidarti a degli emeriti sconosciuti, e lo fai perché d’altronde non hai altra scelta, ma forse anche perché, nel profondo, vuoi credere che almeno loro sappiano cosa fare.

Certo, per me questa situazione è alquanto difficile da comprendere, vi parla uno che, per fortuna, è sempre stato bene e che gli ospedali non ha avuto modo di conoscerli mai direttamente, ma solo per accompagnare gli altri, stando sempre fuori… in quel ruolo strano di chi osserva da vicino, ma che non sa cosa fare. 

E forse, è proprio questo mio punto di vista, quello di uno che, non dovendo lottare per sé stesso, ho potuto veder con maggior chiarezza come si lotta per gli altri. 

Sì… in queste settimane al Policlinico di Catania, l’ho visto con i miei occhi: quel “sapere cosa fare“, non è una speranza, ma una prassi. Sin dall’ingresso, mentre cercavo di dare un senso a quel turbinio di ansia e attesa, ho notato qualcosa che va oltre la semplice efficienza. 

Ho visto ovunque persone preparate, capaci di individuare il problema con una rapidità che a me, profano, è sembrata quasi istintiva, e che invece è frutto di anni di studio e sacrificio. Ma la cosa che più mi ha colpito, in quel primo impatto, è stata la cortesia di chi era lì solo per dare informazioni: perché quando non capisci nulla di medicina, avere qualcuno che ti spiega con pazienza, è già una cura.

Poi, quando la situazione si è fatta più seria e quel letto è rotolato oltre le porte della “Terapia Intensiva“, ti senti spogliato di tutto: del controllo, della sicurezza, persino della possibilità di stare vicino alla persona cara.

Ed è lì, in quel limbo di attesa, che puoi solo osservare i dettagli. E i dettagli che ho osservato sono stati tanti; l’altissima pulizia, il rispetto meticoloso delle norme di sicurezza, quel senso di ordine che non è mai fine a sé stesso, ma è il primo, silenzioso, atto d’amore verso chi è fragile. Perché un ambiente curato ti dice, senza parole, che anche la persona al centro di quella stanza sarà curata.

Il “cuore” di questo viaggio, però, è stato il reparto di Cardiologia. Ed è qui che il mio ruolo di semplice accompagnatore si è trasformato in quello di spettatore ammirato. Il Professor Davide F. Capodanno guida una squadra che sembra uscita da un manuale di virtù mediche, se non fosse che i manuali non sanno sorridere. 

Perché quei giovani medici e consentitemi di aggiungere anche gli infermieri e tutto il personale ausiliario, che si sono alternati a tutte le ore del giorno e della notte, non solo hanno evidenziato competenza, ma hanno mostrato una rara capacità e cioè quella di trasformare la nostra ansia in domande, le nostre domande, spesso banali, in risposte chiare e sincere.

Ricordo i giorni di degenza appena trascorsi, in cui tutto sembrava buio, ma loro erano lì che passavano, controllavano, e poi si fermavano un attimo di più, solo per parlare con noi familiari, con gli amici, persino con alcuni colleghi presenti.

Non si sono mai sottratti a un confronto. Hanno avuto la pazienza di spiegarci cosa stava avvenendo, cosa sarebbe successo dopo e quali cure sarebbero state intraprese, e l’hanno fatto con una serenità che ci ha tenuti per mano, senza farci pesare la nostra ignoranza, ma anzi, illuminando il percorso, un passo alla volta.

Forse è questo il miracolo quotidiano di un grande Ospedale: non solo aggiustare corpi, ma sostenere anime…

Ed è per questo che oggi il mio pensiero va a loro, a tutti loro, dal primo operatore all’ultimo specializzando. Avrei voluto mettere i nomi di quanti ho avuto modo di conoscere, ma non volevo togliere meriti agli altri loro colleghi, sicuramente altrettanto bravi, presenti ai vari piani di degenza. Il mio è quindi un plauso generale, ma non generico: parte dal cuore e spero arrivi lontano, a ciascuno per quello che ha seminato in quei giorni difficili.

Perché quando la paura bussa alla porta, e loro ti aprono con professionalità e umanità, la paura, almeno un po’, arretra… e a Catania, grazie al nostro Policlinico, questo accade!